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FESTA DELLA DONNA

Il caso Maria d’Avalos, vittima per amore

Attualità | 8 Marzo 2019

A memoria, sarebbe impossibile ricordare tutte le figure femminili che, nel corso dei secoli, hanno dato un contributo forte alla rottura di schemi e stereotipi in cui la donna è da sempre incastonata.

La figura angelica, la strega, la moglie: ruoli dettati da una società marcatamente patriarcale, che relegava la donna ad angelo del focolare o la costringeva a prendere i voti.

I sentimenti, i desideri e le aspirazioni delle giovani fanciulle di buona famiglia non erano tenuti in considerazione e le famiglie decidevano del loro destino vincolandole in matrimoni combinati dalle famiglie.

E proprio l’amore fu galeotto per una donna napoletana.

Oggi narriamo una leggenda che ancora oggi affascina: il caso Maria d’Avalos, vittima per amore.

Figlia di Carlo d’Avalos, la nobile e bellissima fanciulla nata nel 1560, è data in sposa appena quindicenne, a Federico Carafa. Sembra una bellissima storia, allietata dalla nascita di due figli ma il destino decide diversamente: il marito muore all’improvviso.

Maria allora si risposa con un nobile siciliano ma anch’egli muore .

Il terzo matrimonio

Rientrata a Napoli, Maria d’Avalos, sempre più bella e leggiadra, sposa nel maggio 1586 con una speciale dispensa papale, Carlo Gesualdo, signore di Venosa, cugino da parte di madre e molto più giovane di lei.  La coppia convola a nozze nella chiesa di san Domenico Maggiore e alloggia a palazzo Sansevero.

I primi due anni di matrimonio sono brillanti: banchetti, vita mondana molto intensa e la nascita di un erede.

Ma, col tempo, Maria comincia a spegnersi.

Carlo Gesualdo, brillante musicista, sempre più perso nella composizione dei suoi madrigali, la trascura. Lei cerca di rasserenarlo con la sua gioia di vivere ma inutilmente. L’indifferenza del marito la ingrigisce e sente di aver bisogno di una scintilla per ritrovare la propria vitalità. La fiamma arriva: durante una festa danzante, Maria conosce Fabrizio Carafa, duca D’Andria, un uomo affascinante, sposato e padre di quattro figli.

I due diventano amanti, ricorrendo ad ingegnosi  stratagemmi per non farsi scoprire.

Celebre è l’aneddoto in cui Maria finge di sentirsi male mentre passeggia per Chiaia e si rifugia in un palazzo in cui l’aspettava il suo Fabrizio.

Maria però era il desiderio di tanti.

La bellezza di Maria accendeva numerose passioni. Giulio Gesualdo, uno zio di Carlo, non aveva fatto mistero di desiderare quella meravigliosa creatura tentandola in ogni modo ma lei era ferma nell’opporre rifiuto. Giulio si era quasi rassegnato quando scopre che Maria non è così casta come credeva e decide di vendicarsi. Allerta il nipote che, turbato, non riesce più a concentrarsi nella composizione ed inizia ad indagare. Un giorno, con la scusa di una estenuante battuta di caccia, Carlo dice alla moglie che non sarebbe rientrato a casa quella sera. Maria brucia dal desiderio per il suo Fabrizio ma è insospettita dal comportamento del marito e inizialmente tenta di resistere dall’invitare l’amante in casa.

Ma il desiderio prevale sulla prudenza. Quella sera dà ordine ad una cameriera di vigilare le uscite e di non svestirsi neanche ma il sonno tradisce la donna. E’ il dramma. La cameriera si sveglia di soprassalto, sentendo un frastuono terribile. Lo spettacolo a cui assiste è terrificante. Don Carlo assieme ad un aiutante sorprende i due amanti e preso dalla furia, li massacra; poi, ormai folle, ravvisando sembianze di Fabrizio nel figlio, lo soffoca nel sonno. E’ la notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590. Le spoglie della povera Maria sgozzata e sventrata sono esposte al pubblico. A quei tempi era consentito il delitto d’onore ma don Carlo, terrorizzato dall’eventuale reazione dei parenti di Maria, fugge, vivendo recluso per diciassette anni  e morendo dopo atroci sofferenze.

La maledizione si abbatte su palazzo Sansevero fino a quando, circa due secoli dopo, non ritrova nuovi fasti sotto l’egida del principe Raimondo di Sangro. Ma questa è un’altra storia.

In oltre cinque secoli nulla è cambiato

Il caso di Maria d’Avalos, vittima per amore, ci fa riflettere profondamente.

In sostanza, nonostante i secoli trascorsi, la storia di oggi non si discosta poi tanto da quella di ieri.

La cronaca nera quotidianamente ci riporta di omicidi brutali nei confronti delle donne, vittime dei propri compagni, uomini possessivi che le ritengono un oggetto di loro proprietà, intrisi di deliri di onnipotenza, che decidono della vita e della morte a proprio piacimento. Non riconoscono, questi esseri miseri e senza palle, che un solo linguaggio: quella della forza, della brutalità e della sopraffazione. Non comprendono che la donne sono persone proprio come loro e che non sono marionette da muovere a piacimento. Purtroppo, anche la giustizia spesso non compie il proprio dovere fino in fondo in maniera decisa. Sembra applicabile paradossalmente anche al nostro Carlo Gesualdo l’attenuante di “tempesta emotiva” , definizione che proprio in questi giorni ha fatto tanto discutere.

Si cercano, a gesti folli e fuori controllo, alibi e giustificazioni più per rassicurare noi stessi che con l’intenzione di capire davvero: “la moglie aveva chiesto la separazione” è una frase ricorrente dopo gravi episodi di femminicidio. C’è talvolta una sorta di “giustificazione” ai comportamenti violenti che si ripropongono con una frequenza preoccupante ma nessuno si chiede il perchè. Più facile e rassicurante incasellare , far rientrare tutto nei comodi schemi mentali: richiede meno fatica e la vita scorre tranquilla, mentre l’ennesimo caso viene esposto come le spoglie della povera Maria al pubblico ludibrio attraverso i salotti televisivi.

Perchè negli anni duemila agli uomini è ancora permesso tutto?

La colpa delle nefandezze che ogni giorno tante donne subiscono è spesso addossata ad esse stesse: la minigonna, l’alcool.  Questa società maschilista si autoassolve, imputando all’esterno le colpe della propria inadeguatezza. Tanti, troppi uomini non si guardano mai nello specchio, non si mettono in discussione, non cercano di entrare in empatia e comprendere cosa si nasconde nell’universo femminile.

Ma nessuno può e deve permettersi di ritenere le donne essere inferiori, da sottomettere. Se proprio dobbiamo trovare un limite presente nelle donne che impedisce talvolta di spiccare davvero il volo, è proprio il limite mentale presente in ciascuna di noi. E’ l’idea che noi donne abbiamo di noi stesse, agganciandoci spesso a canoni imposti senza pensare che ciascuna di noi,senza retorica, è splendida nella propria unicità e non deve permettere a nessuno di condizionarla, renderla dipendente e tarparle le ali. Il problema è che spesso le donne credono che attraverso l’amore possono cambiare l’uomo, il proprio compagno. Si soffre in silenzio, si subisce, non si denuncia e crediamo che quello sia amore. Ma è solo un sentimento morboso, malsano, malato.

E’ l’amore a volte che ci fotte.

E Maria d’Avalos ne fu vittima.

Monica Capezzuto

Un articolo di Monica Capezzuto pubblicato il 8 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 9 Marzo 2019

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