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EFFETTO GATTUSO

Dati e spunti di riflessione sulla metamorfosi del Napoli

Sport | 7 Luglio 2020

Con la partita di domenica sera contro la Roma, Gattuso ha disputato le sue prime 21 partite sulla panchina del Napoli. Le stesse, in stagione, del suo predecessore Carlo Ancelotti. 21 match a testa, equamente suddivisi tra campionato e coppe: 15 in Serie A e 6 nelle altre competizioni. Ancelotti ha disputato (e superato) il girone di Champions League, mentre Gattuso – oltre a giocare la gara di andata degli ottavi di finale col Barcellona – ha iniziato e concluso il vincente percorso in Coppa Italia.

Coccarda tricolore e Champions League non sono di certo paragonabili, ma è lecito ricordare che gli Azzurri, nel cammino verso la vittoria, hanno eliminato e sconfitto le prime tre squadre dell’attuale torneo di Serie A: Lazio, Inter e Juventus.

Diamo i numeri

Potrebbero bastare le sei vittorie nelle ultime sette gare di campionato disputate, oltre al trofeo nazionale messo in bacheca, per certificare il cambio di rotta attuato dagli Azzurri da quando Gattuso ha preso il timone della squadra. Con un campione di incontri equivalente a disposizione si possono, però, indagare i numeri e individuare ulteriori elementi di riflessione sui progressi compiuti dal Napoli.

Partiamo da un dato che accomuna i due percorsi: gli Azzurri, in Coppa, non hanno mai perso. Le 10 sconfitte stagionali – 4 con Ancelotti, 6 con Gattuso – sono tutte arrivate in campionato. Più della metà (6) al San Paolo, dove il Napoli ha avuto lo stesso (basso) rendimento con entrambi gli allenatori: 11 punti raccolti da Ancelotti, 12 da Gattuso, che a Fuorigrotta ha però vinto gli ultimi tre incontri casalinghi consecutivi (Torino, Spal e Roma).

Più in generale, l’inversione di tendenza attuata da Gattuso è direttamente ravvisabile nel maggior numero di punti fatti (27-21). Con Ringhio, il Napoli ha vinto il 60% degli incontri giocati in campionato (61,9% stagionale). Con Ancelotti si era fermato appena al 33,3%, con un 38,1% su base totale. Tradotto in media punti, si è passati dal 1.4 di Carletto all’1.8 di Ringhio, nonché dall’1.26 del girone di andata al 2.18 del girone di ritorno, in cui gli Azzurri hanno totalizzato appena 4 punti in meno della Juventus, 3 dell’Atalanta e 1 della Lazio.

Una ritrovata consapevolezza

Il Napoli, quindi, vince più partite e conquista più punti. Gli Azzurri, però, han segnato di meno (30 gol con Gattuso, 35 con Ancelotti), han subito lo stesso numero di reti (23) e han tenuto la porta inviolata in meno occasioni (5, di cui appena 2 volte in campionato) rispetto alla precedente guida tecnica (7).

E’ intorno a questo aspetto che ruota, in modo particolare, la metamorfosi vissuta – e ancora in divenire – dal gruppo azzurro. Perché le statistiche relative non ci offrono un Napoli più spettacolare o più solido, mentre quelle assolute descrivono una squadra più consapevole, pragmatica e risolutrice. Senz’altro più concentrata nell’arco dei 90 minuti e in costante ricerca della maturità necessaria per compiere, a ogni livello, l’agognato e necessario salto di qualità.

Un Napoli che vuol somigliare al suo allenatore, che ne ha sposato la filosofia (molto più “liquida” e “camaleontica” di quel che i diktat mediatici impongono) dopo aver rigettato metodi e idee del suo predecessore. In sintesi, un Napoli in salute, che alimenta rimpianti per ciò che poteva essere e che, guardando al futuro, consente di ritrovare ottimismo e fiducia.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 7 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 7 Luglio 2020

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