sabato 15 dicembre 2018
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EREDI

Con i pronipoti di Vincenzo Gemito nella “Fonderia Gemito” tra storia e memorie di vita vissuta

Fonderie Gemito
Storia | 4 Dicembre 2018

Per la seconda puntata di Eredi, dopo la prima puntata dedicata a Eduardo Scarpetta e al suo trisnipote Eduardo, che potete recuperare qui, siamo andati a incontrare Francesco e Andrea Guerritore, pronipote e trisnipote di Vincenzo Gemito. 


Nel 2019 cadranno i 90 anni dalla morte di Vincenzo Gemito. Se Napoli appare fredda rispetto alla ricorrenza di uno dei suoi più grandi geni, non è lo stesso per alcuni luoghi “cuore” della storia del nostro scultore. E’ un francesce, Silvain Bellenger, direttore di Capodimonte, l’unico che sta lavorando seriamente  – affiancato dagli esperti gemitiani partenopei dei vari musei – per celebrare questa ricorrenza: con una mostra al Petit Palais di Parigi, che si aprirà ad ottobre 2019 e che vedrà coinvolti anche altri spazi museali napoletani, da Palazzo Zevallos alla Galleria di Belle Arti, che presteranno ciascuno le proprie opere per la prima personale che la Francia dedicherà a Vicienzo.

Le tracce di Gemito, a Napoli, dentro i musei, sono molto variegate, numerosissime. E come sapete le stiamo raccogliendo per proporre, nel 2019, come Identità Insorgenti, un piccolo omaggio video per questo grandissimo genio partenopeo.

Quelle viventi, invece, sono più nascoste: hanno natura discreta, ma conoscono la storia meglio di chiunque, qui a Napoli. Francesco e Andrea Guerritore, padre e figlio, in realtà, hanno legato indissolubilmente la loro vita a quella dell’illustre antenato, bisnonno del primo; trisavolo del secondo. Da un po’ ho il loro numero:  ma decido di chiamarli solo quando credo di saperne abbastanza su Vincenzo Gemito. Al telefono mi risponde Francesco, il padre: mi da appuntamento alla Fonderia di piazza San Luigi e mi dice di chiedere al giornalaio le indicazioni precise (“Lui sa dove siamo, vi spiega bene lui. Chiedetegli della Fonderia Gemito…).

Piazza San Luigi è una zona che i napoletani frequentano per due ragioni: l’Elettroforno che fa leggendarie e ricche focacce, garanzia di bontà da decenni. E il vicino Bilancione, gelataio che rappresenta ancora un brand storico ed è sempre piuttosto frequentato. Ma della fonderia Gemito non conserviamo alcuna memoria, non ne sappiamo nulla…. E quindi chiediamo al giornalaio. “Dovete andare là, dietro i palazzi in fondo alla piazza, dove sta quel cancello, a destra. C’è un giardino a cui si arriva con le scalette… sta là, sapete da quanto? Io ero bambino, li conosco bene…”.

In realtà tutto ti aspetti tranne che un giardino dietro quegli orrendi palazzo frutto della mostruosa speculazione degli anni lauriani…. invece dietro quel cascione moderno collocato sotto la curva panoramica di via Petrarca, sotto il Miranapoli, e che delimita piazza San Luigi, entriamo subito in un’altra era, in un altro pianeta, dimenticandoci in un attimo dove siamo….

Sopra le scale c’è un giardinetto e una piccola casetta rosso pompeiano. Ci aspettano e la porta è aperta: mentre ci avviciniamo già si vedono, in lontananza, scaffali e vetrine che straripano di statue gemitiane. L’emozione ci coglie.

Francesco e Andrea sono i discendenti diretti di Vincenzo Gemito e ci troviamo nel luogo creato negli anni 40 da Nicola, il papà di Francesco. Lui è figlio di Beatrice, Bice, e di Nicola Guerritore: la nipote prediletta di Gemito, a sua volta figlia dell’unica figlia dello scultore, la famosa Peppina (che sposò  Giuseppe De Cristoforo da cui ebbe 4 bambini) immortalata da piccola e da grande dal padre, come raccontano tanti disegni della collezione Minozzi custoditi a Capodimonte (ma anche a Zevallos c’è: tratteggiata nuda, come una sirena).

Francesco è nato nel 1937, 8 anni dopo la morte del bisnonno. “Ma mia madre lo chiamava papà, perché perse il suo da piccola e gli era legatissima. E l’ho sempre sentito una figura viva nella sua memoria e nei ricordi. Ricordi che ha trasmesso a me…”. Anche Gemito era molto legato a questa bimba: la foto del ritratto di Bice fa bella mostra di sé al centro di una pagina di giornale commemorativa, del Corriere di Napoli, per i 100 anni dalla nascita di Gemito – quando questa città aveva memoria e cura dei suoi grandi – con le firme a noi molto care di Roberto Minervini e Alfredo Schettini, appesa sulla parete delle foto (e ce ne sono di bellissime) in questa stanza sotto al tufo giallo, straripante di bronzi e bronzetti, statuette, testine, disegni.

Oggi il lavoro della Fonderia si svolge in parte altrove: qua si fa sempre, però, il primo passaggio, quello della cera, negli stampi originali tutti in possesso della famiglia. Fumo e rumore, dietro le case bene di Posillipo, oggi non se ne possono fare. E i discendenti di Gemito fondono altrove, per offrire ai clienti un prodotto di altissima qualità: “per rispetto del nostro illustre avo, per quello che ha rappresentato e rappresenta per l’arte nel mondo” .

“Una volta – racconta Francesco, 81 anni portati magnificamente e una somiglianza incredibile con il suo antenato – le fonderie a Napoli erano tante. Le più importanti erano la Gemito, che era a Mergellina, in pratica a piazza Sannazaro, di fronte alla pizzeria che fa a angolo col lungomare, la Chiurazzi ai Ponti Rossi 12,  la Laganà in corso Vittorio Emanuele 112…  e tutti venivano a Napoli a farsi fondere le statue… almeno fino al 1992, quando le istituzioni che investivano in opere per le piazze e le strade delle città, smisero di farlo. Fino ad allora Partenope era un riferimento cruciale con le sue fonderie storiche e artistiche”.

Fu alla Fonderia Laganà che, tra l’altro, lo scultore, colto dal calore della fusione, ebbe un malore mentre stava  per terminare un lavoro. La storia narra che nella gelida notte invernale, tra rari passanti, appoggiandosi alle mura e inciampando, arrivò fino a casa al parco Grifeo dove, delirante, fu adagiato nel letto e dove morì la mattina dopo, il 1 marzo 1929.

Le Fonderie, a Napoli, erano luoghi d’arte vera e propria. Poi la crisi, e la seconda repubblica, hanno cambiato molte cose. E gli investimenti che fanno le amministrazioni nell’arte sono diventati sempre più scarsi, sempre più scadenti.

L’incontro con Francesco e Andrea, suo figlio, però, è un incontro in nome della vita e l’episodio della morte di Gemito non viene proprio citato durante le due ore trascorse insieme.

Francesco è un vulcano: ha migliaia di episodi e di storie tramandate e diverse convinzioni che, dopo le varie letture di biografie d’epoca recuperate in questi mesi, sono ormai anche nostre ma che, dopo questa conversazione, ne escono rafforzate. “Il nonno (lo chiama così durante tutto il nostro incontro) anzitutto non era omosessuale, come molti raccontano. Nè era pazzo… era violento, certo, era uno che non voleva essere frenato nè fermato da nessuno, questo sì… era ingovernabile” e scava nei cassetti cercandomi copia di una lettera in cui Gemito scriveva di non essere folle, di non essere pazzo… Io però ne ero già convinta di mio, di entrambe le cose.

Andrea lascia parlare, interviene poco. Ricorda però nonno Nicola che, alla morte del suocero, Gemito, “volle dedicarsi alla continuazione della sua opera, aprendo la piccola fonderia artistica a suo nome”, il luogo dove ci troviamo oggi. “Da noi – racconta Andrea, due figli di cui una femmina di 9 anni che già mostra interesse per le sculture – si eseguono riproduzioni sia delle sculture di Gemito che di altri scultori celebri”.

Ma è Gemito il fulcro del loro lavoro: “Il 70 per cento delle richieste arriva per lui” dicono Francesco e Andrea, all’unisono. C’è, in formato reale, nella stanza, una copia del pescatoriello di Francesco De Martino, quella che oggi è fuori villa Pignatelli. Questa qui il granchio ce l’ha, là alla Riviera è stato rubato da qualche capra incolta… Faccio notare che a Napoli Gemito, a parte l’odiato Carlo V al Plebiscito – realizzata sul suo modello dal marmista Pennino –  non c’è nulla di fruibile tra i monumenti cittadini. Gemito è solo dentro gli spazi museali, Capodimonte, Zevallos, San Martino (e in altri musei ancora, anche se con uno due pezzi: Pignatelli, Sant’Elmo, Complesso dell’Annunziata) e all’Accademia di Belle Arti. In esterna si sono preferiti pescatori e pescatorielli di imitatori sbiaditi, come quello a Mergellina o davanti a Villa Pignatelli. “Sarebbe logico e giusto – osserva Francesco – che il pescatoriello che Minozzi regalò, non si capisce perché, al Bargello di Firenze fosse esposto a Napoli, per strada”.  Recentemente è stato a Napoli, a Zevallos, durante la mostra sugli impressionisti tra Napoli e Parigi. Ma una ottima copia è custodita a Capodimonte. E un’altra, del 1935, meno bella ma comunque significativa, è all’Accademia. Magari qualcuno sensibile coglierà questo appello e penserà a un modo migliore per far conoscere questo grandissimo genio a tutti. In verità, ci racconta Francesco, negli anni 50 si era ipotizzato di mettere un’opera di Gemito a piazza Triste e Trento: “Lauro ci aveva contattati, per realizzare il pescatorello. Poi non se ne fece nulla, si preferì il carciofo, perché il fratello dell’allora questore era uno scultore….”.

Certo è che qui, nel cuore della Napoli bene, Gemito è vivo più che mai: si eseguono ancora procedimenti artigianali di fusione, utilizzando le antiche tecniche di lavorazione proprie del Cellini. Francesco e Andrea Guerritore confessano che nella vita non avrebbero potuto fare altro che questo, proseguire il lavoro del loro antenato: “Nella prima fase operativa otteniamo le “forme” delle opere dal calco, riformandole successivamente in cera; al compimento, poi, si effettua un delicato passaggio consistente nel ritocco sulla statua in cera – spiega Andrea – rispettandone fedelmente tutti i caratteri dell’ elemento originale. Poi si chiude la figura nell’involucro di gesso, il luto, resistente alle alte temperature da forno. E così il metallo colato assume le sue forme, mentre la cera scioglie: è la fusione a cera persa. Colato il metallo e raffredatosi, si effettua il recupero della statua, liberandola dal gesso. Si procede poi alla raspinatura e alla cesellatura: prima eliminando le parti impure causate dalla fusione, poi evidenziando i tratti peculiari della figura. Infine la patinatura: nella quale si attuano interventi a fuoco di acidi che fanno assumere particolari effetti cromatici e chiaroscurali”.

Ovviamente le opere hanno il marchio delle Fonderie Gemito e il certificato di autenticità. Qui ne siamo circondati, sono bellissime. Andrea ci fa vedere il mutandone metallico che si aggancia e sgancia del famoso acquaiolo per la Regina Margherita… un’invenzione assolutamente geniale, per i puritani del tempo, che Francesco Paolo Busco, che con il suo obiettivo, in questa mattinata, è il mio angelo custode, immortala nella bella gallery che vi proponiamo.

Francesco, invece, mi apre un armadietto trasparente, dopo avermi raccontato di ogni singola foto appesa alle pareti (c’è anche un Gemito giovanissimo in una rara immagine, senza barba). Dentro ci sono libri, libri antichi, libri introvabili, i libri che inseguo in questi mesi, tra Portalba e le librerie antiquarie on line. E su quei libri, che per la maggior parte io non ho, mi fa vedere la mamma, Bice, e altre opere, ormai fuori da Napoli, o dimenticate, come la meravigliosa Madonnina del Grappa (1919) che oggi è a Roma, alla Galleria di Arte Moderna, insieme a molti altri lavori ; mi fa vedere le lettere di Gemito; mi apre un libro di Gabriele Consolazio (che cercherò più tardi, on line, trovandolo!) che sulla prima pagina ha  una dedica di Gemito scritta a penna, per l’autore, un ringraziamento datato 1926, tre anni prima della morte, con una scrittura fitta fitta e ordinatissima, diversa da quella caotica, vista in un disegno della collezione Minozzi. Mi viene spontaneo accarezzarla….

Raccontava l’allora sovrintendente Nicola Spinosa – quando nel 2009 Napoli ricordò Gemito con una grande personale a Villa Pignatelli – che realizzare una mostra su Vincenzo era stato complesso per più ragioni. Che elencò nel catalogo: “La fragilità di una gran parte delle sue sculture realizzate in terracotta, che ne rendeva, in molti casi, problematico il trasferimento dalla sede di appartenenza a quella espositiva; la presenza, in raccolte sia pubbliche che private, anche di non pochi bronzi sulla cui autenticità era ed è lecito esprimere qualche riserva, sapendo che, ancora l’artista in vita, ma soprattutto dopo la sua scomparsa, dagli originali furono arbitrariamente e spesso fraudolentemente ricavate repliche e modeste imitazioni; la ‘gelosia’ di alcuni collezionisti privati, ma anche di qualche museo straniero, a concedere alle mostre, sia pur per pochi mesi, opere di Gemito e, ma non ultimo, la sostanziale insufficienza o inadeguatezza degli studi per comprenderne, più che conoscerla, la sua vasta produzione”.

Chiedo a Francesco e Andrea Guerritore se presteranno qualcosa a Parigi  dal momento che, nelle loro case, ci sono tanti oggetti e tanta memoria (addirittura un lavatoio in metallo con la sua firma, che usava di tanto in tanto, essendo abbastanza allergico all’acqua come racconta Alberto Savinio in “Seconda vita di Gemito”) e scopro che della mostra non sanno nulla: lo apprendono da me che Parigi celebrerà il loro antenato, grazie al francese Bellenger, estremamente sensibile alla nostra cultura e alla nostra arte (e che nel 2020 porterà poi la mostra a Capodimonte). Ma è una cosa alla quale si può sempre rimediare e siamo certi che il direttore, che è nel comitato scientifico dell’evento al Petit Palais, lo farà prima di ottobre 2019. “Vorremo – mi dice Andrea – che questa città avesse più memoria, ma ormai non nutriamo speranze se non nei singoli, nelle iniziative delle associazioni, delle scuole che sono venute a trovarci in questi anni, di qualche innamorato che ha scritto cose bellissime, come Wanda Marasco che, dopo “Il genio dell’abbandono” (romanzo storico straordinario tutto imperniato su Gemito, portato a teatro poi da Claudio Di Palma ndr), venne a conoscerci.  Nelle istituzioni non abbiamo più fiducia. Questa città si salva se la salviamo da soli” mi fa, mentre ci salutiamo sotto alla grotta di tufo, ormai in giardino. Io ne sono convinta, più di lui.

Li saluto mentre il sole, fuori, ci mostra Posillipo nella sua bellezza. Il mare dove finisce il dolore è anche il mare di fronte al quale c’è un pezzo di memoria enorme di questa città. Un pezzo di memoria che vorrei non si dimenticasse. E in cuor mio mentre saluto i nipoti di Gemito, sono sicura che grazie a loro, al lavoro a cui hanno dedicato la vita, alla memoria che conservano, non accadrà. E sono grata a questo cielo, almeno per qualche minuto prima di rimmergermi nei tempi di oggi….

Lucilla Parlato

 

 

 

 

Lucilla Parlato

Giornalista da sempre, ho iniziato a Napoli per poi emigrare a Roma, dove ho lavorato nella carta stampata, in tv a Mediaset e sul web a Sherpa-Tv (web tv di area Pd) oltre ad aver svolto negli ultimi anni capitolini ruoli di capo ufficio stampa in diverse istituzioni. Poi sono tornata a casa, a Napoli, cinque anni fa per fondare Identità Insorgenti, con un gruppo di amici, uniti dalla volontà di offrire un’altra narrazione del Sud.

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