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DOPO IL DAVID

Ferrente: “Il premio a Selfie dedicato a Davide e ai ragazzi di Rione Traiano”

Cinema | 14 Maggio 2020

Ospitiamo i ringraziamenti che il regista di Selfie, David di Donatello 2020 per il miglior documentario, Agostino Ferrente, ha rivolto a tanti dopo l’assegnazione del premio: familiari e colleghi, ma soprattutto Davide Bifolco e i ragazzi di Rione Traiano protagonisti del suo film: Alessandro Antonelli e Pietro Orlando.

 

Con Simone Isola, ci siamo messaggiati e telefonati più volte da prima del Covid e del David, per dirci quanto ognuno avesse amato il film dell’altro e per discutere sulle difficoltà sempre più soffocanti di questo lavoro per la sproporzione tra l’energia investita e gli esiti a cui può portare. Convenivamo ogni volta che comunque, almeno finora, abbia sempre prevalso il piacere nel fare documentari, per le relazioni che accendono e per l’intensità di ‘vita vissuta’ che lasciano in deposito.

“Se c’è un aldilà sono fottuto…” è un film che mi ha trafitto il cuore e Simone lo sa bene. Anche perché, nel mio piccolissimo, probabilmente mi sono permesso di immedesimarmi nella parabola umana e artistica di un outsider del cinema italiano convinto di morire come uno stronzo essendo riuscito a fare solo 3 film (stupendi). Ma non c’è “solo” questo, c’è anche il racconto in presa diretta dello splendido gesto d’amore di un grande attore che aiuta quel regista a terminare il suo terzo ed ultimo film mentre la sua vita svanisce. Il tutto rievocando le epoche, i luoghi e le vite ai margini che lui ha saputo ritrarre come mai nessun altro – mi viene da dire – dal punto di vista della strada.

Questo documentario era nella cinquina dei David di Donatello, con il nostro Selfie.

C’era anche “Citizen Rosi”, che, attraverso il ricordo amorevole di sua figlia Carolina Rosi, ripercorre il “cinema civile” dell’immenso Francesco Rosi e parallelamente la storia, soprattutto quella buia, del nostro paese e della ininterrotta trattativa tra Stato e Mafia. A proposito di mafia, c’era anche “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco che, per dirla con le parole del suo geniale autore, “è un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction (…) L’idea, insomma, è che tutto si può fare, tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici.“; E c’era “Fellini fine mai”, di Eugenio Cappuccio, una dedica al regista italiano più celebrato della storia del cinema raccontato dal punto di vista di un bravo regista che aveva avuto il privilegio di fargli da assistente, e che ora ci rende partecipi di quella fortuna svelandoci, con affetto, nostalgia e ironia, aspetti ed episodi preziosi finora sconosciuti.

Questi 5 film selezionati in cinquina, sono solo una parte degli oltre 100 documentari che vengono prodotti in Italia ogni anno, con uno sforzo quasi eroico. Molti di questi (quasi tutti, nel nostro piccolo, da noi presentati nell’ostinato Apollo Undici) vengono invitati in tantissimi festival internazionali e raccolgono successi di critica, pubblico e premi. Sono, come direbbe il mio produttore italiano Gianfilippo Pedote, “un ramo fiorente sul tronco della grande tradizione del cinema italiano nel mondo”.

Tra gli altri titoli di quest’anno, ricordo per esempio quelli di due giovani adorabili colleghi con cui ho condiviso esperienze indimenticabili a Berlino, Mosca, New York, Sydney dove l’uno o l’altra presentavano le loro sorprendenti opere prime che lasciano presagire un bellissimo proseguo di carriera: “La scomparsa di mia madre” di Beniamino Barrese, il racconto di un amore tra un figlio meraviglioso e una madre stupenda che, dopo essere stata la prima top model italiana della storia, si batterà contro la mercificazione del corpo delle donne e “Normal” di Adele Tulli, un originalissimo e lucido viaggio negli aspetti patologici della cosiddetta normalità, attraverso una riflessione sull’impatto che ha sulle nostre vite la costruzione sociale dei generi.

Ricordo anche “Scherza con i fanti” di Gianfranco Pannone & Ambrogio Sparagna, un film ‘pacifista’ che ripercorre con leggerezza e ironia, attraverso suggestive immagini di repertorio, straordinari arrangiamenti di musiche della tradizione popolare e pagine di diari dal fronte, il rapporto tra il popolo e l’esercito. E ci sono anche gli ottimi “Bajkonur, Terra” di Andrea Sorini, “Il pianeta in Mare” di Andrea Segre, “Vivere che rischio” di Alessandro Rossi Rossi e Michele Mellara e potrei continuare a lungo, scusandomi per quelli che ora non riesco a citare.

Siamo in molti a pensare che questo patrimonio di creatività e professionalità rappresenti uno dei terreni più fertili di ricerca e di innovazione dei linguaggi e delle tecniche del cinema. Una “postazione della memoria”, per dirla con Ermanno Olmi, che fotografa il presente, anche per tramandarlo alle generazioni future, per ricordare loro come eravamo, ma che lo fa comunque attraverso la creazione di un linguaggio, che non si limita a registrare passivamente quello che succede, ma si pone domande, sperimenta, crea, finendo così per fertilizzare tutto il cinema.

Soprattutto la cinematografia del reale porta sullo schermo le facce della gente comune, gli eroi del quotidiano, i poveri cristi, persone che si mostrano alla telecamera come sono, senza trucco e parrucco, mostrando alloggi veri e non ricostruiti da pur bravissimi scenografi, offrendo al pubblico, anche negli aspetti più intimi, la loro vita reale, la fatica, i sogni, le sconfitte, le umiliazioni, le speranze, gli errori, le ripartenze, le nascite e le morti. Perché i protagonisti del cinema del reale prima che personaggi sono persone, la cui vita continua dopo i titoli di coda. Le loro storie sono le nostre storie, ci assomigliano, sono come noi.

Nell’edizione di quest’anno dei Premi David di Donatello, è capitato che nella categoria Miglior Film, arrivassero belle e importanti opere di fantasia di maestri veterani ed emergenti, che raccontano (4 su 5) epoche passate o fiabesce. La categoria dei film dal vero avrebbe potuto essere celebrata come un ottimo complemento a quel cinema: perché è un incredibile patrimonio di storie vere che per essere raccontate coinvolge ogni anno migliaia di professionisti, e perché gli spettatori amano sognare coi personaggi inventati grazie al genio di chi li crea, ma molti amano anche specchiarsi in persone come loro.

Sono stato onorato di aver condiviso questa avventura con colleghi così talentuosi e orgoglioso di far parte, da più di vent’anni, di questa meravigliosa comitiva di cineasti marginali e un po’ masochisti, come Vittorio De Seta o Cecilia Mangini, con cui ho avuto il privilegio di condividere bellissime esperienze: artigiani del cinema abituati più alle strade di periferia che ai red carpet.

E anche per questo ringrazio doppiamente chi fa il tifo per quelli come noi e ci incoraggia, raccontandoci che, a prescindere dalle ribalte, c’è bisogno anche del nostro “cinema”.

Ringrazio le sale coraggiose (sperando potranno presto riaprire) che ci ospitano e promuovono, anche se non portiamo loro titoli “commerciali”. Ringrazio tutti quelli che hanno scritto dei nostri film, facendoli conoscere, i festival che ci hanno invitati, il pubblico che ha fatto la fila per comprare il biglietto, i docenti di scuole e università che ci hanno invitato a mostrare e commentare le nostre fatiche ai loro studenti.

Ho ricevuto una quantità per me finora inimmaginabile di bellissimi messaggi, Un po’ alla volta cercherò di ringraziare tutti singolarmente, in un mesetto dovrei farcela. Oltre che affetto e stima, in molti mi hanno comunicato solidarietà o addirittura indignazione per il mancato collegamento: parlandomi di “discriminazione di genere” cinematografico, di “docufobia”… Vi devo però confessare che personalmente, pur amareggiato per la categoria e per quella nicchia di pubblico che invece ci sperava, l’ho vissuto come un sollievo il non dover fare il mio saluto alla nazione nel caso di una vittoria, che peraltro consideravo piuttosto improbabile.

Certo ci sarebbe stata bene una carezza virtuale a mio padre e mia madre che non posso abbracciare da mesi, in quanto reclusi in casa in un’altra regione per via del Covid, con la terribile preoccupazione dell’età e delle serie patologie pregresse: una piccola grande soddisfazione dopo che per anni, pur non avendo le possibilità, mi hanno aiutato i tutti i modi ad inseguire i miei sogni. E anche mia sorella, Maria Luigia Ferrente che mi aiuta da decenni senza mai comparire, avrebbe meritato quella carezza. Così come ci stava un messaggio d’amore (e solidarietà…) a mia moglie, Natalia Paoletti, a cui devo più che tantissimo, tra cui un figlio scugnizzo che ancora non ha capito (e, temo, ancora per molto, non capirà) che lavoro faccio, e che è ufficialmente offeso con Carlo Conti perché quando ha pronunciato il mio nome, non ha precisato che io fossi suo padre.

Io invece Carlo Conti lo ringrazio tantissimo anche perché non ha sbagliato il mio cognome, pronunciandolo correttamente con la “e” e non con la “a”. È come se mi avesse premiato due volte, facendomi recuperare un milione di punti con tutti i miei parenti in Italia e quelli emigrati nel mondo

Naturalmente ringrazio produttori, distributori, collaboratori (ognuno di loro avrebbe meritato la possibilità di concorrere ai David anche nella propria categoria) e tutti quelli hanno reso possibile l’esistenza di questo piccolo strano film.

Soprattutto ringrazio i meravigliosi Alessandro Antonelli e Pietro Orlando, le loro famiglie e quella di Davide Bifolco che ha creduto in questa sfida dal primo momento, sostenendomi e incoraggiandomi. Ecco, se avessero concesso anche a me un saluto, avrei ricordato ai milioni di telespettatori che questo premio si chiama come il ragazzino di sedici anni a cui il nostro piccolo film è stato dedicato. E anche questo premio lo dedico a lui, ai tanti Davide Bifolco e ai tanti Rioni Traiano del mondo.

Sia il papà di Davide che Pietro sono riuscito ad avvisarli per telefono, quasi in diretta, non avevano capito che la premiazione fosse venerdì e quindi non la stavano guardando in tv. Erano molto felici. Pietro mi ha detto che questa era la prima bella notizia dallo scoppio della pandemia, che lo ha costretto ad interrompere il lavoro appena faticosamente trovato da parrucchiere. Alessandro non mi ha risposto, a quell’ora già dormiva e la notizia l’ha scoperta l’indomani alle 5,00, l’ora in cui si alza per andare ad aprire il “Bar Cocco”. È scoppiato a piangere.

Agostino Ferrente

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 14 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 14 Maggio 2020

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