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EUROPEE 2019

L’Unione che guarda oltre i Muri sovranisti (che peseranno pochissimo)

Attualità, Europa | 28 Maggio 2019

Si è da poco conclusa la settimana delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. L’attenzione sul voto è stata massima, quasi un’allerta, e questo perchè l’Europa, dall’ultima votazione parlamentare, è cambiata moltissimo.

Il 2014 , nonostante l’affermarsi del Partito Popolare Europeo e dei Socialisti e Democratici (S&D) è stato l’anno dell’avvento di movimenti estremisti e xenofobi delle destre anti-europeiste, specialmente in Gran Bretagna e in Francia (con il successo del Rassemblement National di Marine Le Pen) e del Populismo.

Oltre ad essere stato il periodo con la più ampia costruzione di muri che la storia abbia mai visto, il quinquennio appena trascorso sarà ricordato per la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’ Unione Europea tramite un referendum, vinto dalla fazione anti-europeista per un pugno di voti.

Come è cambiata l’Unione Europea dopo le elezioni del 2014

L’Europa, complice anche la massiccia presenza di partiti definiti euroscettici, si è totalmente snaturata.

I movimenti populisti poi hanno cavalcato l’onda di questo cambiamento, complice l’instabilità politica entro i confini europei, stringendo alleanze con i moderati (vedi Orban con il PPE) o con altri movimenti nazionalisti, costruendo muri anti-immigrazione, come nel caso di Ungheria (diventata vera icona dell’Europa dei muri), Austria e Slovenia o innalzandone altri idealistici nei porti come nel caso di Italia, Malta e Olanda.

Nata con l’obiettivo di dar vita ad una cooperazione e apertura attraverso i confini, l’Unione Europea sembra essersi trasformata nel suo opposto.

Come si è arrivati al voto del 2019

A livello Continentale, il tasso di partecipazione elettorale ha superato il 50 per cento, un valore in crescita rispetto al 2014, il più alto da vent’anni a questa parte. Le motivazioni di questa enorme affluenza hanno un comune denominatore: la paura

Dalle paure xenofobe e migratorie dei populisti, alla paura dei populisti stessi. Dalla paura dei cambiamenti climatici all’eurofobia dei sostenitori di Salvini e Le Pen, fino alla paura del ritorno dell’estrema destra e del terrorismo.

Queste paure hanno portato gli elettori a sparigliare le carte degli schieramenti di Bruxelles lasciando però lo zoccolo duro popolar-socialista al centro dell’Europa, seppur ridimensionato.

Risultati, alleanze e temi caldi del nuovo governo di Bruxelles

Secondo gli scrutini il Partito Popolare Europeo (Ppe) resta il primo partito con 180 seggi (contro i 212 dell’ultima elezione) seguito da Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo (il gruppo del Partito Democratico) con 145 (contro i 187 del 2014), l’Alleanza dei democratici e Liberali per l’Europa (Alde) invece sale a 109 seggi (68 nel 2014).

La vera sorpresa è rappresentata dai Verdi che si piazzano al quarto posto con ben 69 parlamentari, seguono i Conservatori dell’ECR a 59, mentre l’Europa delle Nazioni e delle Libertà, ENF (il gruppo della Lega e del Rasemblement National di Marine le Pen) guadagna 58 seggi e l’Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, Efdd (il Gruppo del M5S e Brexit Party) appena 54.

In generale quindi lo scenario ricorda molto quello del 2014 con l’alleanza Ppe-S&D come gruppo di maggioranza con la differenza di una presenza Liberale raddoppiata.

 

L’insostenibile crescita degli Euroscettici 

C’è da registrare una crescita di sovranisti ed euroscettici con le vittorie di Salvini (32%) e Marine Le Pen (24%) vittorie che difficilmente riusciranno a farli entrare nella maggioranza proprio per l’eterogeneità dei partiti tradizionali – Popolari e Socialisti – che perdono consensi ma a favore di nuove forze moderate e liberali come l’Alde che non dovrebbe avere problemi ad allearsi con il gruppo popolar-socialista.

Più difficile ma non impossibile invece un alleanza dei moderati con i Verdi, se non altro con l’obiettivo comune di arginare possibili alleanze tra populisti. Sarà quindi presumibilmente una coalizione moderata e europeista quella che guiderà la nuova Unione, una possibilità per le formazioni partitiche tradizionali di arginare l’avanzata di tutti gli estremismi.

Il voto in Gran Bretagna e lo spettro del no-deal

Le prime elezioni post Brexit in Gran Bretagna hanno visto un prevedibile crollo dei Tories di Theresa May e il trionfo del neonato Brexit Party di Nigel Farage, uno dei fautori dell’uscita dall’UE.

Il paese, in attesa di uscire dall’Unione, ha consegnato un ritratto del paese di difficile interpretazione.

Molti si aspettavano un plebiscito del Brexit Party, nato per negoziare con l’Unione la miglior exit strategy, invece il partito di Farage ha preso “solo” il 32% dei consensi seguito dai liberal-democratici europeisti con il 20,5%.

Per il resto si è registrato un crollo di conservatori e labouristi e un notevole avanzamento dei Verdi con il 12,2% in linea col resto d’Europa.

È pur vero che si tratta di una elezione molto importante per la GB, terrorizzata dallo spettro del no-deal (letteralmente “nessun accordo”), ovvero una Brexit senza intese commerciali con l’Unione Europea.

La paura del no-deal è iniziata a circolare quando le parti hanno incontrato i primi ostacoli ed analizzato gli effetti di un’uscita disordinata. Una Brexit senza accordo infatti metterebbe in discussione, secondo la Bank of England, sia la sterlina che il mercato immobiliare.

Ma il rischio più grande sarebbe per le imprese che, senza accordo, sarebbero obbligate ad affrontare maggiori costi e vincoli doganali.

Un no-deal farebbe interrompere il periodo di transizione, fissato al 31 dicembre 2020 (periodo in cui Londra manterrà le norme Shengen) obbligando Londra a lasciare immediatamente l’Unione portando gravi conseguenze anche in Europa.

Ed è per questo che, contrariamente a quanto si possa pensare, il voto più importante in Europa è proprio quello della Gran Bretagna che però si trova ad affrontare uno scenario dove, senza un cambio di coalizione (al momento il maggioritario Brexit Party fa parte del Efdd) gli inglesi saranno obbligati a parlare per alzata di mano.

Lo scenario Italiano e l’effimero exploit di Salvini

La Lega Nord si afferma primo partito con il 34% dei voti, secondo il Pd con il 22,69%, terzo il M5S che si ferma al 17%

A dispetto dei proclami Salviniani, dei festeggiamenti e dei crocifissi baciati, queste elezioni Europee rappresentano solo uno spot elettorale di matrice Italica.

A Bruxelles la coalizione leghista (ENF) è troppo isolata. Il gruppo Ppe-Alde-S&D da solo raggiunge ben 434 seggi, abbastanza per governare serenamente, se poi a questi si aggiungessero i Verdi allora i seggi salirebbero a 503, un muro invalicabile per la lega e con barriere di ingresso ancora più alte (Socialisti e Verdi hanno visioni molto distanti dalla alla Lega Nord).

L’unico risultato ottenuto dalla lega nord è in termini di propaganda in quanto è risultato primo partito italiano, attestandosi al 34%, risultato che, sommato alle percentuali della propria coalizione di centro destra gli farebbe superare il 50% in caso di elezioni immediate.

Quelli che non hanno davvero nulla da festeggiare sono i pentastellati, non tanto per la netta flessione nelle percentuali (il Movimento è sceso infatti dal 21% del 2014 al 17%), quanto per essersi piazzati sul gradino più basso del podio, superati dal rinato PD di quasi 5 punti percentuali.

L’unico partito italiano che ha ragione di festeggiare è proprio il PD in quanto in Europa potrà contare, grazie al suo 22%, su ben 18 seggi nella coalizione di maggioranza. In territorio nostrano invece ha dimostrato di essere l’anti-lega che la sinistra attendeva o almeno di avere la volontà di farlo.

 

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 28 Maggio 2019 e modificato l'ultima volta il 28 Maggio 2019

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