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Francesco Merola: “Sono un cantante ma riporto con Nino D’Angelo e Gloriana la sceneggiata nel cuore di Napoli, in nome di papà Mario”

Francesco Merola
Cinema, NapoliCapitale, Teatro | 20 Dicembre 2018

Incontriamo Francesco Merola al Trianon, nel cuore di Forcella, un quartiere che ha amato profondamente suo padre, Mario, una zona popolare di Napoli che è cresciuta, anche, a pane e Lacrime Napulitane. Sono i giorni delle prove della sceneggiata – il cui debutto è previsto per questa sera – che più che sceneggiata sarà un musical ambientato, per giunta, a san Pietro a Patierno, paese del regista. Il regista è un altro figlio, stavolta artistico, di Mario Merola. E’ infatti Nino D’Angelo che ha voluto riportare fortemente per questo Natale, nel teatro che dirige, la sua personale versione della sceneggiata nata dalla canzone di Libero Bovio proprio in omaggio a Mario Merola, che portò la sceneggiata al successo internazionale.

Francesco, con Loredana e Roberto, è invece uno dei tre figli di Merola. Quello che faceva spesso coppia col padre. Quello che, io giovanissima, in un’intervista che feci a Mario Merola quando avevo 20 anni, mi fu indicato dal padre come l’unico degno di portare questo impegnativo cognome, tutt’oggi idolo – a 12 anni dalla scomparsa – dell’anima popolare della città. Oggi sento di assolvere a un debito con Mario Merola nell’intervistare questo suo figlio a lui così caro. Parliamo subito del lavoro che va in scena stasera: “Già in passato con Nino abbiamo fatto Zappatore. Ma questo lavoro è diverso – dice entusiasta, mentre ci accomodiamo sulle rosse poltroncine del Trianon, come spettatori in prima fila – In questa versione di Lacrime Napulitane (qui le info e le date, ndr) Nino ha voluto cambiare una serie di cose: quella principale è che non ci saranno accoltellamenti. La vendetta sarà l’indifferenza. E inoltre è una sorta di musical con canzoni di Nino bellissime. Come Pè te e Mia cara città. Nino per me è una figura paterna, gli sono legatissimo come lui era legato a papà: abbiamo un rapporto franco e quando iniziammo a lavorare insieme gli dissi subito di non trattarmi come nu babà… Nino ha fatto un lavoro bellissimo e inoltre questo spettacolo segna il ritorno sulle scene di Gloriana nei panni della mamma che torna sul palcoscenico dopo tre anni. Sono andato a chiederle personalmente di partecipare, perché da quando è morto suo marito Pino Morris, ha scelto di non cantare e recitare più. Quando gli ho detto che dovevamo farlo per papà, cui lei pure era legatissima, ci siamo commossi e mi ha detto di si”.

Proprio al Trianon nel 1959, Merola e Gloriana, al loro debutto come cantanti, parteciparono a un concorso di voci nuove: il primo premio andò a Merola e il secondo a Gloriana, che, essendo minorenne, vinse un pacco di cioccolatini. Lo ricordiamo con Paolo Animato, l’addetto stampa del Trianon, di questo storico debutto. Francesco non lo sapeva. Si emoziona.

La commozione dietro gli occhiali da sole

Non riesco a guardare Francesco negli occhi fino a quando – per far sì che Francesco Paolo Busco, che mi accompagna in questo viaggio tra gli eredi (fino ad ora abbiamo incontrato insieme gli Scarpetta, i Gemito e i De Curtis) gli faccia foto migliori – leva gli occhiali. Ma sicuro attraverso le lenti scure, vedo la commozione quando, finita la premessa sullo spettacolo, parliamo di Mario, il re della sceneggiata, ‘o Lion, suo padre e suo eterno riferimento: insieme hanno cantato spesso negli ultimi anni di vita di Merola. “Mio padre è nelle mie giornate, è quando cammino per strada e la gente mi ferma per ricordarmi episodi di lui che non so nemmeno io, perché i napoletani lo hanno amato e lo amano. E’ sul palco con me, nei miei gesti, nel mio modo di essere, nei miei pensieri, nel mio modo di vedere la città. Diceva sempre Napoli è ferita ma nunn’è muorta… e aveva ragione. La sua eredità è impegnativa, per me. Io sono solo il figlio che lo ricorderà tutta la vita. E gli sarò grato per tutta la vita. Da quando iniziai a recitare con lui e lui mi cacciò dal palco. Avevo dieci anni e dovevo dire una battuta in “Carcerato” che alla fine disse lui al posto mio: restai paralizzato sulla scena. E lui non mi fece tornare in scena, dicendomi che non era ancora il mio momento. A ripensarci gliene sarò sempre grato… del resto io non mi sento attore ma cantante. E’ quella la mia vocazione, la musica”.

Un padre generoso, con tanti figli artistici

Nino D’Angelo, Gigi d’Alessio: Mario Merola ha figli artistici sparsi per tutta Napoli. “Sono tutte persone a cui sono legato e che restano ancorate a lui. Nino mi racconta sempre che papà gli dava certi paccheri affettuosi ma poderosi. Gigi con Cient’anni è arrivato al successo, grazie a papà, e non lo ha mai dimenticato. E papà gli voleva bene… Quelli che forse lo hanno dimenticato sono nelle istituzioni: il sindaco mi promise che avrebbe intitolato una strada a Mario Merola e sto ancora aspettando. Ma non è mai troppo tardi e ci spero ancora…spero verrà a vederci in questi giorni… Però mio padre è ricordato ogni giorno dal popolo di Napoli, lo stesso che ha voluto onorarne la memoria con una lapide e un bassorilievo a Sant’Anna delle Paludi, dove è nato, che ha voluto mettere lì la sua gente, il suo popolo, il suo pubblico”.

Mentre parliamo il teatro si inizia a riempire di attori che da lì a poco dovranno provare “Lacrime napulitane”. Lo salutano, gli stringono la mano. C’è anche suo fratello Roberto, al quale ogni tanto Francesco  chiede conferma di date, ricordi, memorie. “Casa nostra è sempre stata un porto di mare, piena di gente, mio padre era generoso e affettuoso con tutti, era un riferimento. Io gli devo tutto. Come padre me lo sono goduto, ma soprattutto porto con me i suoi insegnamenti, fuori e dentro il palco. L’umilità, il rispetto per la compagnia con cui lavori, l’ascoltare i consigli, la buona educazione. Era giustamente severo. Ogni anno, ricordo, portava tutta la famiglia a Sanremo, era una tradizione. Io sono andato anche in America, sia con lui – che faceva ovunque sold out – che da solo, insieme a grandi nomi della canzone italiana. A Sanremo, invece, non ho voluto andarci più. Mi faceva troppa nostalgia…”.

Mario, Francesco e Napoli

“Papà mi ha insegnato anche ad andare oltre, a non buttarmi giù. Quando sono di cattivo umore, come faceva lui, vado a ritrovare la bellezza di Napoli facendomi una camminata per via Caracciolo. Diceva sempre che se fai successo a Napoli lo fai per tutto il mondo. Diceva che bisognava migliorare la mentalità dei napoletani, che a volte dimostrano di non voler bene alla città. Ma che alla fine di Napoli, il resto del mondo, ci invidia tutto. Io so che questa città non lo dimentica e mi batterò perché non lo dimentichino nemmeno le istituzioni. Mi piacerebbe, per i 15 anni dalla scomparsa, ripetere a Napoli il concerto memorial come quello che facemmo a Portici per i 10 anni. E spero di poter organizzare, con tutto il materiale d’archivio che abbiamo conservato a casa, una mostra storica su di lui”.

Ci salutiamo con la promessa di rivederci per la sceneggiata al Trianon. Ora non ha più gli occhiali scuri e gli occhi sono lucidi. “Grazie per avermi fatto ricordare tutte queste cose, di cui non parlo quasi mai… Dopo la scomparsa di papa non volevo più cantare, poi lui mi apparì in un sogno dicendomi: “France’, ma che fai? Tu devi cantare”. Ho cercato più possibile di essere Francesco, è impossibile replicare mio padre”.

E oggi, giorno della prima, sulla sua pagina fb c’è la foto sorridente di Mario. “Stasera già lo so, mi scenderà qualche lacrima… ma nun te piglià collera papà pecche so’ lacreme ‘e felicità…”.

Lucilla Parlato

foto Francesco Paolo Busco

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 20 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 20 Dicembre 2018

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