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Don Peppe Diana, il prete che, nel 1994, ha costretto la Primavera ad arrivare in anticipo

don Peppe Diana
Nun te scurdà | 19 Marzo 2021

Tentarono di infangare la sua memoria. Era diventata un’operazione necessaria dopo tutto quel frastuono provocato dalla vigliacca azione della camorra che aveva scelto di ammazzare un prete. C’era bisogno che don Peppe Diana morisse due volte. La prima, con i proiettili esplosi nella sacrestia della sua parrocchia. La seconda, con il fango gettato sulla sua persona, grazie alla connivenza di giornalisti asserviti al potere criminale.

Bastava innescare l’effetto domino che solo le calunnie sanno generare. Una narrazione che provasse a giustificare l’assassinio di un innocente, figlio di Casal di Principe e innamorato di quella terra e del suo popolo.

Ma la storia, alla fine, è riuscita a consegnare dignità e giustizia all’uomo e al sacerdote: quel seme caduto e sepolto nella fredda terra, ha costretto la Primavera a entrare qualche giorno prima. Era il 19 marzo 1994.

“Chi è don Peppe?”, la domanda del killer che nemmeno lo conosceva

Nella penombra della sacrestia inondata dalle prime luci di un mattino fresco, preludio di primavera, giunse inaspettato l’interrogativo che ha caratterizzato tutta la sua esistenza: “Chi è don Peppe?”.

Don Peppe Diana si prepara a celebrare la messa del mattino. Giorno del suo onomastico e festa del papà. Indossa i paramenti sacri. Accanto a lui, Augusto Di Meo. L’amico di sempre. Era lì, come ogni mattina, per salutarlo prima di andare a lavoro. Don Peppe è preoccupato. Il paese è in piena campagna elettorale. Teme collusioni tra politica e camorra. Vuole fare qualcosa, vuole continuare a risvegliare le coscienze. Lo avverte come dovere di cittadino e di prete. Non vuole che la sua amata terra continui a restare nelle mani di criminali e farabutti.

Da circa cinque anni è parroco della Chiesa di San Nicola a Casal di Principe. Ha toccato con mano la sofferenza della gente. Ha assistito a soprusi e violenze in un territorio seviziato dalla malavita, nel silenzio di una parte della Chiesa e delle istituzioni. Si sente solo, a volte, ma non può restare in silenzio. Non ci riesce. Immediato, focoso, spontaneo, sempre pronto a dire ciò che pensa.

Forse, in quella sacrestia, sta pensando ai giovani innocenti uccisi dalla camorra il cui ricordo, anche oggi, vorrà portare con sé all’altare. Forse continua a cercare risposta alla domanda posta a se stesso e che, nei racconti postumi e nella fiction a lui dedicata ,gli viene fatta ripetere ad alta voce durante la celebrazione dei funerali di un innocente ucciso per sbaglio: “Ma Dio, da che parte sta?“.

“Sono io”, seme gettato per dare molto frutto

Sabato. Ultima settimana di quaresima, a due di distanza dal giorno di Pasqua. Pensa che il più grande assassinio, la vera Passione, sia quello che la camorra sta realizzando per il suo paese. È necessario lo si faccia risorgere. Al più presto. La morsa stringente del racket, degli omicidi, degli affari illegali, della droga rappresentano l’agonia del territorio. Sarà Pasqua di resurrezione quando si ritroverà tutti “il coraggio di avere paura, di fare delle scelte e denunciare”, quando tutti saranno capaci di “risalire sui tetti ed annunciare parole di vita”.

Chi è don Peppe?”. Non ci sono più dubbi, ormai. Le sue scelte raccontano di lui ciò che è stato.
Un colpo. Il primo, perché è riuscito a risvegliare le coscienze, a dare forza agli onesti.
Due. Per quella manifestazione organizzata in seguito all’assedio alla caserma dei carabinieri liberati – assurdo e tremendo – dall’intervento del boss di quartiere.
Tre. Per le sue omelie. Per le sue parole di speranza. Perché non si è mai piegato.
Per quel documento scritto e firmato da lui e da altri preti. Le parole sono pericolose. Come l’amore per la propria terra e la sua gente. “Per amore del mio popolo, non tacerò!”. Quattro.

La terra fertile, fiorita in suo nome

Ventisette anni dopo la storia di don Peppe continua ad accompagnare donne e uomini di tutta Italia su sentieri di speranza e legalità. Comitati e associazioni si sono costituiti nel suo nome. Il suo sacrificio ha ridestato le coscienze di molti, ha aperto nuove strade anche in luoghi che sembravano destinati ad essere deserto.

Solo grazie alla sua testimonianza, oggi possiamo raccontare il lavoro e le preziose attività del Comitato don Peppe Diana, l’esperienza di Casa don Diana e di numerose realtà di bene e bellezza nate sulle macerie lasciate dalla criminalità organizzata.

Casal di Principe, la Campania, l’Italia possono sperare guardano alle iniziative che fioriscono nel solco tracciato da don Peppe. La marcia della legalità che, quando saremo usciti dall’emergenza della pandemia che costringe ad adattare gli eventi e a trasferirli sulle piattaforme digitali, siamo certi continuerà a colorare le strade di Casal di Principe. Le Terre di don Peppe Diana, cooperativa che sui beni confiscato alla camorra, coltiva prodotti di alta qualità e offre lavoro e dignità a persone spesso emarginate.

E poi le scuole, le piazze, le strade a lui intitolate. I libri, i fumetti, i racconti che raccontano la sua storia e riportano le testimonianze di chi lo ha conosciuto. Grazie a don Peppe, ancora oggi, la memoria si è traduce in impegno. Azioni concrete di cittadinanza attiva e consapevole. Ed è questo che, più di ogni altra cosa, ci libera dalla camorra e dall’indifferenza verso la terra e il popolo che don Peppe ha amato fino a dare la vita.

Rocco Pezzullo 

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 19 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 18 Marzo 2021

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