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Felice Pignataro: il rullante a colori che ha svegliato le coscienze da Scampia

Ciento 'e sti juorne | 14 Gennaio 2019

Oggi si festeggia San Felice da Nola sacerdote martire nel III secolo perseguito perché Cristiano.

Per la nostra rubrica parliamo di un personaggio che ha lasciato tracce ovunque nella nostra città: Felice Pignataro fondatore del Gridas e dell’ormai famoso carnevale di Scampia.

Pugliese nato a “per caso” a Roma

Felice Pignataro, barese nato per caso a Roma nel 1940, quando gli veniva chiesto di raccontarsi si definiva prima di tutto  “uomo libero”.

E libero lo era davvero tanto che quando decise di abbandonare la facoltà di teologia dopo aver intrapreso e poi abbandonato  quella di architettura, lo fece con una lettera aperta in cui liberamente esprimeva la sua contrarietà a certi principi teologici.

Li sentiva probabilmente, in assoluto contrasto con il suo vissuto napoletano che lo aveva messo a confronto con la baraccopoli più grande della città e con la sua umanità.

Dalla “baracca 128” alla “Scuola 128”

Nel 1967 infatti, Felice e Mirella La Magna, che sarebbe diventata sua moglie, per strade diverse approdano al campo Arar di Poggioreale.

Il campo è costituito da baracche in mattoni e tetti di lamiera che il comune di Napoli considera come una sorta di edilizia popolare visto che ci manda addirittura i tecnici quando c’è qualche problema.

Ma non ci sono le fogne né i bagni e i contatori della luce sono condivisi da tre o quattro baracche per volta.

Qui Felice e Mirella lavorano  al doposcuola  gestito dal FUCI.

Dopo appena un anno però rimasti soli nella gestione del doposcuola pensano ad un progetto indipendente.

Si trasferiscono alla baracca 128 e  iniziano la “controscuola”.

Un esperimento che ha come obiettivo quello di capovolgere il concetto stesso di scuola.

I ragazzi imparano usando strumenti alternativi: i disegni, la pittura, il riciclo.

Felice spinge i “suoi” ragazzi a lasciare libera la fantasia per portare in superficie sentimenti belli, per guardare la realtà da un altro punto di vista.

É convinto che sia un modo per stimolarli nella ricerca dell’alternativa che lui non sente mai come utopica, che per lui è sempre lì a solo un passo di distanza.

Una distanza possibile da coprire con solo un passo in più, con solo un’altra pennellata.

Nel 1969 Felice e Mirella spostano la controscuola a Secondigliano dove a molte delle famiglie dei ragazzi che seguono, vengono assegnate delle case.

Qui la “controscuola” diventa la “Scuola 128”.

Tentativi di collaborazione con le scuole

Dopo quasi 10 anni trascorsi lavorando alla “Scuola 128”, Felice rimasto solo a gestirla perché Mirella nel frattempo si dedica ai loro tre figli,  è costretto a chiuderla.

“Troppo rivoluzionaria non ci viene più nessuno” disse lui stesso parlando dei motivi della chiusura.

Felice però, resta convinto che la  scuola sia l’unico luogo possibile dove provare a trasmettere concetti diversi, dove poter fare la differenza, dove dare ai giovani delle periferie napoletane momenti di bellezza e autoaffermazione.

Per questo motivo tenta di collaborare con “l’istituzione” scuola lavorando a dei progetti dedicati.

Che fortuna, ci verrebbe da pensare, per quei professori che avrebbero potuto offrire ai ragazzi l’apporto di un uomo intelligente, vulcanico, sapiente come Felice Pignataro.

Eppure non riesce a portare avanti che pochissimi progetti prima di essere allontanato dalla scuola con la scusa di aver mancato la frofilassi antitubercolare.

Il fatto è che Felice anche quando non lo suonava per davvero è come se avesse il suo rullante sempre imbracciato, la sua energia era “rumorosa”, era in grado di scuoterti da dentro.

Questo forse avrebbe potuto davvero fare la differenza, e non sia mai.

Nasce il Gridas, gruppo di risveglio dal sonno

La “filosofia di vita”  di Felice Pignataro è tutta nel nome che ha dato al gruppo fondato insieme alla moglie Mirella nel 1981, il Gridas: gruppo di risveglio dal sonno.

Il sonno indotto dal sentirsi sempre ultimi, sempre dalla parte sbagliata della barricata, quello indotto dalla rassegnazione: é questo quello contro cui Felice Pignataro combatte per tutta la sua vita.

Usando i murales, circa 2500 sparsi in città, soprattutto in periferia, ma anche in alcune città europee.

Usando le sue televisioni finte, gli adesivi di linoleum, e soprattutto le sue maschere.

Sin dalla nascita il Gridas prende possesso di un edificio abbandonato a Scampia in via Monte Rosa.

Il gruppo (una ventina di persone), lo ristruttura rendendolo adatto ad ospitare le varie attività.

Qui prende vita e si perfeziona il celebre Carnevale, diventato ormai un appuntamento fisso in città.

Il carnevale del Gridas

Il carnevale è per il gruppo e per Felice e Mirella il momento dell’anno in cui si riflette e si tirano le fila della situazione politica e sociale del paese.

Una riflessione profonda e appassionata che porta alla creazione delle maschere che sono per un giorno lo strumento di cui gli ultimi possono servirsi per sbeffeggiare il potere.

Guardare le maschere, i carri, gli striscioni e i volantini del carnevale di Scampia è come fare un bagno nella realtà.

Le letture che Felice fa degli avvenimenti sono lucidissime, le risposte affilate come lame di rasoio, in grado di farti sorridere ma anche di spingerti a riflessioni per lo più amare sull’assurdità di un mondo alla rovescia.

Forse anche per questi motivi il carnevale esiste e resiste da più di tre decenni.

Il 3 marzo prossimo ci sarà infattila 37 edizione, e ancora è la festa e la manifestazione più bella ed attesa della città.

Felice: l’importanza delle radici

Più di tutto però Felice è l’importanza delle radici.

Si, perché oltre che avere avuto la capacità di essere tutta la vita un operaio dell’arte, dalla mente raffinata e dalle incrollabili convinzioni, Felice conosceva l’importanza delle radici.

Non a caso mai si era voluto allontanare da Napoli e da Scampia ma soprattutto, come sottolineò Goffredo Fofi in occasione della sua morte, non volle mai sdradicare la sua arte dai muri dei palazzi incrostati delle periferie.

Perché è lí che la sua arte, più che altrove avrebbe potuto mettere radici e servire il riscatto di una parte della città che fatica a conservare la consapevolezza di chi è e cosa rappresenta.

 

Un articolo di Simona Sieno pubblicato il 14 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 14 Gennaio 2019

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