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Mostri virtuali inventati dalla stampa: la verità su Jonathan Galindo

Attualità | 5 Ottobre 2020

Premessa: questo articolo non vuole in alcun modo speculare su una tragedia familiare, come in tanti hanno fatto in questi giorni, ma, piuttosto, tentare di chiarire, rispettando soprattutto la volontà dei genitori che hanno chiesto un rispettoso e legittimo silenzio, certe dinamiche del web che la maggior parte della stampa ignora completamente, portando avanti narrazioni tossiche basate su una leggenda metropolitana nata qualche anno fa nata sulla rete.

Napoli. Un ragazzo di 11 anni apre la finestra del balcone che si trova all’undicesimo piano del suo palazzo. Supera la ringhiera e si getta nel vuoto. Suicidio, sembrerebbe. Ma non per la stampa nostra affamata di click, che punta tutto su una strana creepypasta che gira su internet da almeno 5 anni, Jonathan Galindo.

Jonathan Galindo,  la Blue Whale e il “web cattivo”

Tutto parte il 9 luglio, quando Il Resto del Carlino lancia l’ “allarme” per l’ultima sfida social che induce i giovanissimi a farsi del male: Dopo Blue Whale, arriva Jonathan Galindo.

Secondo il quotidiano, “Jonathan Galindo” chiederebbe l’amicizia a bambini e adolescenti su vari social mandando un messaggio privato e chiedendo di partecipare a un gioco. A questo punto inizierebbe una spirale discendente di sfide che trascina le sue vittime prima all’autolesionismo e poi al suicidio. Ebbene se vi assale un terribile deja-vu non preoccupatevi, è un film già visto, letto e debunkato tempo fa quando c’era la psicosi da Blu-Whale.

Il Resto del Carlino parla addirittura di “4 casi segnalati ad Ancona e provincia”, ma al tempo stesso precisa che non ci sarebbero denunce, né episodi di lesioni autoinferte, ma solo presunte richieste di contatto.

Sullo stesso tono si muove la Polizia Postale, che diffonde su una sua pagina Facebook una serie di consigli per non cadere vittima di Jonathan Galindo, salvo poi rimuovere il post la mattina successiva, il 9 luglio scorso.

Il timore è che ci si trovi di fronte a una nuova Blue Whale Challenge, ovvero qualcosa che nasce su siti internet, rimbalza in tutto il mondo, e che diventa “famosa” solo e unicamente perché i giornalisti che ne parlano sono analfabeti digitali. O peggio, non verificano più la notizia.

Da dove nasce questa leggenda?

Nel 2012-2013, un artista e videomaker americano, che sui social si identifica come Dusky Sam, “per il suo bizzarro piacere personale, non per qualche cacciatore di brivido dei giorni nostri che cerca di spaventare e bullizzare la gente” crea  l’inquietante maschera di un Pippo umano.

Nel 2017 salta fuori la storia su Blasting News messicana.

Questa testata è affidabile come gli orari della metro di Napoli, visto che chiunque può pubblicarci sopra senza filtri e neppure controlli di sorta, anche se nel caso di questo pezzo l’autore spiegava fin da subito la situazione in maniera completa.

Nel frattempo erano stati aperti svariati profili social con l’immagine di un Pippo umano, col nome Jonathan Galindo.

Così nasce una creepypasta

Nel 2017, dunque, qualcuno prende le fotografie di Dusky Sam e le usa per confezionare una creepypasta.

Le creepypasta sono essenzialmente storie dell’orrore 2.0, che spesso partono da immagini inquietanti per costruirci intorno un racconto, alcuni di grande successo (Slender Man, Siren Head, finiti anche al cinema), che, passaggio dopo passaggio, vengono spesso modificati dagli utenti per renderli sempre più spaventosi e poi diffuse grazie al copia e incolla (“pasta” viene proprio da “cut&paste”).

Le immagini di Dusky Sam nel 2017 vengono associate per la prima volta al nome di “Jonathan Galindo”. Da da qui rimbalzano come una pallina pazza nell’universo web grazie anche alla creazione di diversi account legati al personaggio e con racconti tutti diversi fra loro.

Chi dice che si tratti di un individuo disturbato, che la maschera copra una deformità fisica, chi parla di stalking verso donne e bambini. Tutto però con una sicurezza di fondo, chi manda un messaggio a Galindo riceverebbe in cambio video inquietanti, spaventosi, e in qualche caso perfino la foto della propria casa ripresa dall’esterno. Passaggio dopo passaggio alla storia si aggiungono pezzi,  Jonathan Galindo sarebbe in grado di impossessarsi dei dati personali e dell’indirizzo IP di chiunque risponda ai suoi messaggi e cosi via.

Si tratta ovviamente di una storia inventata, ma fa leva sulle paure di molti genitori e ha preso piede in Sudamerica e in Asia; un riadattamento delle storie già circolate per Momo e per Blue Whale, con la sola novità del nome e dell’immagine.

La storia si diffonde, di nuovo

Tre anni dopo  la  prima apparizione  di Jonathan Galindo, un influencer messicano di nome Carlos Name, che conta circa 1.700.000 followers su Instagram,  famoso per la pubblicazione di video di presunte esperienze paranormali che gli accadrebbero con una certa frequenza (?!), rilancia Il 18 giugno scorso la storia del “Goofy umano” (il nostro Pippo).

Racconta di avere  visto  questa presenza appostata fuori da casa sua, di notte, di sentire strani rumori, fino a quando questo essere avrebbe fatto irruzione nella sua abitazione. Nei video si vede un personaggio in pantaloni corti e camicia, con la stessa maschera ideata da Dusky Sam nel 2012, raffigurante, secondo la versione dell’autore e i numerosi commenti dei followers, un uomo di circa trent’anni affetto da problemi mentali  noto per aver molestato donne e bambini.

Nonostante tutti i dubbi del caso sulla veridicità dei video, la storia è un successo e ritorna a diffondersi a macchia d’olio.

La storia del “pippo umano” sbarca in Europa e in Italia grazie agli articoli del Resto del Carlino, che provocarono una lenta reazione a catena su internet con un aumento progressivo delle ricerche su questo personaggio sia nel luglio 2020 (data di pubblicazione dell’articolo sul Resto del Carlino), sia a settembre 2020, quando tutti ne (ri)parlano, dalla stampa nazionale a quella locale; dando per buona una narrazione senza nessuna fonte certa,  scrivendo di una “vittima” presunta del gioco perverso di questo creepypasta ciclico.

Come successo per altri meccanismi simili, come per la Blu Whale, ora tutti ne parleranno, pubblicheranno articoli con tanto di video, e si muoverà il solito carrozzone mediatico, nonostante fino quattro giorni fa nessuno conoscesse questa storia, semplicemente perchè non esistono challenge mortali di questo genere. Una storia che sarebbe finita definitivamente nel dimenticatoio quando i trend da seguire su internet sarebbero cambiati.

I giornali si sono scordati cosa sia la cronaca

C’è una cosa che però adesso sta emergendo, e che preoccupa tantissimo. Si legge spesso nei commenti agli articoli:  “anche quel giornale ha fatto lo stesso” o “quel giornalista nel suo editoriale quotidiano, o un servizio in TV”, come se questo desse una sorta di bollo di autenticità sulla notizia.
Ed è verissimo. Ma il punto è proprio questo. Il problema è che i giornali, ormai, vivono di narrazione a tutti i costi e di frasi decontestualizzate, dimenticando cosa sia la cronaca. Al lettore, ormai, è richiesto lo sforzo di recuperare le informazioni vere in quintali di testi messi lì per amor di indicizzazione su Google.
E siccome non viviamo tempi in cui i lettori sembrano avere voglia di sforzarsi, questi sono i risultati.
La morte di un bambino di undici anni viene raccontata come fosse la trama di un film horror, mischiando leggende metropolitane, mettendo un pupazzo orrorifico pescato da Internet come immagine e ritirando fuori richiami alla leggenda metropolitana della Blue Whale, già debunkata mille e mille volte, come fosse qualcosa di reale e accaduto.
Grande, grande, giornalismo.
Bravi tutti.
Aniello Napolano

Un articolo di Aniello Napolano pubblicato il 5 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 5 Ottobre 2020

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