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ECCELLENZE DEL SUD

Intervista con Antonio Perreca, un ricercatore bacolese nella squadra del Nobel

Altri Sud, Emigrazione, Istruzione, scuola, università, Mondo | 9 Ottobre 2017

Quest’anno il premio Nobel parla anche bacolese. Identità insorgenti ha incontrato Antonio Perreca, membro del team dell’osservatorio LIGO, che ha fatto notizia lo scorso anno per la scoperta delle onde gravitazionali a seguito del progetto di Rainer Weiss, Barry C. Barish e Kip S. Thorne, che hanno materialmente ricevuto il premio come ideatori di un progetto di ricerca che coinvolge oltre 60 università in tutto il mondo, con una squadra di circa mille ricercatori, tra cui anche diversi napoletani.

E’ ancora emozionato Antonio, non tanto per il premio, quanto per la scoperta in sé, arrivata dopo anni e anni di studio, ben dodici nel suo caso. Una scoperta arrivata dopo un salto nel vuoto, perché “non avevamo nessuna sicurezza sull’esistenza delle onde gravitazionali; c’erano, si, le previsioni di Einstein, ma bisognava dimostrarle praticamente: dimostrare qualcosa che era stato soltanto calcolato su carta, ma non eravamo certi che fosse possibile, e soprattutto quando sarebbe accaduto. Einstein stesso ad un certo punto abbandonò l’idea, dicendo che magari le onde gravitazionali non esistevano neppure, e se anche fossero esistite l’essere umano non avrebbe mai potuto captarle, perché troppo deboli. Invece, l’essere umano ha creato uno strumento di misura che è la macchina più accurata che l’uomo abbia mai costruito “.

Una scoperta, quella delle onde gravitazionali, arrivata il 14 settembre 2015, ma comunicata al mondo solo dopo circa sei mesi, l’11 febbraio 2016. Antonio era sul posto quando è stato captato il primo segnale ed è ancora emozionato quando ne parla, con un tono quasi di adorazione. La sua voce cambia, il volto si illumina, l’entusiasmo e la passione ti contagiano e, anche se sei completamente profano all’argomento, ti sembra quasi di essere lì con la squadra. “Quando è arrivato il segnale non eravamo sicuri che fosse vero, perché era perfetto, troppo bello per essere vero: era esattamente come Einstein aveva predetto. Abbiamo passato sei mesi a ricontrollare tutto, cavo per cavo, per capire se questo segnale potesse essere stato ricreato a distanza da un hacker, uno così bravo da far apparire quasi nello stesso istante, con una differenza di sette millisecondi, lo stesso segnale su entrambe le antenne (interferometri) presenti in America, che sono a 4000 km di distanza l’una dall’altra”.

Il progetto LIGO prevede infatti due interferometri, uno nel sud degli Stati Uniti e uno a nord-ovest. E’ qui che Antonio ha lavorato fino a pochi mesi fa, dopo una tesi di laurea sulle onde gravitazionali discussa a Napoli e un dottorato in Inghilterra.

Ma cosa sono, esattamente, le onde gravitazionali? Sono delle onde che si generano quando un avvenimento turba lo spazio, come i cerchi d’acqua compaiono quando si butta una pietra in acqua. Queste onde sono generate da eventi catastrofici, e viaggiano alla velocità della luce raggiungendo, poi, la terra sotto forma di vibrazioni; per meglio dire, esse sono “increspature” dello spazio.

Le macchine costruite attraverso i progetti LIGO e Virgo permettono di misurare queste vibrazioni, che possono poi essere analizzate per capirne le caratteristiche. Una volta captate le onde, si può risalire anche al tipo di evento che le ha generate: nel caso della prima onda registrata nel 2015, si trattava della fusione di due buchi neri avvenuta un miliardo e quattrocentomila anni fa. “Con l’osservazione non si può arrivare così lontano nel tempo e nello spazio, quindi non guardiamo più l’universo: lo ascoltiamo. Le informazioni che queste onde trasportano sono importantissime, perché essendo così piccole non interagiscono con la materia, e arrivano a noi incontaminate”.

Costruendo macchine man mano più sensibili, saremo capaci di captare onde che arrivano anche da più lontano, e contemporaneamente di captare onde più vicine ma più deboli. Lo scopo della ricerca è quello di  effettuare una mappatura dell’universo attraverso l’analisi delle onde gravitazionali e degli eventi che le hanno causate. L’obiettivo finale, è di risalire alle onde più lontane nel tempo, fino a scoprire l’origine dell’universo.

Dopo le prime due antenne, in America, è subentrata da poco anche un’antenna italiana, che ha captato la sua prima onda lo scorso 14 agosto. “La presenza di tre interferometri in diversi punti del mondo permette di localizzare “esattamente” la provenienza dell’onda, mentre avendone solo due si può localizzare un’area, ma con un margine di errore troppo grande per avere una mappatura esatta. Nei prossimi vent’anni, la prospettiva è di avere almeno quattro o cinque antenne in diversi punti del mondo, cosa che permetterà una precisione enorme. Inoltre, indirizzando i satelliti verso un punto preciso, è possibile anche osservare altri effetti associati alle onde gravitazionali, creando una reazione a catena”.

Oggi Antonio è tornato in Italia, dove c’è un’altra antenna che fa parte del progetto associato Virgo, e insegna all’università di Trento, che sta costruendo un laboratorio per permettergli di importare quello che ha imparato nei suoi sei anni in America e poter continuare la ricerca, ma appena può torna al suo paese di origine, Bacoli, con cui ha un legame di amore profondo e viscerale, anche grazie alla presenza della sua famiglia e della figlia.

Potremmo fare tanto di più, tantissimi italiani si affermano all’estero. Io ho la fortuna ora di poter essere docente a Trento, ma non deve esserci sempre una scoperta secolare per poter fare il proprio lavoro nel proprio paese. Negli Stati Uniti, la metà dei ricercatori è straniera: loro hanno i fondi, ma non hanno le menti. Da noi è il contrario: abbiamo tante eccellenze, ma sono costrette ad andare via. Questo fa molto male, fa molta rabbia. Quando ho discusso la tesi, io sapevo già che se avessi voluto continuare in questo settore sarei dovuto andare fuori”.

Nonostante la rabbia, però, la nostra chiacchierata si conclude con una nota di ottimismo: “Il motivo che mi ha spinto a tornare in Italia è anche questo. Ora che l’Italia mi offre una posizione più forte e più solida, ho pensato di rientrare per poter lanciare un messaggio, un messaggio di ottimismo da diffondere anche ai ragazzi a cui ho il piacere e la fortuna di poter insegnare.

Marica Mazzella

Un articolo di Marica Mazzella pubblicato il 9 Ottobre 2017 e modificato l'ultima volta il 10 Ottobre 2017

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