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DOPO IL LOCKDOWN

Il quadro sulle biblioteche e sugli archivi di Napoli, tra tagli e distanziamenti

Beni Culturali | 12 Settembre 2020

Il 9 marzo 2020 biblioteche e archivi, come il resto delle istituzioni del settore culturale, hanno subito una brusca e improvvisa chiusura. L’illusione che il contagio da covid-19 fosse lontano dall’Italia è durata poco e, nel giro di qualche settimana, il nostro paese è stato tra i primi a subire gli effetti di questa terribile pandemia, di cui ancora oggi si contano le vittime e gli ingenti danni al sistema economico nazionale.

Nei primi giorni di quarantena istituzioni culturali principalmente caratterizzate da un rapporto diretto con il pubblico, come biblioteche e archivi, hanno dovuto progettare nuovi metodi di fruizione dei servizi, reinventando la propria proposta culturale con il ricorso alle nuove tecnologie, incluso l’utilizzo di social media. Se da un lato la sfida è stata accolta con favore, trovando preparate quelle realtà potenzialmente più ricche e finanziate a livello statale, per le altre, quelle dislocate lontane dai grandi capoluoghi o dalle province più densamente abitate, il lockdown ha coinciso con l’interruzione dei servizi o la radicale limitazione di questi.

Il principio fondamentale di archivi e biblioteche, intesi come luoghi di aggregazione, di studio, di ricerca e di promozione della formazione sociale è venuto a mancare nella maggior parte dei casi. Un problema, questo, non certamente imputabile agli operatori del settore che, con sacrificio e grande forza d’animo, hanno cercato di soddisfare le esigenze dell’utenza dalle postazioni di lavoro organizzate nelle loro case.

Quando il Governo italiano ha dato il via libera alla ripresa parziale della attività produttive, il settore dei beni culturali non è stato riaperto e i suoi operatori, che avrebbero potuto svolgere le loro mansioni in maniera certamente più ottimale nei loro uffici, hanno continuato a lavorare in smart working. Impossibile sarebbe stata una riapertura al pubblico, ma di sicuro permettere ad archivisti e bibliotecari di ritornare alle proprie sedi avrebbe reso il servizio più efficiente e facilmente gestibile.

Messi da parte tutti i “se” e tutti i “ma”, il 18 maggio è iniziata, lentamente, la riapertura di questi luoghi, ma a che condizioni? Certamente non le più ottimali. Nel rispetto delle regole di distanziamento sociale e anti diffusione del virus, le aperture sono state parziali, contingentate e rese inefficienti in termini di tempistiche. Oggi, infatti, per chiunque volesse consultare un documento o un volume è necessaria, quasi ovunque, una prenotazione della propria postazione attraverso siti internet e app. Un sistema rivoluzionario e poco utilizzato in precedenza che, tuttavia, anziché invogliare alla consultazione dissuade da qualsiasi tentativo di accesso a biblioteche e archivi, tranne nel caso di estrema necessità.

Per accedere, ad esempio, alla Biblioteca Nazionale di Napoli, aperta dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 14.00, è necessario iscriversi ai servizi online, registrarsi agli stessi, ricercare il documento di cui si necessita, inviare una richiesta di consultazione o prestito e aspettare l’esito della procedura. Se la richiesta viene accettata si è allora convocati in un giorno e in un orario preciso e, previa misurazione della temperatura, si accede ai locali.

Stessa situazione per la Biblioteca di area umanistica (BRAU) con ingresso consentito in due fasce orarie: 9.00-12.00 e 12.15-15.15 dal lunedì al venerdì, con la chiusura dell’ufficio di distribuzione e prestito alle 13.30.

Più accessibile risulta invece la Biblioteca Universitaria, aperta dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 15.00, con capienza massima di quaranta unità: 20 prenotate tramite sito internet e 20 per chi decide all’ultimo momento di usufruire dei servizi bibliotecari.

L’Archivio di Stato di Napoli è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8.00 alle 14.30 e il sabato dalle 8.00 alle 14.00, per un massimo di 12 unità, su prenotazione e con l’obbligo di indossare, oltre alla mascherina, anche i guanti.

Sulle biblioteche comunali, invece, risulta non poco difficile reperire informazioni, essendo prive di siti internet specifici (l’unico è quello del Comune), con la necessità di ricorrere a numeri di telefono ed email e, nei casi più fortunati, anche alle pagine facebook o instagram. Il problema delle biblioteche civiche è forse il più cocente: in questi luoghi ogni giorno si riunivano gruppi di ragazzi per prepararsi ai test scolastici, giovani universitari in cerca di posti dove studiare tranquillamente, anziani che leggevano per ore libri e giornali, richiedenti asilo che consultavano libri per imparare la nostra lingua. Questo microsistema culturale, spesso arricchito dall’organizzazione di eventi collaterali, come conferenze, incontri di lettura, seminari e corsi di formazione, è praticamente crollato, sostituito, lì dove è stato possibile, da webinair, podcast e video. Ma non tutti posseggono a casa una rete internet e non tutti quelli che la posseggono sanno utilizzarla e risulta, dunque, questa l’utenza maggiormente mortificata dalle restrizioni causate dal covid-19.

A queste limitazioni temporali in situ, si aggiungono poi le limitazioni a cui sono soggetti i documenti consultati o prestati: 7 giorni di quarantena prima che possano essere nuovamente fruibili da altri. Questa decisione presa in via precauzionale – perché non esistono attualmente degli studi scientifici completi sulla sopravvivenza del virus sulle superfici cartacee – è stata proposta dall’Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro.

Sia chiaro, non è un problema solo napoletano: tutte le biblioteche – in Italia se ne contano circa 18.000 – e tutti gli archivi italiani sono in forte difficoltà. Molte presentano servizi esternalizzati affidati a cooperative che si trovano adesso ad affrontare una forte crisi finanziaria, con la conseguente messa in cassa integrazione di molti dei propri operatori, non potendo garantire i consueti orari di apertura. I tagli ai finanziamenti e il precariato in cui versano i nostri istituti culturali è questione di vecchia data che risale a molto prima della diffusione del covid-19. Il virus ha solo evidenziato dei problemi già noti: mancanza di fondi, di piani strategici volti al rafforzamento dei centri culturali, e l’assenza della digitalizzazione dei servizi, soprattutto per quegli istituti più piccoli che non sono stati assolutamente in grado di fare fronte all’emergenza sanitaria, non potendo offrire delle valide alternative al servizio di front office.

Alla luce di quanto evidenziato ci chiediamo quando saranno prese delle serie decisioni in merito a questo problema dell’apertura parziale di archivi e biblioteche che vede nascerne di nuovi: mancanza di spazi di aggregazione culturale, incapacità di fare fronte alla formazione degli utenti non in possesso di collegamenti internet e di disponibilità economiche per l’acquisto di libri, blocco della ricerca per alcuni studiosi, difficoltà per gli utenti non alfabetizzati digitalmente nel prenotare documenti e incapacità delle piccole realtà di digitalizzare i propri servizi per mancanza di fondi e di personale qualificato.

Martina Di Domenico

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 12 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 14 Settembre 2020

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