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ECUADOR

L’aumento del prezzo della benzina spinge il paese sull’orlo di una guerra civile

Altri Sud | 13 Ottobre 2019

Dal 3 ottobre scorso in Ecuador sono in corso manifestazioni antigovernative contro la decisione del presidente Lenin Moreno di revocare i sussidi sul carburante che duravano da oltre 40 anni. L’annuncio del Presidente ha portato ad un immediato aumento dei prezzi della benzina di oltre il 100%, portando dunque riflessi immediati sulla vita di tutti i cittadini ecuadoriani.

La misura di austerità è stata decretata dal governo per far fronte all’aumento del debito pubblico, recentemente lievitato per via di un finanziamento di 4,2 miliardi di dollari elargito dal Fondo Monetario Internazionale e finalizzato a risollevare l’economia del paese. Secondo la BBC i benefici che il governo otterrà dal taglio dei sussidi porterà alle casse del paese oltre 1,3 miliardi di dollari l’anno. Il taglio arriva in un contesto più ampio di “spending review” che ha portato a licenziamenti massivi di dipendenti statali e ad una massiccia apertura agli investimenti privati.

L’Ecuador ha inoltre annunciato proprio in questi giorni congedo dall’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) dal 1 Gennaio 2020. Il paese ha abbandonato l’organizzazione con l’obiettivo di aumentare le esportazioni senza avere il vincolo di “quote di esportazione” fissate dall’OPEC scommettendo su nuovi pozzi di petrolio nel blocco Ishpingo-Tambococha-Tiputini.

E’ lecito pensare che il connubio tra “addio all’OPEC” e “eliminazione sussidi” porterà ad una fisiologica privatizzazione dei pozzi petroliferi o comunque ad un intenzione di proseguire in questa direzione.

La protesta

Gli scioperi sono cominciati circa due settimane fa con le proteste di tassisti, trasportatori e comunità indigene che hanno bloccato le stazioni di rifornimento lasciando il paese a secco di carburante.

Le auto non riescono a rifornirsi,  le merci non arrivano a destinazione e tantissime attività sono state costrette ad abbassare momentaneamente le saracinesche. La tensione ormai è altissima e gli scontri tra manifestanti e polizia sono quotidiani e fanno da sfondo al dramma vissuto nel paese. I dimostranti chiedono il ritiro immediato del pacchetto di misure di austerità che ha nell’eliminazione dei sussidi al carburante solo la punta dell’iceberg.

Nella giornata di venerdì la proposta di dialogo del governo è stata prontamente respinta dai leader indigeni che dal canto loro non accettano alcuna trattativa: “vogliamo che sia chiaro che chiediamo soltanto la cancellazione di un decreto che colpisce tutti gli ecuadoriani, non siamo qui per distruggere la capitale” ha dichiarato uno dei leader della protesta intervistato da Euronews.

Secondo fonti governative dall’inizio della protesta ci sono stati oltre 780 arresti  (180 solo a Quito), centinaia di feriti e almeno 5 le morti “sospette” . L’ultimo – secondo il bilancio dell’associazione non governativa “Defensoria del Pueblo” – è Inocensio Tucumbi, capo della Confederazione delle Comunità indigene (CONAIE).

Lo scorso 8 ottobre un gruppo di manifestanti ha occupato la sede del parlamento ma senza grossi risultati.

Vista l’escalation di proteste il presidente Lenin Moreno ha dichiarato uno stato di emergenza della durata di due mesi, ha imposto un coprifuoco in alcune aree del centro della capitale Quito e soprattutto ha deciso di spostare il governo da Quito alla città costiera di Guayaquil, dove per ora le proteste, per il momento, sono meno intense.

Le reazioni delle istituzioni

La commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) ha ribadito la sua preoccupazione per questa escalation di violenza ed ha esortato il governo (…) ad indagare sui fatti “commessi da diversi attori, principalmente quelli causati da un uso eccessivo della forza”.

Il governo di Quito minimizza e allontana qualsiasi accusa di ingerenza facendo leva sul concetto  di “destabilizzazione esterna” secondo cui le proteste sarebbero orchestrate dal suo predecessore ed ex alleato Rafael Correa in collaborazione con Nicolas Maduro per via della sua opposizione al governo chavista. Ad avvalorare questa teoria il vicepresidente Otto Sonnenholzner che mercoledì ha dichiarato ad una rete nazionale che almeno 27 “stranieri” sono stati arrestati a Guayaquil: “nelle manifestazioni, gli stranieri che sono stati arrestati dichiarano di aver ricevuto tra i 40 e i 50 dollari per partecipare alle manifestazioni”.

L’ex presidente Correa, intervistato dall’emittente spagnola RT, ha respinto ogni accusa :” Moreno è da più di un anno e mezzo che mi da la colpa di tutti i problemi del paese: dai problemi economici alla crescita della criminalità, si assuma le sue responsabilità”.

Intanto si teme che l’aumento del prezzo della benzina possa avere risvolti immediati su tutti i beni, compresi quelli di prima necessità, cosa che trascinerebbe il paese in una vera e propria guerra civile paura che evidentemente ha contagiato anche la ministra dell’interno Maria Paula Romo che ha aperto ad una mediazione delle Nazioni Unite e della Conferenza episcopale pur di evitare un escalation di violenza.

Il governo intanto ha presentato un pacchetto di misure al fine di “compensare gli effetti della fine del sussidio” ma la CONAIE continua a rifiutare qualsiasi negoziazione assicurando che le proteste continueranno “fino a quando il Fondo monetario internazionale (FMI) lascerà l’Ecuador”…libero di autodeterminare il proprio futuro.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 13 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 13 Ottobre 2019

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