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Scoppetta, una famiglia dal tratto nel presente: dal Gambrinus al Comix, con il pronipote Andrea

Andrea Scoppetta Eredi
Cultura, Identità | 19 Febbraio 2019

Nasceva ad Amalfi in questi giorni, 156 anni fa, il 15 febbaio 1863 Pietro Scoppetta, pittore delicatissimo e raffinato, dalle pastose gamme cromatiche, autore di numerosissimi ritratti, scene di genere e paesaggi dai toni aneddotici, e che – dopo un soggiorno a Parigi (1900-12) –  si dotò di uno stile, fluido e immediato che gli diede notorietà e ne fece uno dei più geniali “narratori di immagini” della Bella Epoque. Sue opere sono conservate al Museo di Capodimonte ma anche al Caffè Gambrinus, perché Scoppetta, con Migliaro e altri, fu tra i decoratori dello storico caffè di piazza Trieste e Trento a Napoli. Ed è qui che inizia la nostra storia, il nostro incontro. Perché Pietro Scoppetta, che fu anche sensibile e brillante illustratore per Treves (“Illustrazione Italiana”), ha un erede scanzonato, un pronipote, che disegna fumetti e che si chiama Andrea. Ci arriviamo tramite la sempre brillante Annalisa Guida, che si occupa di marketing e comunicazione per la scuola italiana Comix di via Atri, a Napoli, dove Andrea insegna ai ragazzi a disegnare, da circa 10 anni.

Annalisa è rimasta colpita da una storia personale, che mi tocca raccontarvi per farvi capire anche il senso, per me storico, di quest’intervista. Negli ultimi giorni di vita, mio padre fece dono a mio fratello Vincenzo di un libro prezioso per la mia famiglia, “Pietro Scoppetta” di Alfredo Schettini. Prezioso perché Scoppetta era intimo amico del mio bisnonno, Michele Parlato. E’ in questo libro, che mi sono procurata a mia volta grazie a un altro Vincenzo, il librario della Libreria Bellini di piazza Bellini, che ho incontrato il mio antenato; è in questo libro che, ad esempio, si racconta del salotto del mio bisnonno, a via Cisterna dell’Olio, e dell’incontro di Matilde Serao con Oscar Wilde, di cui in passato vi abbiamo già raccontato.  

Ed è sempre in questo libro che ho incontrato anche la mia bisnonna, Maria Zaccagnino: “Don Michele Parlato – scrive Andrea Schettini in questa biografia di Scoppetta – tipica figura di umanista era imparentato con don Diodato Lioy, fondatore e proprietario del Roma, il più vecchio e popolare quotidiano napoletano, mentre sua moglie, donna Maria Zaccagnino, squisita concertista d’arpa, era anche ammiratissima per la sua avvenenza, di un imponderabile fascino spiriturale. Ma, strano a dirsi, la bionda signora forse era la sola a resistere alla tentazione di farsi ritrarre da Scoppetta (che invece ritrasse mio nonno e i suoi fratelli, bambini, ndr) quantunque egli fosse in così intimi e cordiali rapporti con suo marito: né acconsentì mai a farsi ritrarre da altri artisti noti quali Salvatore Postiglione, Migliaro, Esposito, Caprile. E nemmeno ci riuscì lo scultore Cifariello, fraterno amico di Scoppetta…”.

Così quando ho sentito Andrea per organizzare l’intervista, è al Gambrinus che abbiamo deciso di vederci, costringendo il povero e gentilissimo Massimiliano Rosati a cederci il posto: il tavolino dove è seduto coi suoi ospiti è proprio sotto i due quadri di Scoppetta, due scene sfocate della Napoli palcoscenico, sicuramente non lo Scoppetta migliore… ma tant’è. E’ qui, sotto le due opere, che ci sediamo Andrea, io e le nostre armi, a regolare un antico duello tra i nostri antenati, Pietro e Maria; io con un quadernetto e una penna (e Francesco Paolo Busco a scattare foto!) e lui con cartoncini, matite, pennelli e colori. Perché l’idea è che lui, discendente di Scoppetta, illustratore a sua volta, immortali me, molto meno avvenente della bisnonna Maria Zaccagnino, le mie rughe, la mia coppola e i miei occhi “inafferrabili”. “Ma hai tanti sguardi tutti validi” mi dirà alla fine, al terzo ritratto finalmente un po’ sentito, dopo tre ore di conversazione, nel quale somiglio un po’ a Matilde Serao, cosa che me lo farà risultare eternamente simpatico.

Il ritratto però è un pretesto per parlare di lui e di questa eredità, meno pesante di altre perché Andrea si è ritrovato pronipote ma in realtà con la matita in mano c’è nato a prescindere, come direbbe il nostro Totò. “Fin da piccolo sapevo di essere nipote di questo famoso pittore, Pietro, fratello del mio bisnonno, perché la comparazione con lui mi ha inseguito spesso – ci racconta davanti a un caffé – fin da quando ho memoria, fin da quando ero bambino e disegnavo e volevo diventare un disegnatore della Disney, che a cinque, sei anni era il mio sogno. Anche mio cugino, che pure si chiama Pietro Scoppetta, da ragazzino aveva la mia stessa passione. Poi lui abbandonò e ora fa l’ingegnere…ma aveva un gran talento. Siamo tutti e due classe ’77”.

Andrea però questo confronto lo ritiene, in termini artistici, inopportuno. “Pietro era veramente l’Artista, io mi sono sempre definito l’artigiano. Il che vuole anche dire due approcci molto diversi su quello che è il senso del disegno. Dal ventesimo secolo in poi l’Arte è un moto spontaneo dell’animo, quindi è qualcosa di profondamente diverso. Pietro, poi, ricercava la tecnica: a casa siamo pieni di bozzetti, roba ormai anche deteriorata, che lo provano. A parte i vari quadri che tengo “a terra” e che appartenevano a mio nonno, Pietro anche lui, portati via dalla sua casa di San Giovanni a Teduccio. Altre opere le ha l’altro “discendente” di Scoppetta, Antonio Gargano, che è nell’esecutivo dell’Istituto Studi Filosofici… in questo secolo, comunque, è cambiato il rapporto con l’immagine, oggi l’immagine si mangia in 24 ore e l’arte ha perso sacralità… io ho avuto anche la fortuna di avere dei genitori che non mi hanno fatto fare l’artistico. Avendo fatto lo scientifico, il disegno mi è rimasto come  passione (ho fatto tutto il percorso scolastico, dalle elementari al liceo, al Bianchi). Da ragazzo tramite Franco Rotella, famoso illustratore e grafico, era venuto a conoscenza di questo illustratore che abitava a piazza, Arenella, Massimiliano Sbrescia.  Credo che a Napoli all’epoca fossero davvero 4 gli illustratori, ti parlo del 1990. E io ho iniziato da lui: nel senso che andavo a casa sua a capire come si faceva questo mestiere. Lui aveva visto le mie cose e mi consentiva di andare lì a curiosare. Gli avevo detto allora cosa volevo fare da grande: volevo fare l’illustratore per il cinema, disegnare le locandine come si faceva un tempo….”.

Inizia così la storia artistica di Andrea Scoppetta. Da allora di tutto e di più: perché Andrea, intanto, si è affermato come uno dei più prolifici e interessanti illustratori del panorama italiano. È quasi impossibile tenere il conto delle sue pubblicazioni, fin dagli esordi con la colorazione della Special Edition di Dylan Dog e del volume Vita di Bartolo Longo. Da lì in poi si sono succeduti lunghi sodalizi con i maggiori editori italiani, come quello con Lavieri con cui ha pubblicato: Zero or One (2005), Bye Bye Jazz (2005), L’ingegnoso Signor Don Chisciotte (2010-2011), In tutte le mie avventure (2011) e C’è un mostro nel bosco (2017); con l’editore ReNoir per Quinto: Non uccidere; con Tunuè (sulla rivista Mono, 2009) e Grifo Edizioni (Sereno su gran parte del paese – Una favola per Rino Gaetano, 2009).

Nel 2001 fonda con Alessandro Rak lo studio di animazione Rak&Scopp, dando vita ad un proficuo sodalizio artistico che andrà avanti fino al 2010 e raggiungerà il culmine con la miniserie a fumetti A Skeleton Story (GG Studio, 2005-2006) e i videoclip La paura dei Bisca e Kanzone su Londra dei 24 Grana. Il 2012 è l’anno che segna l’inizio di tre importanti collaborazioni. Innanzitutto quella con la Disney, per cui, da allora, lavora sui graphic novel tratti da film come Real lifeBig hero 6InsideOut e Zootropolis. A questa esperienza si affiancano il lavoro di colorista per Soleil (Troie e Le monde perdu) e quello di concept designer per la nuova serie animata di prossima uscita della Dreamworks.

Attivissimo anche nel campo delle fiere, ha allestito la mostra dedicata a Tanino Liberatore per il Napoli Comicon del 2009, realizzato il manifesto ufficiale del Salerno Comicon del 2012 e, sempre con il Napoli Comicon, il fumetto per il progetto ArtepopSan Giorgio contro il drago (2016).

Tra i riconoscimenti più importanti ricevuti, vanno ricordati sicuramente il premio come Miglior disegnatore al Comics Wave 2006 per Punti di vista, scritto da Tito Faraci e quello come Miglior serie a fumetti al Treviso Comicbook Festival del 2009 per A Skeleton Story. Insomma una biografia ricchissima e con i piedi nel presente, come il suo illustre antenato. Ed è forse questo il trait d’union tra prozio e nipote.

“Dopo il Bianchi iniziai lo Ied a Roma – racconta ancora Andrea – su consiglio sempre di Franco Rotella. Mi interessavano gli insegnanti in verità: Mannelli, vignettista di Repubblica all’epoca, che oggi è al Fatto Quotidiano; Tanino Liberatore, il disegnatore di Ranxerox (che poi si trasferì in Francia); e poi c’era Mazzoleni, che ricordiamo in pochi. Da quella classe siamo usciti io, Luciano Parrilo e Gabriele Dell’Orto, che ora lavora in America, alla Marvel. Io sono rimasto un po’ indipendente.  Max Torelli aveva all’epoca uno studio e io andai lì perché lui faceva i manifesti per il cinema, tipo per i film di Bud Spencer e Terence Hill: io quello volevo fare per mestiere. Solo che nel 1992 esce Photoshop e cambia tutto, dai manifesti disegnati alle copertine dei libri. Le produzioni cinematografiche ormai risolvono tutto attraverso la grafica e dunque la mia avventura sembrava destinata a finire prima di cominciare. Il nostro mestiere, anzi, in quegli anni, ha avuto proprio una fase di crisi, nel passaggio al digitale… Poi mi sono adeguato ai tempi, al presente, come tanti: non faccio più niente in analogico dai primi anni 2000. Lavoro con Ipad pro e al computer con la tavoletta grafica. Comunque, tornando allo Ied, non lo finisco,  anche perché dovevo fare il militare. E dunque feci il servizio civile entrando in contatto così con la scuola italiana Comix, dove iniziai a fare bottega e dove da un decennio insegno. E qui è avvenuto l’incontro con Alessandro Rak, con cui ci siamo subito presi (e col quale siamo ancora amici), anche se oggi le nostre strade professionali sono diverse: lui fa il regista e io il concept artist. Ma, allora, insieme, abbiamo inventato storie e attività culturali, favorite anche dallo stare al Comix.  E in questa collaborazione abbiamo incluso anche tante altre figure, era anche quella la sfida. Ci piaceva essere contaminati e contaminare. Fino al 2008 abbiamo lavorato dunque fianco a fianco, anche facendo cose che “ci tenessero a galla” per pagare affitto e bollette. Però poi appena si poteva sperimentare lo abbiamo sempre fatto, perché la passione ci ha sempre uniti e guidati. Dopo di che sono diventato nel 2009 docente alla scuola di Comix. Quest’anno poi insegno anche all’Accademia della Moda di Napoli e a Roma al  Master di Animazione del Centro sperimentale dell’Accademia di Belle Arti. La docenza mi piace perché è un confronto continuo: io cerco sempre di dare. Per me la docenza è vita”.

Mentre parliamo Andrea disegna, io lo distraggo parlando dei nostri lavori sull’identità di Napoli, perché non riesce a parlare e disegnare insieme. Anzi a questo punto usciamo fuori a fumare, per staccare un attimo.

Riprendiamo: “Per me ogni opera è un figlio morto, rimarrà bloccato lì. Mi sono separato con una donna che ho amato molto e con la quale non abbiamo avuto figli. Ma io ho tanti figli da accudire… Io disegno sempre… mi alzo alle 6, ai Quartieri Spagnoli dove vivo, e lavoro all’alba fino alle 10. E’ l’orario ideale per me.  Ad esempio oggi (ci siamo visti alle 10 e 30) ho già lavorato 4 ore…”. E mentre parla lavora ancora, disegnando tra un mio ritratto fallito e un altro, una caricatura piuttosto “fallica” di Francesco Paolo Busco che continua a scattare foto.

“Sono un privilegiato: ho fatto della mia passione un lavoro. Anche se, se fai della tua passione il tuo lavoro, lavori di più e sacrifichi molto della tua vita privata” aggiunge Andrea.

E torniamo a parlare di Pietro Scoppetta. Chiedo ad Andrea, come ho fatto in tutte le interviste realizzate fino ad ora sugli eredi, come vorrebbe che fosse ricordato il suo antenato e se ha qualcosa da rivendicare alle istituzioni della città. Ma a differenza di altri, mi arriva una replica tranciante che, alla fin fine, mi piace tantissimo.

“Personalmente non prenderò mai iniziative in questo senso, perché a mio avviso sono altri che devono fare l’esercizio della memoria. Certo se qualcun’altro penserà di farlo, mi farà piacere partecipare. Io però vivo nel presente e il mio grande sogno, in realtà, è aprirmi uno studio mio. Uno studio aperto, contaminato, vivo, con una sua identità, qui a Napoli, dove alla fine ho scelto di vivere”.

Ci salutiamo dopo tre ore, molti caffè e diverse sigarette. Nel libro su Pietro Scoppetta, che ho portato con me, ripongo i miei tre ritratti, tutti diversissimi. E con loro la convizione che mai erede fu più affine al suo antenato: Andrea come il suo prozio è un perfetto tratteggiatore dell’oggi, un uomo di questi tempi, un artigiano del disegno proiettato nell’ora e qui. Degnissimo del cognome che porta con la disinvoltura scanzonata e la semplicità che lo distinguono.

Lucilla Parlato

Ph Francesco Paolo Busco

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 19 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Febbraio 2019

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