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Il tifo organizzato napoletano e la sua crisi di valori, tra slogan disattesi e maglia disonorata

Sport | 29 Aprile 2019

Il clima a Napoli intorno al Napoli ha assunto toni e livelli a dir poco esasperati.

Per certificarlo non occorreva di certo l’episodio eclatante di ieri pomeriggio a Frosinone, con Callejon che si è visto rigettare in campo la maglia con cui aveva omaggiato i tifosi al termine del match. Abbiamo semplicemente avuto la conferma che la contestazione, che prosegue ormai da diverse settimane, non risparmia proprio nessuno.

Società, presidente, allenatore, giocatori. Adesso perfino la maglia, baluardo per antonomasia di quegli imprescindibili valori di fede, attaccamento e identità di cui, da sempre, il tifo organizzato si fa portatore.

“Tutti passano, la maglia resta”, “Al di là del risultato”. L’epoca degli slogan avidamente sdoganati e puntualmente disattesi ha così trovato terreno fertile anche nel mondo del calcio e dei suoi seguaci.

E lo ha fatto nel modo più paradossale possibile. Nel giorno in cui il Napoli otteneva la quarta qualificazione di fila alla Champions League. Nel giorno in cui Mertens, prima ancora di ritrovarsi a chiedere “perché?” ai suoi tifosi per quel gesto, raggiungeva Maradona – alla Maradona – per numero di gol in azzurro in campionato.

E, morale della favola, nello stesso giorno in cui proprio Callejon festeggiava le sue 300 presenze con la maglia del Napoli. Trecento, in sei stagioni. Cinquanta partite di media ogni anno, su e giù per la fascia destra ad inseguire avversari e disorientare terzini.

Per la serie: non solo si è disonorata la maglia, ma si è addirittura scelta quella del calciatore meno indicato da additare e mortificare nel nome di una “guerra di bande” che non comprendiamo, né tanto meno giustifichiamo.

Guerra a cui si è ufficialmente iscritto anche il Calcio Napoli che, stamane, per la gara di domenica prossima al San Paolo con il Cagliari, ha fissato il prezzo delle Curve a 30 euro. Il doppio rispetto ai canonici 14/15 euro fin qui praticati per le partite contro avversari non propriamente di cartello.

Una scelta, chiaramente collegata a quanto avvenuto ieri a Frosinone, che facciamo fatica a comprendere, poiché colpisce la totalità dei tifosi dei settori popolari di Fuorigrotta e che non avrà altro effetto che quello di gettare ulteriore benzina sul fuoco della contestazione.

Contestazione che, oggi, ha trovato terreno fertile in una stagione sportiva senza alcuna ombra di dubbio avara di emozioni e di sussulti, ma – oggettivamente – tutt’altro che fallimentare sul piano dei risultati sportivi, col Napoli saldamente secondo in campionato, eliminato ai quarti di finale di Europa League dall’Arsenal e uscito dalla Champions League per un solo gol di differenza rispetto al Liverpool, vice-campione d’Europa e attuale semifinalista della rassegna.

Nel mezzo l’unico grande rammarico dell’eliminazione in Coppa Italia, in casa del Milan, nell’anno in cui anche la Juventus aveva alzato bandiera bianca, perdendo contro l’Atalanta, finalista della competizione.

Ecco, ci saremmo attesi e avremmo desiderato tutti un Napoli più coriaceo e battagliero, soprattutto nella seconda metà di annata. Ma, delusioni a parte, il rettangolo verde non ha affatto restituito uno scenario tale da giustificare questo clima di lotta tra fazioni – da ultimi Sarristi/Papponisti contro PappaBoys – che ha gettato nell’esasperazione totale il dibattito calcistico cittadino.

Esasperazione che fa rima con contraddizione, laddove quel “meritiamo di più” cantato e preteso dalle due Curve del San Paolo – anche in trasferta – ben si presta per descrivere contraddizioni e disequilibri di una nutrita parte della tifoseria organizzata che, nello sbandierare la sua unicità, ha finito col smarrire totalmente il senso del limite e, soprattutto, della realtà.

Perché la Napoli calcistica oggi è surreale. E rischia di affidare la sua immagine, quest’anno ancor più che in passato, ad una minoranza di persone che ha trasformato il tifo da atto di supporto, volontario e non coercitivo, in un esercizio di pretesa, talvolta anche con fini e modi intimidatori.

E che ieri, dulcis in fundo, è arrivata finanche a sconfessare quella narrazione epica fatta di “sacrifico, coerenza e mentalità” su cui ha storicamente costruito un’identità che oggi vacilla e che, francamente, facciamo una grande fatica a legittimare e specchiarci.

E chi scrive frequenta regolarmente lo stadio, in casa così come in trasferta.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 29 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 29 Aprile 2019

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