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ETIOPIA

Gibe III e il disastro umanitario di una diga tutta Italiana

Altri Sud | 7 Febbraio 2019

Al termine dei lavori la diga Gibe III sarà la più grande centrale idroelettrica d’Africa: con una potenza installata complessiva di 1.870 MW ed una produzione prevista di 6.500 Gwh/anno.

Questo è uno stralcio della presentazione, presa dal sito ufficiale del gruppo Salini-Impregilo, di quella che è diventata la diga più grande del continente con una produzione prevista di 15.000 Gwh/anno. I lavori furono commissionati nel 2006 all’azienda italiana in continuità con un progetto di sviluppo avviato dal governo Etiope nel 1999 per la costruzione della Gibe I e proseguito nel 2004 con la Gibe II.
L’ambizioso progetto è stato concepito per “aiutare a sollevare la popolazione dalla crescente povertà”.

L’impianto è stato edificato nella Valle dell’Omo, dichiarata nel 1980 patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la ricchezza di siti naturali e archeologici e per la presenza di numerose popolazioni tribali, venti diverse etnie custodi di costumi e tradizioni antichissime. Queste etnie hanno abitato nella valle per secoli grazie ad efficaci tecniche di sostentamento alimentate dalle piene naturali del fiume Omo.

L’impatto ambientale negativo

Questi motivi, insieme ad accurati studi di fattibilità tecnica, hanno portato nel 2010 sia la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) sia la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) a rinunciare al finanziamento della Gibe III. Solo la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) ha accettato di finanziare parte della costruzione della diga, e nel 2012 la Banca Mondiale ha deciso di finanziare le linee di trasmissione dell’energia.
Oltre alle due banche anche molte ONG hanno espresso parere negativo sulla costruzione della diga tanto da costringere lo stato africano ad emanare un decreto “bavaglio”(621/2009) per impedire a qualsiasi associazione o Ong locale di lavorare in settori cruciali per la società civile tra cui quello dei diritti umani e della partecipazione democratica.

Studi di fattibilità negativi, incompatibilità sociale e ambiente sfavorevole non sono riusciti a frenare l’inizio dei lavori.
Da Addis Abeba è stata data carta bianca ai principali beneficiari dell’opera, l’azienda energetica etiope EEPCo e la società italiana Salini-Impregilo che hanno commissionato lo Studio di Impatto Ambientale all’agenzia milanese CESI.
Il CESI ha approvato la fattibilità fornendo, però, indicazioni fuorvianti sin dalla presentazione del progetto alla stampa, documento titolato “io sto con gli ippopotami” in cui oltre alle presentazioni di sorta racchiude i punti da smarcare, in poche righe:
Il Gibe-Omo, che sfocia nel famoso ed enorme lago Turkana, è popolato da ippopotami, coccodrilli ed altri grandi felini che vedranno il loro habitat parzialmente turbato dal progetto. Lo studio del CESI cercherà, in accordo con progettisti ed Enti etiopi di controllo, le migliori soluzioni per proteggere la flora e la fauna locale.
Non facendo alcun riferimento né alle popolazioni dei villaggi limitrofi né alle ripercussioni proprio sul lago Turkana (patrimonio dell’Unesco dal 2018) che, ricevendo oltre il 90% delle sue acque dal fiume Omo, sarebbe destinato a scomparire completamente portando ripercussioni enormi e non solo sugli ippopotami.

La Villagizzazione dei popoli indigeni dalla valle

Secondo quanto riportato dall’organizzazione Survival International (organizzazione a tutela dei popoli indigeni), nel 2011 lo stato africano ha iniziato ad affittare, in via preventiva, enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo, resi ancora più appetibili dall’indotto che la diga avrebbe creato.
I terreni sono stati distribuiti ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di zucchero, palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti in quello che è stato ribattezzato il Kuraz Sugar Project.

La prima necessità è stata dunque quella di sfrattare i popoli indigeni, in quella che è stata definita ‘villagizzazione’, la deportazione di intere tribù in campi di reinsediamento con conseguente esproprio di terre in nome del progresso economico.

Le autorità etiopi hanno iniziato il processo nel 2012 partendo delle tribù dei Bodi, i Knegu e i Mursi, prontamente trasferiti in campi di reinsediamento, per poi allargare le attenzioni ai Suri, popolo ad ovest della valle, decimandone la popolazione.
Gli sfratti avvenivano brutalmente, con arresti sommari, uomini legati ad alberi o fucilati, stupri, violenze e confische di capi di bestiame, sostentamento principale di molte tribù indigene.

Per le tribù rimaste la vita si è fatta molto dura, il riempimento del bacino idrico dietro la Gibe III sul fiume Omo sta trattenendo i flussi necessari a circa 400.000 indigeni nel sud dell’Etiopia e nel nord del Kenya per sostenere la loro produzione di cibo e mezzi di sussistenza.

Il ruolo dell’Italia

Sempre secondo la Survival, la Salini-Impregilo è colpevole di scarsa attenzione verso i numerosi impatti negativi urlati a gran voce dalle ONG prima dell’intervento del CESI.
Dopo le numerose accuse di negligenza da parte della comunità internazionale, l’azienda italiana, in accordo con l’Etiopia si era impegnata a trovare sistemi in grado di provocare esondazioni artificiali periodiche,sistemi che purtroppo non hanno portato gli effetti sperati.

Oltre all’imbarazzante inerzia mostrata dal colosso ingegneristico Italiano anche la politica ha mantenuto il silenzio sui disastri ambientali e umanitari causati dal progetto. Nel 2016, a ridosso dell’inaugurazione del colosso ingegneristico, in Etiopia si sono recati l’allora Presidente del Consiglio Renzi prima e il Presidente Mattarella poi, i quali si sono limitati ad esprimere il solito grande orgoglio per un opera tutta italiana.

Oggi, nonostante il lago Turkana stia iniziando a scendere di livello, nonostante le poche tribù rimaste nella Valle dell’Omo facciano difficoltà a trovare l’acqua per irrigare i campi e nonostante la diga non si possa distruggere, qualcosa si può ancora fare. L’Etiopia e la Salini-Impregilo potrebbero continuare a cercare modi per evitare che questi patrimoni scompaiano.
Potrebbero, certo, se non fossero concentrati sulla costruzione della Gibe IV.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 7 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 12 Febbraio 2019

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