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Trenta miliardi di euro è il costo stimato del capitale umano meridionale emigrato al Centro-Nord negli ultimi 15 anni

News | 9 Novembre 2017

NAPOLI, 9 NOVEMBRE – In un precedente articolo (clicca qui) vi abbiamo parlato della crescita economica della Campania secondo l’ultimo rapporto Svimez presentato lo scorso 6 novembre 2017 alla Camera dei Deputati. Il Mezzogiorno – secondo le analisi dell‘Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno – è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese.

L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016. Le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media UE), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”.

La crescita economica del Mezzogiorno potrebbe dunque non bastare se non efficacemente e prontamente supportata da politiche strutturali e occupazionali di grande impatto sociale. La stretta interdipendenza tra Sud e Nord – come si evince dal Rapporto Svimez – necessita di politiche meridionaliste utili ad incentivare una crescita omogenea e, una volta per tutte, slegata da quelle correlazioni tossiche che hanno favorito la diffusione del clientelismo e della condizione di subalternità nella quale ristagna il Sud.

Non è dunque oro tutto ciò che luccica. A fare da controltare – come afferma la stessa Svimez – è il dramma sociale dell’emigrazione, un cancro endemico, capace di sfaldare decennio dopo decennio le famiglie e le comunità meridionali. Nel 2016 il Mezzogiorno si è svuotato di ben 62 mila abitanti, con un saldo migratorio negativo di quasi 28 mila unità. La Campania, ad esempio, nonostante la crescita, ha visto emigrare 9.100 abitanti, la Puglia 6.900 e la Sicilia ha perso ben 9.300 residenti.

Un danno stimato di circa trenta miliardi di euro, “migrati”, a braccetto con i giovani meridionali, in direzione delle Regioni del Centro-Nord, e in piccola parte all’estero. Una cifra che va ben al di là delle sterili polemiche sul residuo fiscale padano, un tributo drammatico e reiterato che minaccia di compromettere per generazioni il tessuto sociale ed economico del Sud. Parliamo di statistica: negli ultimi 15 anni, 200 mila laureati meridionali sono stati costretti ad emigrare.

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 9 Novembre 2017 e modificato l'ultima volta il 9 Novembre 2017

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