martedì 12 novembre 2019
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Gianfranco Gallo: “Mio padre Nunzio mi manca ogni giorno. Diversissimo da lui, ma il suo rigore mi appartiene”

Eredi Gianfranco Gallo
Musica, Storia, Teatro | 9 Gennaio 2019

Con Gianfranco Gallo, che per un periodo ha anche scritto una seguitissima rubrica su Identità Insorgenti, non saprei dire da quanti anni ci conosciamo e quante volte le nostre vite si sono incrociate,  per lavoro e per amicizie comuni.

Ci incontriamo a casa sua, nel quartiere Stella, perché includerlo in questa carrellata di Eredi ci pare quasi scontato… e non solo perché è uno dei quattro figli di Nunzio, indimenticato cantante e attore napoletano, con Gerry, Loredana e Massimiliano, che ha preso anche lui la strada dell’arte.

Subito, entrando nella suo bell’appartamento, luminoso e ricco di testimonianze delle sue passioni, restiamo colpiti da un quadro che fa bella mostra di sè sopra il divano del suo salotto: è dei ragazzi dell’Accademia di Belle Arti e ricorda la sua versione di Piedigrotta,  la Piedigrotta Futurista, spettacolo che propose qualche anno fa con grande successo e consueta sottovalutazione delle istituzioni.

La Pignasecca, dove tutto cominciò (e dove Nunzio avrà una strada a lui dedicata)

Leggo il nome di Francesco Cangiullo tra i vari citati nel quadro-locandina e mi esalto, anche perché proprio recentemente ho pubblicato un suo pezzo di 80 anni fa sulla Pignasecca. E la Pignasecca ce l’abbiamo entrambi nel cuore. Proprio alla Pignasecca Nunzio, suo padre, uno dei nove figli di un carrettiere, iniziò a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo, notato da un tenore per la sua bella voce.

Alla fine dell’intervista Gianfranco mi dirà che ha due sogni per preservare la memoria di Nunzio. Ma nei pochi giorni trascorsi tra l’intervista e la sua stesura uno dei due si è praticamente realizzato: proprio oggi la commissione toponomastica, su proposta della II Municipalità, ha infatti deciso di titolare una piazza della Pignasecca, piazza Carafa, a Nunzio Gallo.

Comicissimi Fratelli e la nuova generazione dei Gallo

Vi dico subito che raccontarvi 1 ora e 30 di conversazione, con molte disgressioni, è praticamente impresa impossibile. Però spero di riportarvi il senso della nostra lunga conversazione, dove tanto abbiamo parlato di Nunzio, ma tanto anche di Roberto De Simone, che per Gianfranco è stato una sorta di padre artistico. Un po’ abbiamo parlato anche dello spettacolo che da venerdì 11 fino a domenica 20 gennaio 2019, Gianfranco con Massimiliano – suo fratello – con la sua primogenita, Bianca e con il nipote Gianluca Di Gennaro, sarà in scena all’Augusteo, “Comicissimi fratelli. Il pubblico ha sempre ragione”, scritto e diretto da lui. Perché Gianfranco è artista a più declinazioni, come suo padre. Anche se, come emergerà in questa chiacchierata, molto diverso da lui.

“Sarà un Petito rivistato e porto tutta la famiglia in scena” accenna, raccontandomi anche dei progetti che nutre in futuro, con Massimiliano, a teatro. E anche in tv, in un lavoro condotto da Filippo Ceccarelli. Ma niente che voglia anticiparvi qui. L’intervista è su Nunzio, il grande Nunzio Gallo, voce indimenticata della scena partenopea.

Il debutto di Gianfranco in un film di Ciro Ippolito

“Io ho lavorato insieme a mio padre il primo anno. Fu un debutto per caso. Io avevo 16 anni. Si girava il film “Lo scugnizzo”, scritto da Ciro Ippolito. Mi presero per una vaga somiglianza che avevo da giovane con Depardieu… Ma non avevo ancora le idee chiare su cosa fare da grande. E certo mio padre non mi spingeva su quella strada. Mio padre era molto rigoroso e sicuramente io ho preso questo rigore da lui. Ma io sono proprio l’opposto di mio padre: e mi sento artisticamente e caratterialmente diverso. Di simile abbiamo questa disciplina… ma lui, oltre a essere stato un divo ai suoi tempi, era più diplomatico mentre io ho imparato, forse per contrasto, a non mandarle a dire. Non amo le ipocrisie e ho imparato ad essere libero (e dunque scomodo). E l’ho imparato anche grazie a Roberto De Simone…”

Il debutto di Nunzio, figlio di un carrettiere, scoperto da un tenore

Racconta, Gianfranco, di questo padre figlio di un carrettiere (come scritto anche nel certificato di nascita!) che girava per la Pignasecca, cantando. Cantava Nunzio e cantavano il padre e il nonno di Nunzio, in certe domeniche in casa Gallo dedicate alla canzone…. Racconta gli esordi fortuiti di Nunzio, scoperto per caso da un tenore, e poi i successivi studi  con un “compagno” di conservatorio speciale come Roberto De Simone (che alloggiava da una zia, sempre alla Pignasecca, ai tempi della scuola) con il quale per giunta duettavano in chiesa (De Simone suonava).

Così iniziò la carriera lirica di Nunzio. E anche la sua disciplina, richiesta in quel mondo ancor più che in in quello degli attori. “A un certo punto mio padre fece anche un provino alla Scala, per una tourné che avrebbe toccato Londra… Però poi lo chiamò la Magnani per la sua compagnia di rivista: era alla ricerca di giovani interpreti per lo spettacolo “Chi è di scena?”, e lo scritturò nella sua compagnia. C’era una foto di Carlo Giuffré, mio padre e la Magnani… erano secchi come non mai. Mio padre veniva dalla guerra… erano anni in cui tenevano fame. Hai mai visto i napoletani quando abbracciano il piatto a tavola? O quando si versano l’acqua e non posano la brocca mentre bevono, per riempirsi di nuovo il bicchiere? Quello è un retaggio di chi esce dalla fame, lui aveva 9 fratelli e a tavola a quei tempi facevi guerra anche con tuo fratello… e sono gesti che ti restano. A lui erano rimasti…”.

Gianfranco invece voleva fare il giornalista. Poi incontrò Roberto De Simone

Voleva fare il giornalista, Gianfranco. E per farlo aveva iniziato anche l’Università: allora si consigliava a tutti di laurearsi in giurisprudenza per intraprendere quel mestiere. E Gianfranco, su suggerimento di Aldo Bovio, lì si era iscritto, aveva fatto anche un bel po’ di esami, con grande soddisfazione e gioia di Nunzio, al quale sarebbe piaciuto un figlio laureato e lontano dal mondo dello spettacolo. “Ma accadde che un giorno andai a vedere uno spettacolo di Roberto De Simone, Festa di Piedigrotta. E ne restai folgorato decidendo, in un attimo, che era quello che volevo fare nella vita. Anche se Nunzio, mio padre, non voleva saperne nulla…mi voleva laureato, non attore… così arrivai a De Simone per altre vie, lo andai a trovare a casa sua, a Parco Carelli, a Posillipo… avevo 19-20 anni e non mi rendevo conto nemmeno chi era De Simone. Quando lui mi chiese di cantare, decisi che non potevo propormi col repertorio napoletano, come mio padre, e gli proposi un pezzo di De Gregori… una figuraccia… finimmo a provare l’estensione della mia voce sui vari tasti del pianoforte, semplicemente sulle note. Così mi prese. Con lui ho fatto Eden Teatro e L’opera buffa del giovedì santo. Poi Roberto, dopo lo strepitoso successo di questi due lavori, decise all’improvviso di sciogliere quella compagnia, dove c’era di tutto – da mio padre a Peppe Barra, da Marcelli alla Sastri – e con lui feci anche la Lucilla Costante. I primi tempi la gente pensava che stessi lì perché figlio di Nunzio…invece alla fine fui l’unico napoletano, con Rino Marcelli, a fare questo lavoro in questa compagnia “italiana” di De Simone. Per me fu un successo, anche se avevo oscurato qualche stella…  e me la fecero un po’ pagare… L’anno dopo Roberto mi richiamò e gli dissi che non avrei ripetuto quell’esperienza… volevo andare a Roma, avevo dei provini da fare…iniziai a camminare sulle mie gambe…”.

Erede anche di De Simone

E forse in qualche modo Gianfranco si ritrova – nel suo essere una persona schietta, nell’essere mentalmente e artisticamente sempre autonomo e libero, nell’essere uno che le cose non le manda a dire, nel suo essere tostamente sincero e fuori dalle cricche “classiche” del teatro, le stesse da decenni – erede anche di Roberto De Simone.  Con lui ti puoi “scassare” ma sicuramente è un artista di principi, che crede fortemente nella meritocrazia, nella cura del proprio impegno, del proprio talento, come nel teatro popolare e di qualità e nelle produzioni che si mantengono da sole, con i biglietti.

“A me quello che mi ha cambiato la carriera, mentalmente, è Roberto. Perché ho capito che puoi essere un artista ed essere libero. Chill’m’ha fatto capì… nessun altro. Anche se ci sono figure che non lo sanno che sono state importanti per me, come Lina Sastri. A parte che ero innamorato di lei, lei mi ha insegnato – quando avevo 20 anni – che quando le cose non ti stavano bene potevi non starci, reagire… Per me è stata un esempio, non sapendolo”.

Poi parliamo del teatro, del teatro della lingua, del teatro di Eduardo, e di quello del corpo, quello più autentico, quello della scuola attoriale napoletana che va da Totò a Troisi. E parliamo lungamente di Napoli, sfogando un po’ il nostro amore per la città dove siamo nati e la rabbia per alcune occasioni mancate. E torniamo infine a Nunzio…

L’ultimo spettacolo di Nunzio Gallo fu con Gianfranco

“Vedo alcune sue foto alla mia età e mi vedo uguale, perché gli assomiglio. Ma non gli assomiglio per come sono… Negli anni 90 facemmo una cosa insieme lui, io e Massimiliano. E il suo ultimo lavoro lo fece con me, su un mio testo, un cortometraggio che si chiamava “Fujtevenne”. Facevo un Posto al Sole al’epoca… e io mi immaginai questo gruppo di attori e cantanti napoletani chiusi in un centro di recupero, perché non erano capaci di andare via da Napoli, nun ce a’ facevanò…. nella cella dei cantanti avevo messo mio padre, Luciano Caldore e Aurelio Fierro. In una scena c’erano mio padre e Aurelio Fierro che erano in “riabilitazione” e si facevano il ragù di nascosto. La guardia “carceraria” era il cattivo di “Un posto al sole”, Riccardo Polizzi. E’ stato anche l’ultimo spettacolo di Aurelio… ricordo le loro appiccicate“. Sorridiamo.

“Differenze tra me e mio padre? Tante,  nel modo di vivere. Mio padre non amava stare solo. Se a casa non c’era nessuno, aspettava giù il palazzo per non entrare a casa solo. Non sapeva cucinare, non sapeva fare manco il caffé. Io sono l’opposto a lui: amo stare solo, mi fa trovare la concentrazione. Cosa mi manca di lui? Mi manca il padre. Anche se negli ultimi due anni, come accade a tanti a un certo punto della propria vita, lui era il bambino e il padre ero diventato io. Abbiamo avuto un rapporto contrastato. Quando ero ragazzo, quando qualcosa non mi stava bene, me ne andavo via di casa… Mi manca anche essere il “sapiente” della casa… Sono sempre stato il più curioso di tutti. Leggevo che ne so Di Giacomo sulla prostituzione, gironzolavo per Port’Alba…  Su certe cose poi lui era molto tradizionalista… non ho trovato più tra le mie carte una commedia ispirata a lui e a mia madre Bianca, Nozze d’argento che avevo scritto da ragazzo… dove sfottevo un po’ proprio questo suo aspetto. Poi lui aveva tanti fratelli e non li ha mai abbandonati, aiutava tutti… e così tutto quello che posseggo me lo sono costruito da solo”.

Il sogno di una fondazione per avviare all’arte i ragazzi a rischio

Domando a Gianfranco come vorrebbe che Napoli ricordasse Nunzio. Mi dice della strada, proprio di piazzetta Carafa, intanto approvata… ma soprattutto mi dice dell’altro suo sogno, quello più grande. “Mio padre è la testimonianza, la testimonianza napoletana che uscire dal degrado o dalla miseria è possibile con l’arte…. Vorrei una mano a realizzare una “Fondazione Nunzio Gallo” con la quale ogni anno dare una borsa di studio a ragazzi disagiati, per studiare musica o teatro. Il nome di mio padre vorrei accostarlo a questo progetto: non voglio soldi ma voglio soldi per far studiare i ragazzi… o la farò io, coi soldi miei alla fine…”.

Un sogno di riscatto per i Nunzio Gallo del futuro, insomma. Che, conoscendo Gianfranco, siamo certi si realizzerà. Del resto proprio Nunzio ogni anno, con Mario Da Vinci, assegnava il Premio Piedigrottissima proprio per incoraggiare, come raccontava in una intervista, le forze vive di Napoli.

Che nella Napoli di oggi includono sicuramente i suoi figli…

Lucilla Parlato

Foto gallery Francesco Paolo Busco

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 9 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 10 Gennaio 2019

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