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EGITTO

Perché l’arresto di Zaky imbarazza l’Italia

Altri Sud | 15 Febbraio 2020

Capelli ricci e occhialini alla Groucho Marx, vocazione per i diritti umani e un sorriso contagioso: è Patrick George Zaky lo studente egiziano ventisettenne dell’Università di Bologna arrestato venerdì scorso in Egitto dove si era recato per trascorrere una breve vacanza dai parenti.

Una volta atterrato al Cairo è iniziato l’incubo: un interrogatorio-tortura durato 17 ore in cui nessuno ha avuto sue notizie.

Secondo l’associazione per i diritti umani EIPR (Egyptian initiative for personal rights), con cui lo studente collabora dal 2017, in quel lasso di tempo Patrick è stato:”bendato, picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su varie questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo”.

Dopo il “rapimento” l’arresto ufficiale e il trasferimento prima nel carcere di Mansoura, sua città natale, poi a Talkha in altra struttura detentiva dove ha potuto finalmente incontrare i genitori seppur per pochissimi minuti.

Stando a quanto riportato dal legale del ragazzo, intervistato dal giornale egiziano indipendente madamasr.com, il rapporto della polizia ha però cancellato dai verbali la fase dell’interrogatorio parlando di un “arresto ad un posto di blocco nella sua città natale” in virtù di un mandato emesso nel settembre 2019.

Al momento Patrick si trova in custodia cautelare dove resterà per 15 giorni. Custodia a cui i legali dello studente hanno fatto ricorso portando il giudice del riesame ad indire un’udienza per domani. Se il ricorso verrà accolto, Zaky sarà scarcerato.

In caso contrario resta l’udienza del 22 Febbraio in cui il tribunale deciderà se prolungare o meno la custodia cautelare per altri 15 giorni.

Gli appelli di società civile, istituzioni e associazioni

In tutta Europa le mobilitazioni che chiedono il rilascio dell’attivista si moltiplicano. Da Milano a Berlino, passando per Granada e Bologna. Ed è proprio a Bologna che i colleghi dell’Università di Patrick stanno manifestando dal 10 Febbraio scorso al grido “Libertà per Patrick”. Appello seguito e rilanciato da molti enti tra cui Amnesty International con una raccolta firme, la stessa EIPR e molte associazioni pubbliche e private.

Naturalmente anche la famiglia Regeni segue la vicenda con empatia e trasporto:”Se si vuole veramente salvare la vita di questo ragazzo occorre che i Paesi che si professano democratici abbiano la forza e la dignità di dichiarare l’Egitto Paese non sicuro e richiamare immediatamente i propri ambasciatori. Il resto sono prese in giro” indicando, forti della drammatica esperienza vissuta con Giulio, la strada da seguire, senza se e senza ma.

Gli fa eco il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, che ha “imposto” all’Egitto di liberare Patrick per evitare ripercussioni diplomatiche: “Chiedo che Patrick Zacky venga Immediatamente rilasciato…Voglio ricordare alle autorità egiziane che la Ue condiziona i suoi rapporti con i paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili, come ribadito da molte risoluzioni approvate dal parlamento”.

Dall’Italia invece sono arrivate parole tiepide dal Ministro degli Esteri Di Maio che ha “respinto” l’appello dei Regeni sul ritiro dell’ambasciatore in Egitto in quanto a suo avviso sarebbe :”utile per Zaky e per Giulio”. Quanto al ricercatore egiziano il Ministro si è limitato a dire: “L’Italia segue la vicenda”.

20 miliardi di motivi dietro il silenzio del governo italiano

Come dichiarato dal presidente Sassoli “il rispetto dei diritti umani condiziona i rapporti tra paesi terzi e UE” o almeno dovrebbe, perchè a quanto pare all’Italia basta il rispetto degli accordi economici.

Così, mentre noi continuiamo a chiedere Verità per Giulio e Libertà per Patrick, i nostri rappresentanti continuano gli affari d’oro col regime egiziano anzi, li intensificano.

A partire dagli investimenti dell’ENI nei gasdotti di Zohr, definiti (testualmente dal sito ufficiale dell’ENI): “la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo” in cui la società italiana ha investito oltre 13 miliardi di dollari.

Le intese con l’Egitto però non si fermano ai gasdotti. A dicembre scorso l’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini ha tenuto colloqui con il Ministro egiziano della produzione militare, Mohamed al-Assar, allo scopo di rafforzare la cooperazione congiunta nel settore manifatturiero per la difesa e le industrie civili. Cooperazione che ha portato l’Italia a stipulare un’altro contratto da ben 9 miliardi di dollari, incentrato sulla fornitura di quattro fregate Fremm (portaerei prodotti da Fincantieri), pattugliatori, 24 cacciabombardieri Tifone, ad aerei da addestramento Macchi M-346.

Insomma pare che il caso Regeni abbia portato paradossalmente ad un intenso dialogo sull’asse Italia-Egitto anzichè al blocco morale che ci si aspettava.

Dialogo che adesso mette l’Italia in un imbarazzante empasse sul caso Zaky, in cui una dura condanna potrebbe pregiudicare i rapporti economici con il paese nordafricano e il silenzio potrebbe allontanare l’elettorato.

E mentre i nostri rappresentanti contribuiscono alle violazioni dei diritti umani dell’Egitto noi continueremo a chiedere Verità per Giulio e Libertà per Zaky sentendoci un pò meno italiani ma sempre più umani.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 15 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Febbraio 2020

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