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Fanny Cerrito: la scugnizza ballerina che tradusse l’anima in movimento

Rubriche | 23 Settembre 2019

Passione e ribellione sembrano animare i balzi agili e gentili della «desideratissima Cerrito»: la ballerina napoletana di metà Ottocento che, in virtù delle sua naturalezza e delle sue straordinarie doti interpretative, seppe entusiasmare tanto il pubblico italiano quanto quello straniero, al punto, da diventare una delle più celebri interpreti del balletto romantico benché la sua danza, tecnicamente imperfetta, fosse ritenuti da molti «manchevole di scuola».

Da allieva indisciplinata a diva internazionale del balletto

Spigliata, briosa, ammaliante, vitale: in una sola parola, umana. In due, volendo rafforzare il concetto, tremendamente umana, tanto, da sembrare irreale. È Fanny Cerrito, all’anagrafe Francesca Teresa Giuseppa Raffaela Cerrito: la diva del balletto romantico, classe 1817, che da Napoli a Milano, da Londra a Parigi, seppe ammaliare il pubblico dell’Ottocento e non per le difficoltà tecniche delle sue esecuzioni, quanto piuttosto per il piglio naturale del suo modo di danzare.

Etichettata dalla critica quale «figlia dell’aria», «venere della danzatrici» o, ancora, «leggiadrissima silfide»: Fanny, fin dagli esordi, sembra essere nata per la danza, ma non per esservi educata. Irrequieta, indisciplinata, dura di comprendonio e poco incline all’apprendimento: così Pier Angelo Fiorentino, un amico di famiglia (nonché celebre critico musicale) ricorda le prime lezioni di quella ragazzina di Montecalvario che si agitava, tumultuosa, tra le sale del Teatro San Carlo, forte della sua passione per l’arte del movimento e, al contempo, assolutamente lontana dalla volontà di addomesticarsi alla vita della ballerina.

E invece, proprio quella stessa femmena disobbediente, di lì a pochi anni, sarebbe diventata, presto, «la delizia di tutti quelli che hanno mente e cuore», «il vero e solo miracolo del secolo» reso possibile grazie a quel quid passionale, istintuale, non a torto potremmo dire verace, connaturato al suo statuto di scugnizza sulle punte: «quando si muove [la Cerrito] può farvi sentire tutto il piacere che può procacciare l’arte ricondotta ai sui veri principi» (K.K).

 

Il successo dell’anticonvenzione

Ed è, infatti, tutta qui, in questa indomabilità dello spirito e del temperamento, carattere inusuale per le ballerine dell’epoca, la chiave di volta attraverso cui Fanny seppe rivoluzionare i rigidi dettami della danza, scardinando agevolmente ogni sorta di perfezionismo richiesto. E se l’Ottocento si consegnava al mondo come il secolo delle étoile etere, impeccabili, brillanti, la Cerrito, nel candore del suo tutù bianco in perpetuo attrito con il suo ardore, ne prendeva le distanze, mescendo insieme passione e ribellione nei passi di quella sua danza tecnicamente imperfetta, sì, ma voluttuosa, inenarrabile: «a lodar degnamente la Cerrito bisognerebbe una lingua ingenua e vergine, una lingua ove ogni parola fosse di amore, ogni frase olezzasse di voluttà». (Y.Z).

Così, con movimenti indomati e, per questo, terribilmente sinuosi, la testa reclinata «come un fiore troppo carico di profumo» (T. Gautier) e quella grinta tracotante propria solo ad un’anima anticonvenzionale, Fanny, ballerina autodidatta e per nulla figlia d’arte, incarnava la bellezza naturale e tenace di una rosa rampicante. Quella che, indomita e senza alcuna costrizione, persegue la sua strada e, nel mentre, avviluppa e attira, sprigionando nella sua sinuosità impertinente il carico del proprio fascino ammaliante.

Come se balzi e piroette fossero per lei una naturale continuazione della sua persona. Nessun artificio a sostegno delle sue scarpette sul palco, perché in lei la danza «non pareva effetto d’arte, ma condizione di natura». Impossibile fu, quindi, resistere all’ostinazione di questo aplomb atipico, fuori dagli schemi: in una manciata di anni, quella napoletana poco incline allo studio del balletto s’impose, prepotente, in cima al panorama delle ballerine più acclamate, come vero e unico controcanto viscerale della perfezione tecnica e dello stile impeccabile proprio solo alle più grandi étoile.

 

Il boom della cerritomania

«Prima le danzatrici facevano sfoggio di tecniche impeccabili, giravolte, sbalzi, forza nelle gambe, di difficoltà nei passi: fredde esecutrici. La Cerrito, invece, schiuse una nuova scuola di grazia, rendendo la danza arte figurativa». Fanny, non solo danzatrice eccezionale ma  anche una tra le prime donne coreografe del tempo, «in proporzione e giusta misura di membri, in nobiltà di portamento, in compostezza di danza, in grazia di atteggiamenti, non ha pari. […] le altre danzatrici si stanno contente al muover delle gambe: ma non esprimono con acconcia mimica i commovimenti dell’animo». (Fanny Cerrito in Roma: l’autunno del 1843)

Erano gli anni cuspide del 1840. Verona, Firenze, Napoli, Perugia. E, ancora, Roma, Londra, Vienna, Parigi: ogni teatro importante anelava la presenza di Fanny, «la dea della danza», la più grande del momento. Ad ogni suo passo, voli di poesie: se ne contarono più di 3000 dai palchetti di Verona. Poi, svenimenti, palpiti, sospiri. Scie di applausi scroscianti, deliri emozionali: «perfino l’invidia tace quando balla la Cerrito!».

A Genova un centinaio di suoi sostenitori, sostituendosi ai cavalli, trainarono a braccia la carrozza per ricondurla a casa. Tra le vie di Perugia, come se non bastasse, apparvero una serie di altarini con tanto di ceri e corone di fiori che incorniciavano la figura di Fanny come se fosse una Madonna. Il mondo della danza, (e non solo quello) era, un fiume in piena, quindi, inarrestabilmente stregato, ammaliato, colpito. Nessun argine avrebbe potuto contenere la crescente euforia dell’incanto. Ormai, era esplosa la cerritomania.

E nel vederla danzare, controcorrente, briosa, vitale, commoventemente umana perché libera dalle rigidità e da ogni sorta d’imposizione, anche i critici più austeri non seppero resistere alla bramosia di quella scugnizza ballerina figlia di Montecalvario, piangendone, anzitempo, la fine del suo ineguagliabile danzare: «la desideratissima Cerrito […] ingentilisce l’animo e dà un ineffabile dolcezza. Piacciovi pure, ed avete ragione, il suo modo di danzare perché è imitazione di natura. Perché disegnato, grazioso, ben pensato e pieno di dignità. […] La Cerrito è tutto questo e molto di più […] e quando ci dirà Addio, non troveremo alcun conforto». (K.K).

 

Flavia Salerni

 

Un articolo di Flavia Salerni pubblicato il 23 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 23 Settembre 2019

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