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EXPO 2015

Sponsor McDonald’s e Coca Cola: nutrire le multinazionali, affamare il pianeta

Attualità, Italia | 9 Marzo 2015

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Nutrire le multinazionali, affamare il pianeta: se l’onestà intellettuale avesse ancora un senso, questo dovrebbe essere lo slogan che campeggia sul sito ufficiale di Expo 2015, considerato l’ingresso di sponsor come McDonald’s e Coca Cola. Tre erano i temi principali intorno ai quali, a dire della propaganda ufficiale, verteva l’esposizione internazionale: rilancio del cosiddetto made in italy, cultura della buona alimentazione, distribuzione delle risorse alimentari tra le popolazioni del mondo, e possiamo serenamente affermare che, con i suddetti testimonial, l’Expo ha già fallito su tutti i fronti prima ancora di aprire i battenti.

Partiamo da McDonald’s, la società fondata nel 1937 dai fratelli Richard e Maurice McDonald’s, e sulla quale pendono innumerevoli casi di sfruttamento del lavoro minorile: nel terzo mondo, vi chiederete voi? No, anche nel primo: nel 2001 è stata condannata da un tribunale inglese nel Surrey per quella che fu definita una delle più gravi sanzioni comminate a un’azienda per violazione delle norme sui lavoro minorile nel territorio britannico. In Cina invece un’inchiesta del quotidiano “South China Sunday Press” scoperchiò un orrore fatto di 160 bambini di età compresa tra i 12 e i 15 anni che lavoravano, pagati una miseria, sette giorni su sette per la Simon Marketing Ltd. di Shenzen, vicino a Hong Kong, ovvero la ditta che fornisce i giocattoli a McDonald’s.  Non sono andate meglio le cose in Vietnam, dove un report della newyorkese National Labour Committee denunciava “paghe inferiori al minimo salariale previsto dalla legge vietnamita” e “condizioni di lavoro spaventose” alla Keyhinge Toys di Da Nang City, impegnata anch’essa nella realizzazione di giocattoli per McDonald’s.

Dal punto di vista della sostenibilità ambientale, sulla multinazionale pende la denuncia di Greenpeace che la accusa di essere in prima fila nella devastazione della foresta amazzonica, rasa al suolo per liberare terreni dove produrre i mangimi animali che le occorrono. Il che si interseca con la questione del cosiddetto indice di conversione alimentare: per produrre un chilo di carne ne occorrono dieci di cereali e leguminose, ma nei paesi ad esempio latino americani distese sconfinate di terreno vengono impiegate per soddisfare le “esigenze” di questa come altre multinazionali, mentre le popolazioni locali fanno la fame. Di cultura della buona alimentazione neanche a parlarne: verrebbe in mente Super Size Me, film documentario di Morgan Spurlock, per sottolineare che stiamo parlando dell’emblema del cibo spazzatura, ma è sufficiente dare un’occhiata alla lista di 78 additivi chimici e 578 coloranti artificiali utilizzati nei suoi panini, e pubblicati in un’inchiesta del The Indipendent, per inorridire.

Sul fronte Coca Cola, fondata nel 1891, ottavo gruppo alimentare del mondo, con filiali in più di trenta paesi, il panorama è ancor più sconfortante, e non basterebbe un’enciclopedia per descriverne le nefandezze: forse uno dei casi più eclatanti è quello del colombiano Sinaltrainal, il sindacato dei lavoratori dell’industria alimentare, che nel 2001 denunciò presso la corte di Miami la succursale della Coca Cola in Colombia. Le accuse riguardavano sequestro, tortura e uccisione di nove sindacalisti: nel 2003 la corte statunitense assolse la Coca Cola Company perchè “i fatti non si erano verificati negli U.S.A.“, ma diede possibilità di procedere contro le succursali colombiane.
Emblematico dello strapotere anche mediatico di questa multinazionale è il caso verificatosi in Belgio nel Giugno 1999: tutte le bevande a marchio Coca Cola furono ritirate dal mercato, in seguito a numerosi casi di intossicazione e il ricovero in ospedale di più di 90 persone in una sola settimana. Le lattine risultarono essere contaminate con un fungicida: un danno di immagine che avrebbe gettato sul lastrico qualsiasi altra industria alimentare, ma su questo episodio cadde una coltre di omertà internazionale.
Non vanno meglio le cose sul fronte dell’insostenibilità ambientale per la multinazionale di Atlanta: per sua stessa ammissione, consuma qualcosa come circa 290 miliardi di litri d’acqua l’anno con un tasso di sfruttamento della stessa di 2,7 a 1. Significa che per ogni 2,7 litri d’acqua ne ricava 1 di prodotto: gli altri servono per pulire bottiglie e macchinari, poi finiscono nelle fogne.
In India, dove il tasso di sfruttamento dell’acqua è 4 a 1, e più precisamente a Plachimada nello stato del Kerala, nel 2000 aprì uno stabilimento di imbottigliamento, ma in breve tempo i pozzi pubblici di acqua potabile erano prosciugati, e non ce n’era più neanche per irrigare i campi. Dalle indagini emerse che lo stabilimento “rubava” molta più acqua di quanto concordato e, come se non bastasse, ogni giorno riversava nelle campagne circostanti 1,5 milioni di litri d’acqua inquinata da metalli pesanti. Nel 2004 lo stabilimento fu chiuso: nel marzo 2010 la corte dello stato indiano ha condannato la Coca Cola Company a risarcire gli abitanti del posto con più di 350 milioni di euro. L’acqua di Plachimada non è più potabile per inquinamento delle falde acquifere. E non mancano anche nel caso di questa multinazionale le accuse di sfruttamento del lavoro minorile soprattutto nei paesi poveri, casi di cui solo per umana pietas vi risparmiano i dettagli.

1E adesso, alla luce di quanto riportato, e anche del molto omesso per sole ragioni di brevità, provate a farvi un giro sul sito ufficiale dell’evento, alla voce “tema” dell’esposizione, dove compare invereconda, e paradossalmente proprio a lato di una foto caratteristica dell’India, la seguente dicitura: “Expo Milano 2015 si confronta con il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità”. E provate a spiegarci, se ne avete il coraggio, che fine ha fatto il sentimento della vergogna.

Lorenzo Piccolo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 9 Marzo 2015 e modificato l'ultima volta il 10 Marzo 2015

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