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FAMIGLIE TEATRALI

Ci eravamo tanto amati: Eduardo e Peppino tra farsa e tragedia

Teatro | 18 Aprile 2019

“Furono prima I De Filippo, poi distintamente, Titina, Eduardo, Peppino…”: così si apre l’articolo di Aggeo Savioli, pubblicato su L’Unità del 28 gennaio 1980, all’indomani della morte di Peppino De Filippo. I tre fratelli collaborano insieme per circa quattordici anni, dall’estate del 1930 al dicembre del 1944, anni in cui ag­ganciano il successo e conquistano il pubblico. Un pubblico inizialmente di cinema, ma già entu­siasta ed attento al fenomeno che stava nascendo.

Il trio dei De Filippo nacque grazie a Totò

La formazione del magico trio – anche se Eduardo e Peppino avevano recitato già insieme nella compagnia del fratello maggiore, Vincenzo Scarpetta – avviene a causa o per merito di un altro genio artistico: il principe de Curtis, in arte Totò. Quest’ultimo lascia la compagnia Molinari di Napoli, dove è stato scritturato, per recarsi al Nord: decisione presa dopo che Liliana Castagnola, brillante ballerina del varietà, si è uccisa per amor suo in una pensione partenopea. Occorre dunque un sostituto di Totò; anzi, considerando il suo valore, è forse più prudente che i sostituti siano due. Così l’impresario del Teatro Nuovo, tale Aulicino, dietro sugge­rimento di Titina, già scritturata presso la Molinari, ingaggia Eduardo e Peppino de Filippo. Siamo nel 1930 e la prima commedia proposta è l’atto unico di Eduardo Sik Sik l’artefice magico, alla cui stesura contribuisce anche Peppino, oltre alle farse Tutti uniti canteremo e Don Rafèle ’o trumbone (di Peppino stesso). Racconta Peppino, nella sua autobiografia pubblicata nel 1976 (Una famiglia difficile, edito da Marotta) che già da allora cominciano a maturare i frutti che sbocceranno di lì a pochi anni: “Fu quello, in verità, l’inizio della vera fortuna per noi De Filippo”.

Il battesimo con Sik Sik l’artefice magico

Sik Sik l’artefice magico nasce in un periodo in cui la compagnia I De Filippo sta muovendo i primi passi; e in questo periodo di formazione Eduardo si rende conto di avere al suo fianco due pezzi da novanta, Titina e Peppino. Il nome del protagonista nasce da un’osservazione o meglio da una battuta di Peppino: “Eduà, non lo vedi come sei sicco sicco? Pari la statua della fame!”. Secondo Titina, il successo incomincia dalle prove, come testimonia nel suo diario, pubblicato decenni dopo da suo figlio Augusto Carloni: “Sono le undici del mattino e stiamo provando Sik-Sik. In questo momento abbiamo smesso di recitare perché stiamo ridendo fino alle lacrime insieme a tutti gli altri che assistono […], i tecnici, qualche maschera, qualche impiegato. La comicità della situazione, quella dei lazzi di Eduardo e di Peppino, è così forte da smuovere, irresistibile, l’ilarità in noi stessi attori”. Sempre Peppino, nella sua autobiografia, definisce d’oro gli anni com­presi tra le prime collaborazioni in palcoscenico e il 1933, per la perfetta e completa sintonia con i fratelli, dal punto di vista sia artistico che privato. Difatti, già durante il periodo trascorso presso la compagnia Molinari, l’intesa con Eduardo è ottima: “In quel periodo io e mio fratello avevamo un’intesa perfetta”

La comicità di Peppino è scoppiettante, quella di Eduardo amara

Eppure nel periodo “dell’iniziazione” dei De Filippo, al quale appartiene anche la meravigliosa farsa di Peppino dal titolo Cupido scherza e spazza, cominciano anche a precisarsi i diversi ruoli dei fratelli: la comicità di Eduardo contiene quell’ amarezza che si trasformerà in smorfia di dolore e sofferenza; la comicità di Peppino, invece è più scoppiettante, capace di cogliere un semplice spunto e rivoltarlo in un lazzo. Sempre Titina, a proposito dei fratelli della comicità travolgente dei due: “Da parte mia lottavo…come potevo per non essere travolta da questi due vulcani in eruzione”.

I De Filippo e Natale in casa Cupiello

Nel dicembre 1931 i fratelli De Filippo, lasciata la Molinari, fondano la compagnia Il Teatro Umoristico I De Filippo. Reci­tano accanto a loro attori del calibro di Agostino Salvetti, Tina Pica e Pietro Carloni (marito di Titina). Il debutto avviene il 24 dicembre 1931, con Natale in casa Cupiello (allora atto unico, corrispondente al secondo dei tre atti della versione definitiva) al Kursaal (ex Filangieri) di Napoli. Il successo è clamoroso! Fe­derico Frascani, che assiste allo spettacolo, lo descrive in Eduardo segreto (uno dei suoi quattro libri dedicati a Eduardo): “In un baleno si sparse la voce: al Kursaal lo spettacolo è buono; dai De Filippo si ride, si ride assai… Divennero di moda, una moda creata dall’eco dell’allegria che suscitavano”. Le opere rappresentate sul palcoscenico sono quasi tutte composte dai fratelli De Filippo ai quali si aggiunge la colla­borazione della sorellastra Maria Scarpetta. Le commedie ven­gono ambientate soprattutto nei salotti della piccola borghesia urbana e nella provincia contadina e mettono in scena un popolo di stravaganti, di artisti in miseria, di truffaldini, di mariti ge­losi, di personaggi impegnati ad ostentare un prestigio che non posseggono e, soprattutto, di illusi incapaci di intendere la realtà che li circonda: insomma, una folla di figure fuori dall’ordinario, sedicenti, disonesti, meschini, destinati ad essere beffati, derisi e ridicolizzati da un finale amaro. ­In merito al repertorio, in termini puramente numerici, in questa primissima fase, Eduardo ha un numero di pièce meno cospicuo di quello di Peppino, anche se il successo in termini di repliche premia soprattutto la sua produzione. Il nome di Eduardo torna ad avere una frequenza maggio­re, sul finire degli anni Trenta in avanti.

Eduardo e il peso dei fratelli nel processo creativo

Sempre in merito al repertorio dei primi anni di vita della compagnia, Eduardo rilascerà una dichiarazione, durante una puntata di Lezioni di teatro, trasmessa dalla Rai TV nel 1981, a cura di Ferruccio Marotti: se negli anni del Tea­tro Umoristico I De Filippo fosse stato solo – confessa l’artista – avrebbe scritto un numero di commedie ancora maggiore. Doversi confrontarsi e collaborare con due grandi attori come Peppino e Titina comporta infatti necessariamente un rallentamento, comporta la necessità di ideare e costruire personaggi che si adattino il meglio possibile ai partners e che possano valorizzare il più possibile il loro enorme talento.

Pirandello e i De Filippo

A partire dal 1936 cominciano a circolare voci su una separazione tra Eduardo e Peppino: causa di ciò sarebbe l’inizio della collaborazione con il maestro Luigi Pirandello, ammiratore dei De Filippo. Un intreccio di perplessità e di frustrazioni comincia a dividere il genio della comicità dal regista e capocomico della compagnia. Peppino manifesterà resistenze fin dalla messinscena di Liolà, dov’è protagonista assoluto oltre che responsabile della traduzione in “napoletano” della commedia; in seguito esprimerà un giudizio severo (forse troppo) su Il berretto a sonagli e L’abito nuovo (scritto a quattro mani da Eduardo e Luigi Pirandello nel 1936 e messo in scena solo nel 1937), in cui ricopre ruoli inferiori a quelli del fratello. Egli stesso, sempre nella sua autobiografia, racconta che, durante il monologo di Eduardo/Ciampa nel secondo atto, si era risolto, nella parte del commissario Spanò, a “fare la statua con le spalle voltate al pubblico”, dal momento che ogni suo “gesto”, sia pure impercettibile… veniva intercettato in sala e commentato con ilarità. L’incontro con Pirandello viene vissuto diversamente dai fratelli. Peppino lo considera fortunato e fruttuoso (difatti una sua opera dal titolo Un povero ragazzo, scritta nel 1936, risente molto della lezione pirandelliana) ma solo temporaneo. Peppino, il guitto, l’uomo della risata, il comico di razza, desidera tornare quanto prima al suo repertorio. Per Eduardo, invece, quest’incontro si annuncia gravido di conseguenze per il futuro, l’occasione di una vera e propria svolta nella drammaturgia. Difatti, a seguito di questa lunga parentesi di collaborazione con Pirandello, Eduardo avverte la necessità di una scrittura che sancisca i «rapporti reciproci» tra i due fratelli, definendo bene i limiti ed i confini da non valicare: ad Eduardo la rappresentanza dell’impresa, la direzione ed il capocomicato della compagnia; a Peppino la direzione della parte amministrativa contabile.

Il litigio al teatro Diana

Qualche anno dopo, nel giugno del 1942, su insistenza di Eduardo, un nuovo contratto della durata di tre anni viene sottoscritto dai due fratelli, per l’esercizio della compagnia: ancora una volta a Eduardo è affidata la direzione tecnico-artistica mentre a Peppino quella amministrativa. La “tregua” non può durare a lungo: la compagnia si scioglierà definitivamente nel dicembre 1944, un mese dopo l’increscioso e violento litigio avvenuto durante le prove al Teatro Diana di Napoli. A motivi di ordine artistico si aggiungono cause di natura personale e familiare: pensiamo ad esempio al risentimento di Peppino all’indomani del licenziamento di Lidia Maresca (suo grande amore) da parte di Eduardo, venuto a conoscenza della “tresca” amorosa tra l’attrice e suo fratello.

La separazione come opportunità per essere se stessi

Nel 1945 Peppino, lasciata Napoli, si trasferisce nel frattempo a Roma presso l’abitazione proprio della Maresca. Dopo una fulmi­nea esperienza presso la Rivista di Michele Galdieri, Imputati… alziamoci!, che non lo soddisfa più di tanto, Peppino si dedica a spe­rimentare una forma di teatro nuovo, come egli stesso dichiara, più in “lingua” che “dialettale”. Dall’altro fronte Eduardo, superato un iniziale periodo di sbandamento, compone uno dei suoi capolavori, Napoli milionaria!, che metterà in scena nel marzo del 1945, con Titina rimasta al suo fianco.

La separazione tra Eduardo e Peppino rappresenta per entrambi un danno, ma anche, paradossalmente, una nuova opportunità per entrambi. Rinunciare ad un impareggiabile “zanni” quale è il fratello significa, per Eduardo, ridurre inevitabilmente le potenzialità comica del suo teatro; allo stesso tempo, però, vuol dire anche affrancarsi dai condizionamenti e conquistare una tanto agognata libertà, quella di sperimentare un tipo di drammaturgia più congeniale al suo temperamento, una drammaturgia profonda, in grado di scavare nella psicologia e nell’animo dei personaggi. Dal canto suo Peppino, venuta meno la gigantesca ed ingombrante figura del fratello, dell’ineguagliabile genio capace di offuscare persino grandi personalità, può finalmente ritrovarsi protagonista assoluto e inventare nuovi incredibili personaggi pronti a far scattare la risata ma anche dare finalmente libero sfogo alla sua verve comica nel cinema, al fianco di Totò prima, e in televisione, attraverso la singolare, riuscitissima e popolarissima maschera di Gaetano Pappagone poi.

Ciro Borrelli

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 18 Aprile 2019 e modificato l'ultima volta il 18 Aprile 2019

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