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ETERNO DIEGO

E all’improvviso venne Maradona

Sport | 26 Novembre 2020

Il rumore di una videocassetta che si riavvolge, certe volte, è l’infanzia tutta intera. Sono nato il 24 settembre 1990, il secondo Scudetto del Napoli l’ho vissuto tramite mia madre che, indomita, fino al sesto mese di gravidanza ha continuato a farmi spettatore abusivo dello spettacolo più bello mai esistito. Qualcosa mi è entrato dentro da quel giorno.

La videocassetta, con il suo rumore, è quella di una collezione che a metà anni ’90 uscì in edicola con “Il Mattino”. Le immagini scorrevano veloci, incalzanti. C’era un tizio con un nome che per me era pienamente napoletano – Diego – e un cognome che io pensavo fosse italiano – Maradona. Non era così. Ma chi era quel bambinone con i riccioli lunghi? Perché non aveva il fisico di tutti gli altri? E com’è possibile fare i miracoli con i piedi? A scuola mi facevano mettere le mani palmo contro palmo per pregare, e fare silenzio, ma quelli pregavano in maniera diversa. Io vedevo il bianco e l’azzurro e sentivo canzoni, rumori e trombette. Vedevo uno stadio – il suo Stadio – senza copertura e tanti giornalisti dietro la porta che, a ogni gol, dovevi scegliere se esultare o se travolgere tutti.

Perché mio padre si commuoveva? E cos’è il Corazon? Ho capito tutto dopo. Spesso le risposte sono diverse da quelle che desideriamo da bambini, ma le risposte imparate quei giorni lì mi sono sempre piaciute e ho deciso che le avrei portate con me.

Maradona non era un giocatore di calcio. Maradona, il calcio, lo ha codificato. Il che è diverso. Una disciplina – arte, sport, cultura – non nasce già realizzata. Ci si offre delle regole, il gioco piace, si diffonde, si stabilizza. Poi, all’improvviso, arriva qualcuno che ne cambia i connotati, rispettando le regole formali ma destinando il tutto a una nuova dimensione.  Dopo Maradona, a un bambino forte che non la passa, a una bambina che sogna di giocare, a un gruppo di improvvisati calciatori si dice “non sei Maradona, passala” oppure “che gol hai fatto, sembri Maradona”.

Icona di un secolo intero

Maradona è il ‘900.

È un sogno e un incubo. Dei moralisti del quartierino, di quelli “che grande giocatore, ma piccolo uomo” non sappiamo cosa farcene. A loro è preclusa la comprensione. Maradona si è concesso il vizio e non gliel’hanno perdonato. Maradona ha scelto di essere il più grande in una città del Sud – di ogni Sud. Ha caricato la sua esistenza di battaglie politiche a tutto campo e non solo a metà campo.

L’amicizia con Fidel, ad esempio, non è mai piaciuta a molti. E chissenefrega. Contro gli Inglesi aveva ragione da un punto di vista militare? Forse no. Ma la sua antipatia la si comprende dannatamente bene. Doveva riconoscere prima suo figlio Diego? Sì, sì e sì. Eppure tutti i suoi compagni di squadra lo hanno sempre amato e mai nessun avversario ne ha parlato male. Perché Maradona era un generoso, tranne che verso se stesso.

Nella stessa partita, Città del Messico ’86, segna sia il gol che più di tutti rappresenta il calcio come gesto individuale – scarto tutti, segno e andiamo a vincere il Mondiale – sia quello che più lo nega. Di mano, non si fa. Ma se a dirlo e a farlo è Dio, allora forse va bene. Maradona, da bambino, ha deciso di avere un sogno: “giocare il Mondiale e vincerlo”, diceva. Lo ha fatto. Si è caricato una parte del mondo sulle spalle e l’altra parte gliel’ha fatta pagare. Maradona si è messo contro le potenze politiche e ha perso. O forse ha stravinto.

La vida es una tombola. Maradona è morto, Diego resta giovane per sempre come gli eroi, come gli Dei. Il suo Olimpo è la storia di un secolo. Grazie di aver tolto spazio alla morte mostrandoci qualche momento in cui tutto aveva senso.

Mario Cosenza

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 26 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 26 Novembre 2020

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