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FACCIAMO CHIAREZZA

Cinque risposte alle fake sui vaccini

Sanità | 11 Gennaio 2021

Nel corso di questa pandemia, si è spesso detto come il vaccino fosse la principale arma contro il SARS-CoV-2, il coronavirus con cui il mondo convive malvolentieri da un anno. Tuttavia, non manca lo scetticismo. L’ormai famigerato movimento NoVax sguazza nell’ignoranza e in una serie di asserzioni prive di fondamenta scientifiche, spalleggiato involontariamente, talvolta, da un’informazione qualificata che spesso difetta in semplicità e, saltuariamente, anche di coerenza tra le varie campane.

Con questa serie di articoli ci poniamo come obiettivo di portare un po’ di chiarezza ai propri lettori, tramite serie di domande che prendono spunto dal precedente articolo sui vaccini e, anche, dalle storiche controversie che hanno coinvolto le pratiche vaccinali.

Da dove nasce la sfiducia per i vaccini?  Il primo esempio storico

La prima grande controversia riguardante le pratiche vaccinali nasce a cavallo tra il 1960 e il 1961, e prende spunto da un vaccino, quello contro la poliomielite, atteso all’epoca con grande ansia dal mondo intero. La poliomielite è una malattia virale, dovuta all’infezione da poliovirus, con una sintomatologia molto complessa che si contraddistingue, nei rarissimi casi gravi, per paralisi e meningiti dovuti alla penetrazione del virus nel sistema nervoso. Attorno alla metà del secolo scorso, ben tre vaccini sono stati resi disponibili alla popolazione generale.

Non è però tutto oro ciò che luccica: il più diffuso ed efficace, prodotto dal premio Nobel Albert Sabin, è stato vittima di contaminazione da parte del virus SV40 avvenuta, naturalmente e casualmente, nelle cellule di macaco utilizzate per la produzione del preparato vaccinale. Questo virus può causare tumori nei roditori; tuttavia, non è stata dimostrata alcuna associazione causativa tra SV40 e tumori nell’uomo.

Nel 1998, un metastudio pubblicato su JAMA, forte di un campione di ben 700’000 persone vaccinate col preparato di Sabin, ha diramato definitivamente la questione e dimostrato l’assoluta mancanza di una maggiore incidenza di tumori nei vaccinati. La correlazione era già altamente improbabile: il caso ha però fatto scuola su come una malformazione abbia serpeggiato per anni nei media generalisti e, per fortuna, anche nel modo di risolvere un dubbio nel campo.

 

I vaccini provocano l’autismo?

Se la controversia riguardante il vaccino anti-poliomielite ha occupato i media per prima, è però la presunta e dannosissima fake news su un’eventuale correlazione tra autismo e vaccinazione ad aver fatto i maggiori proseliti nelle fila dei NoVax e a fungere, ancora oggi, da (debolissimo) cavallo di Troia degli oppositori delle pratiche vaccinali.

Nel 1998 un articolo pubblicato su Lancet, dal gruppo del dottor Andrew Wakefield, crea scalpore nella comunità scientifica: i risultati non dimostrano una correlazione tra il vaccino MPR (contro morbillo, parotite e rosolia) e disturbi di tipo autistico, tuttavia il dottor Wakefield sostiene a gran voce, nei mesi successivi, la possibilità che la somministrazione del vaccino possa davvero causare l’autismo. Negli anni successivi, nessuno riesce a conferire veridicità a questa affermazione, né tantomeno ai risultati dell’articolo. In particolare, un metastudio condotto in Danimarca, e pubblicato su BMJ nel 2002, analizza tutti i bambini vaccinati nella nazione scandinava dal 1991 al 1998 (più di mezzo milione); come per il preparato anti-poliomielite, non si trova nemmeno l’ombra di una possibile relazione causale tra il vaccino MPR e l’autismo.

La maggiore arma di diffusione del complottismo dei NoVax si rivela, in realtà, un enorme complotto a sua volta: nel 2004 si scopre che il dottor Wakefield era stato pagato da un avvocato fraudolento per fabbricare ad hoc i dati dello studio pubblicato sei anni prima e per portare avanti la susseguente campagna di terrore. Cosi, nel 2010, Lancet ritratta e rinnega definitivamente l’articolo, considerato ormai all’unanimità il più grande inganno perpetrato da un (ex) membro della comunità scientifica ai danni della popolazione. Inganno, però, ancora da eradicare completamente dalle menti più suggestionabili e meno attente.

I vaccini contro il coronavirus sono stati prodotti troppo in fretta?

E veniamo ai giorni nostri. Il SARS-CoV-2, il coronavirus responsabile della pandemia che ha segnato il 2020, è stato isolato all’inizio dell’anno scorso. La FDA, l’organismo regolatorio statunitense che vigila sui farmaci e sulla loro approvazione, ha acconsentito alla messa in commercio di ben due vaccini meno di un anno dopo. Si consideri che lo sviluppo di questo tipo di farmaci richiede abitualmente anni e anni di lavoro: basti pensare al vaccino per l’ebola, Ervebo, sviluppato a partire dall’epidemia nell’Africa Occidentale nel 2014 e approvato solo 5 anni dopo. Come ha fatto la comunità scientifica ad accelerare i tempi in maniera così clamorosa? Come spesso accade, ci sono molteplici fattori che concorrono a dare un senso ad un risultato scientifico semplicemente eccezionale, ma assolutamente motivabile.

Il più immediato è ovviamente il volume inedito di fondi destinati alla ricerca contro il coronavirus. Si calcolava che già ad agosto fossero stati superati i 40 miliardi di dollari raccolti per lo sviluppo dei vaccini. Seguendo l’esempio precedente, per Ervebo la Merck ha ricevuto due tranches di fondi per un totale poco superiore ai 10 milioni di dollari. Le proporzioni sono presto fatte. L’incredibile spesa per la ricerca contro il coronavirus si è unita, ovviamente, al maggior interesse (triste, ma innegabile) per la risoluzione del problema globale rispetto alle “normali” epidemie; questa combinazione ha generato a catena un circolo virtuoso, come la sintesi contemporanea di vari vaccini candidati, la possibilità di condurre più trials contemporaneamente su vari candidati e la maggior facilità nel reclutare pazienti per gli stessi trials.

Ma non è solo una questione di soldi e di interesse: l’emergenza globale ha dato adito ad un progresso scientifico, in quanto la decisione di puntare sui vaccini a mRNA ha permesso una maggior facilità e velocità di sintesi dei singoli candidati e una maggior convenienza degli stessi (dunque, a parità di fondi, una maggior capacità produttiva; e sappiamo che i fondi per questi vaccini sono praticamente illimitati). Unito alle enormi potenzialità intrinseche della tecnologia ad RNA (maggior specificità contro il patogeno, probabile maggior sicurezza dei preparati) ciò ha permesso di avere, in meno di un anno, due candidati approvati, efficaci e sicuri contro il SARS-CoV-2.

I vaccini a mRNA cambiano il nostro DNA?

Delle preoccupazioni che aleggiano sul vaccino, questa è senza dubbio la più grottesca e infondata. La risposta è un deciso, prorompente “No”, e spiace constatare che persino dei professori universitari, quali ad esempio la Prof.ssa Gismondo, siano cascati in una topica così vergognosa, facilmente evitabile persino da studenti universitari ai primi anni di Biologia. C’è però da dire che la stessa Gismondo è stata pubblicamente diffidata dai suoi colleghi per precedenti affermazioni che paragonavano, in maniera totalmente errata, influenza e sindrome da coronavirus, e dunque si può ragionevolmente dubitare della sua affidabilità a tutto tondo.

Nel caso specifico, la spiegazione è discretamente semplice. L’RNA è il passo successivo al DNA, la nostra informazione genetica di base: si dice, in gergo, che il DNA viene “trascritto” in RNA. Per cominciare, le molecole a RNA vengono degradate molto velocemente dalle nostre cellule, una volta utilizzate per sintetizzare l’informazione che aiuti a sviluppare l’immunità contro il virus, e dunque ciò rende molto difficile una loro integrazione nel nostro DNA.

Ma la più facile controreplica a queste infondatezze deriva dal fatto che la trascrizione da DNA a RNA è unidirezionale nell’uomo e nella stragrande maggioranza degli organismi; il caso forse più rinomato di “retrotrascrizione”, ossia di trascrizione al contrario dell’RNA in DNA avviene con i retrovirus, tra i quali spicca il virus HIV. Non essendo in presenza, col SARS-Cov-2, di un retrovirus (per la cronaca, si parla di un virus a RNA a singolo filamento positivo, assolutamente incapace di retrotrascrivere) non c’è alcun rischio che il preparato a RNA diventi DNA, venga integrato nei nostri geni e cambi la nostra informazione genetica.

Ma se i vaccini sono così efficaci, com’è possibile che la gente si infetti subito dopo la somministrazione?

Preoccupazione legittima, tuttavia facilmente controvertibile. Il vaccino va iniettato in due dosi a distanza di tre settimane, e la sua efficacia è stata provata solo a partire dalla settimana successiva alla seconda somministrazione, per un’immunità che si ottiene, dunque, a partire da un mese dalla prima dose. Ciò succede perché anche il sistema immunitario deve essere “allenato” contro il virus, e necessita del suo tempo per acclimatarsi alla minaccia una volta che il vaccino gli ha permesso di costruirsi le sue armi contro l’eventuale infezione.

La somministrazione in due dosi non è un inedito: il già menzionato vaccino trivalente MPR viene anch’esso iniettato in due momenti diversi a distanza di un mese. Ciò succede perché la prima iniezione aiuta il corpo a riconoscere ciò che viene definito “antigene”, ossia la molecola che scatena la risposta immunitaria, in un processo definito “priming del sistema immunitario”, mentre la seconda rinforza questa stessa risposta immunitaria affinata precedentemente e la rende duratura nel tempo.

C’è inoltre da ricordare che l’efficacia dei due vaccini di Pfizer e Moderna, gli unici attualmente approvati dall’EMA (l’agenzia europea dei medicamenti) è del 95 %, dunque è possibile, in linea teorica, infettarsi dopo la vaccinazione. Ma è anche molto, molto, molto improbabile. La durata dell’immunità è anch’essa da dimostrare con certezza, ma gli ultimi studi sull’argomento prevedono una copertura anticorpale molto vicina ai 12 mesi, che renderebbe perciò la vaccinazione più o meno annuale. Anche questa, comunque, non sarebbe una novità.

 

Alfonso Martinisi-Aniello Napolano

Un articolo di Aniello Napolano pubblicato il 11 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 11 Gennaio 2021

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