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FERITO A MORTE

Un documentario sul libro di La Capria: la borghesia di Napoli? Non cambia mai

Cinema, Eventi, NapoliCapitale | 10 Dicembre 2014

una bella giornata ferito a morte

A Napoli viviamo tutti sotto il segno dell’indulgenza, la stessa che i figli pretendono dalle madri, i mariti dalle mogli, gli amici dagli amici, gli alunni dai professori e ognuno da tutti gli altri.

Si tratta d’immaturità, […]: non quella palese, di un individuo, ma quella più incomprensibile e sconcertante di una generazione, di una città, che si è messa fuori dalla Storia

Raffaele La Capria, Ferito a morte

 

Venerdì 12 dicembre l’anteprima assoluta. Il film documentario “Una bella giornata – luoghi e miti di Ferito a morte” sarà presentato da Raffaele La Capria, Silvio Perrella, Maurizio Fiume e Giuseppe Grispello a Napoli. L’appuntamento è alle 18 al cinema Filangieri.

Considerato dalla critica uno dei capolavori della letteratura contemporanea, il romanzo di Raffaele La Capria, diviene, nel racconto in prima persona dell’autore realizzato per il grande schermo, rinnovata occasione di riflessione su Napoli, sulla sua struttura complessa ed articolata. “Il documentario propone un’esplorazione dei luoghi e della temperie culturale, caratteristiche essenziali della vicenda artistica dello scrittore Raffaele La Capria e del suo romanzo Ferito a morte”. Così gli autori definiscono in sintesi l’attento ed appassionato lavoro di ricerca – durato 4 anni – che, per immagini, atmosfere, testimonianze, ricostruzioni e frammenti scelti, ripropone l’incisivo ed originale sguardo d’insieme su quello che, ancora oggi, è considerato tra i più emozionanti ed intensi ritratti mai realizzati di Napoli e della sua società, non priva di decadenza e immobilismo determinata da quella drammatica classe borghese che il libro-capolavoro descrive.

Edito da Bompiani nel 1961 e vincitore nello stesso anno del Premio Strega, Ferito a morte è il romanzo più noto di Raffaele La Capria. Il documentario, con la voce recitante di Roberto De Francesco e la partecipazione di Nino Bruno, chiamato ad interpretare il ruolo del protagonista Massimo De Luca, affida allo stesso autore il racconto della genesi del suo capolavoro.

“Le cose vengono da lontano, tu non puoi mai dire quando cominciano – così Raffaele La Capria – se vogliamo, però, “Ferito a morte” ho iniziato a scriverlo a Roma, negli anni ’50. I primi due capitoli del libro furono pubblicati dalla rivista “Tempo presente” che, insieme al giornale “Il mondo” di Pannunzio, rappresentava il meglio del giornalismo dell’epoca. Mi accorsi che questo libro funzionava, e poteva dunque andare avanti, quando un gruppo di intellettuali valutò questi primi capitoli molto nuovi e originali. Allora pensai che la strada che avevo scelto per raccontare Napoli e la sua società era quella giusta”.

Il film si sviluppa intorno a una bella giornata, una delle tante vissute dal protagonista Massimo De Luca, che si materializza in una serie di istantanee all’interno delle quali, tempi e spazi lontani si sovrappongono e si confondono con passato, presente, ricordi, desideri, futuro. Su una bella giornata e sui luoghi e i miti di Ferito a morte, si soffermano ora evocando, ora spiegando, ora interpretando Raffaele La Capria, l’autore del romanzo, e Silvio Perrella, suo esegeta.

Il documentario, prodotto da Dario Formisano per la Eskimo con la collaborazione della Entertainement Company di Luigi Grispello e Alfredo De Simone e il sostegno del MIBACT, Direzione Generale Cinema, resterà in programmazione al Cinema Filangieri di Napoli tutta la settimana.

Spiega proprio Grispello a proposito del documentario: “Era da tempo, dall’inizio della mia amicizia con Maurizio Fiume, nata ai tempi del film “e io ti Seguo”, che parlavamo e discutevamo intorno al romanzo Ferito a Morte. Tutti e due, al tempo, emigrati a Roma, e tutti e due che lavoravamo nell’industria culturale, proprio come Massimo De Luca, il protagonista del romanzo, ma sessant’anni dopo. Sessant’anni, tre generazioni dopo, e nulla era mutato rispetto a Ferito a Morte, la stessa Napoli, la stessa sensazione di perdita di tempo, gli stessi ambienti borghesi ripiegati su se stessi e sui loro miti, la stessa difficoltà di trovare un lavoro normale, un lavoro senza strizzatina d’occhio ma che rispettasse formazione e inclinazione di ciascuno. La stessa vaga percezione di qualcosa di immutabile e nello stesso tempo inevitabile che incombeva sul destino della città e su milioni di abitanti. Insomma anche a noi Ferito a Morte aveva fatto l’effetto di una stilettata al cuore, ci aveva folgorato, come a coloro che lo avevano letto agli inizi degli anni ’60. Lo leggemmo e lo rileggemmo, più e più volte, e di lì leggemmo e studiammo gran parte dell’Opera di La Capria, approfondendo, in lunghe discussioni tra di noi, i temi della bella giornata, della Natura e della Storia. Fummo folgorati dal libro, come tutta una generazione, perché La Capria ha colto come nessun altro, e come nessun altro dopo di lui, l’Anima, l’essenza profonda e il destino di una città e dei suoi abitanti. Conoscevamo bene, intimamente, visceralmente i temi trattati e i dilemmi posti dal romanzo. Avevamo anche noi letto pressappoco gli stessi libri di Massimo durante i brevi ma noiosi e piovosi inverni partenopei, e conoscevamo i Principi delle Apparenze, i pranzi domenicali in famiglia, le estati a Capri, la sensazione di vivere un tempo irripetibile e unico. Avevamo avuto razionalmente la stessa voglia di Massimo di scappare, ma anche gli stessi dubbi, la lacerante tragica consapevolezza di lasciare un tempo e un luogo che non sarebbe mai più stato per noi lo stesso, un’ora e un qui che sarebbe stato ancor più rimpianto proprio per la lucidità con cui si riconoscevano, senza errore, una bellezza e un’unicità vissute appieno, fino in fondo; la sicurezza di non aver potuto ritrovare mai più la nostra apparentemente eterna bella giornata. La grandezza del romanzo di La Capria è anche questa, di aver espresso pensieri, dubbi, sensazioni ed emozioni di tante generazioni, e per questo ci meravigliavamo di come non se ne parlasse abbastanza, proprio a Napoli, proprio dove c’era ancora bisogno di idee e spunti per ritrovare un’idea di città, irrisolta, problematica, ma almeno ancora e ancora dibattuta e discussa. Così, ci venne l’idea di fare un documentario sul libro per rendergli omaggio, sperando che avremmo contribuito a farlo conoscere ancora un po’ di più. Abbiamo proposto l’idea allo stesso Raffaele La Capria e a Silvio Perrella, che è il suo critico amico di lunga data, e ci hanno incoraggiato ad andare avanti…. Tra la genesi dell’opera e il film finito abbiamo calcolato che ci sono voluti quattro anni, ma la nostra tenacia, il supporto ricevuto nell’ambiente e il favor con cui lo stesso La Capria ha partecipato al progetto ci hanno tenuti concentrati ed entusiasti fino alla fine. Speriamo, con questo documentario su un grande autore e su un grande romanzo, di aver fatto un prodotto civile sulla nostra città e su un pezzo di mondo”.

Città immobile e immutabile? Di certo lo è la sua borghesia che La Capria descrisse benissimo e che a quanto pare è rimasta uguale a se stessa, nel suo mondo vacuo e perso, inetto, aggrovigliato sulla propria rappresentazione mitologica. Una classe dirigente colpevole, inerme di fronte ai Mali Endemici della città, responsabile. Per questo la riflessione oltre 5 decenni dopo è necessità e rende questo appuntamento imperdibile.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 10 Dicembre 2014 e modificato l'ultima volta il 10 Dicembre 2014

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