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Per i giornali l’Accademia della Crusca accetta “esci il cane” ma è una bufala

Cultura, Italia | 29 Gennaio 2019

Dire “esci il cane” e “siedi il bambino” non è più sbagliato: la decisione della Crusca.

Così titola un articolo di Fanpage del 27 gennaio.

Accademia della Crusca: si può dire “siedi il bambino” e “esci il cane”. È la rivincita del Sud

leggiamo, sempre il 27 gennaio, su Il Messaggero.

Ed ecco, ancora, il Mattino:

Accademia della Crusca: si può dire “siedi il bambino” e “esci il cane”. È la rivincita del Sud.

Insomma, a forza di rivincite, sembrava quasi che a momenti, tra una pastarella domenicale e l’altra, fossimo alle porte di una presa della Bastiglia linguistica in salsa meridionale.  Peccato, però, che un po’ come tutte le fantomatiche rivincite del Sud che i giornali ci hanno propinato negli ultimi anni, anche questa non lo fosse poi tanto.

E infatti sono arrivate puntuali le smentite dagli stessi giornali che avevano così gloriosamente titolato ieri, ancora presi dai fumi del vinello del pranzo domenicale.

Ormai ci siamo tristemente abituati alla pratica dei giornali di gonfiare la notizia in titoloni esagerati, per mendicare qualche click in più. Desta però preoccupazione il fatto che a praticare l’acchiappa-click sfrenato siano anche note testate nazionali, quali il Fatto quotidiano, che ieri titolava così:

Accademia della Crusca, dire “siedi il bambino” non è più sbagliato. Resta il veto però su “scendi il cane”

L’ira funesta dei social

Inutile dire che, subito dopo la pubblicazione delle notizie, e sempre prima – ovviamente – di fare qualsiasi tipo di verifica, è scoppiata la catena di condivisioni e schieramenti pro e contro sui social, che ha immancabilmente sortito l’effetto sperato di procurare valanghe di clic e interazioni ai suddetti giornali. Tra (pochi, sembrerebbe) sostenitori della fantomatica scelta della Crusca e scandalizzati puristi – o grammar nazi, se vi piace – , a percuotersi il petto per il triste destino della lingua di Dante.

Le affermazioni dietro il fake

Passiamo ora a sgonfiare la bufala con un po’ di verifica dei fatti. Stando a quanto riporta l’Agi, tutto sarebbe nato da una nota pubblicata sul sito dell’Accademia della Crusca dal noto linguista Vittorio Coletti, in risposta alle domande dei lettori riguardo a forme del tipo “siedi il bambino”, “esci il cane”, “entra il cane” molto diffuse – l’ultima in maniera esclusiva – nel Meridione: si tratta, insomma, di ‘uso transitivo’, di verbi di moto quali ‘sedere’ e ‘uscire’. Nella nota, che si intitola – eloquentemente – “Siedi il bambino! No, Fallo sedere!”, Coletti si esprime in questo modo:

“È lecita allora la costruzione transitiva di sedere? Si può rispondere di sì, ormai è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scaleun pendio). Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla. Ma certo è problematico definirla transitiva (…).
Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto, ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali.”

Sono queste, a quanto pare, le parole che hanno generato l’equivoco (se innocente o malizioso, ai posteri l’ardua sentenza!) dei giornali.

Un causativo sintetico

Ma andiamo avanti con la verifica: nella stessa nota, leggiamo che il famoso ‘uso transitivo’ del verbo sedere è già attestato nel GRADIT, il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro; nessuna attestazione, invece per il verbo uscire e gli altri verbi.

Coletti spiega poi che questo tipo di costruzioni, ‘siedi il bambino’, ‘esci il cane’, sono un procedimento di sintetizzazione di una forma causativa del tipo ‘faccio sedere il bambino’, ‘faccio uscire il cane’. Condensazione che, secondo il linguista, presenta nei contesti informali una particolare efficacia espressiva, che la rende appunto “lecita”.

La smentita della Crusca

Dopo il polverone scatenatosi nel web per la notizia malamente riportata, sono arrivate dall’Accademia della Crusca due smentite, l’una del presidente Claudio Marazzini, il quale, pur ammettendola in un uso informale dell’italiano, conferma decisamente la sua inappropriatezza negli usi formali;  l’altra, su Repubblica, dello stesso Vittorio Coletti, che conclude così la sua precisazione:

“(…) Qualcuno ne ha voluto dedurre che io abbia autorizzato gli usi come complemento diretto di tutti i verbi di moto, cosa che non ho scritto e non penso, anche se non si può negare che la norma vada muovendosi (è il caso di dirlo) in questa direzione e del resto non concerne solo l’italiano, ma anche altre lingue, come il francese (in cui assoir è transitivo) o l’inglese (in cui lo è enter).”

Un paio di precisazioni per i grammar nazi

Insomma, a tutti coloro che hanno attraversato momenti di profonda contrizione per l'”imminente morte” della lingua italiana, a causa dell’accettazione di una forma “orribile”, uno “scempio che non si può sentire”, ci sentiremmo di fare un paio di precisazioni.

L’uso transitivo di verbi di moto è un fenomeno della lingua che cambia. Le forme oggi considerate “brutte”, “scorrette” sono probabilmente la grammatica di domani. L’italiano stesso deriva da una varietà popolare di latino, che è stata a sua volta considerata brutta, scorretta e inappropriata. Proprio Dante, che viene chiamato in causa come mostro sacro per denunciare la decadenza della lingua pura e bella degli avi – salvo poi ignorare di lui quasi tutto, eccetto il nome – , ha difeso la dignità dei volgari italiani. E l’italiano di oggi è, appunto, con le dovute approssimazioni, figlio del volgare fiorentino.

Teresa Apicella

 

Un articolo di Teresa Apicella pubblicato il 29 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Settembre 2019

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