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FILM DA RIVEDERE

FFSS con Arbore e De Crescenzo: lezione eterna sull’orgoglio del Sud

Identità | 8 Aprile 2020

“Buttare il finale!”….”Buttare il finale!”… Chiedono a gran voce Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo sotto la finestra di un immaginario Federico Fellini che fa un missile di carta e lo lancia ai due: ” Fate il solito girotondo!” il responso del maestro che regala ai due il finale di F.F.S.S. con Arbore, De Crescenzo e Pietra Montecorvino che sulle note di Nino Rota volteggiano fino al fermo immagine che chiude il film – datato 1983 – e congela per sempre quell’attimo sfidando il tempo.

Sono passati trentasette anni e il tempo ha continuato a scorrere dopo quel fermo immagine che lo ha imprigionato in un fotogramma; De Crescenzo ci ha lasciati ma Arbore, nonostante gli acciacchi dell’età, continua a professare e diffondere il suo amore per il Sud.

E’ proprio l’amore per il Sud il filo conduttore di F.F.S.S. -Federico Fellini Sud Story- cioè “Che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”.

Orgoglio meridionale esplicitato metaforicamente attraverso la storia di Lucia Canaria, cantante affetta da “napoletanite” che non riesce ad ottenere il successo che merita ed è relegata a pulire i cessi.

Renzo Arbore è il suo manager e crede nel suo talento, sfida il pregiudizio antimeridionale, il clientelismo, l’ingiustizia sociale e affrontando una serie di vicissitudini e stereotipi grotteschi riesce a portare Lucia sul palco di Sanremo dove lei finalmente può esprimere il suo talento cantando la canzone “Sud”.

Sud , Sud, nuie simme r’o Sud, nuie simme curt’ e nire, nuie simme buone pe’ canta e faticamm’ a faticà. Sud, Sud, venimme r’o Sud e camminamme a pede, ratece o tiempo p’arriivà pecchè venimme r’o Sud.

Nel film, che ha un cast stellare in cui figurano personaggi della televisione, del giornalismo, del mondo della cultura e dell’arte ci sono una serie di espliciti riferimenti a personaggi politici dell’epoca prima Repubbica da Andreotti a Craxi a Berlinguer, si ironizza sulla lottizzazione politica della Rai, si susseguono gags comiche politicamente scorrette con grandissima disinvoltura e libertà di espressione.

Chi sa cosa direbbe uno degli attuali protagonisti della desolante vita politica italiana vedendosi raffigurato con la poltrona letteralmente incollata al culo mentre banchetta a tarallucci e vino trattando intrallazzi miliardari coi colleghi assieme ai quali non esita a mandare in galera la cameriera (Lucia) che ha rubato una mela.

Difficilmente al giorno d’oggi un’opera come F.F.S.S. troverebbe un produttore o un distributore per ragioni di ordine politico e culturale.

Nel primo caso, orde di mediocri accoliti di ancor più mediocri protagonisti politici per caso, ammorberebbero i social di indignate reazioni e minacce di querela. Per quanto riguarda l’aspetto culturale delle opere filmiche che narrano di Sud Italia, ciò che oggi viene prodotto e venduto fondamentalmente si incanala su due binari ugualmente surreali e stigmatizzanti: il binario che viaggia sullo stereotipo del “buon napoletano” tutto cuore, pizza e mandolino e lo stereotipo gomorroide tutto violenza banalmente surreale condita dall’uso di uno slang linguistico ibrido, bastardo e ridicolo così lontano dalla geniale mediazione linguistica che Eduardo De Filippo fece per rendere fruibili in tutta Italia le sue commedie nella loro versione televisiva.

F.F.S.S. Ci riporta ad una produzione artistica e culturale di gente del Sud, fatta di orgoglio e voglia di riprendersi ciò che ci è stato sistematicamente sottratto dall’Italia postunitaria. Artisti e intellettuali che con eleganza, creatività ed intelligenza si ribellavano e non si rassegnavano ad essere cornuti e mazziati rivendicando con orgoglio la millenaria cultura della nostra terra.

I vari Arbore, De Crescenzo, Pino Daniele, non ci stavano alla narrazione di un Sud pigro e ignorante perchè erano ben consapevoli che i problemi del meridione sono frutto di un secolo e mezzo di colonizzazione e voluto impauperimento perpetrato dall’unità d’Italia in poi.

Peccato che questo spirito manchi a tanti politici di maggioranza eletti con i voti del Sud che non alzano un dito per impedire il quotidiano e pretestuoso massacro politico e mediatico dei loro elettori e ai tanti giornalisti meridionali che pur di guadagnare visibilità e raccattare qualche boccone lanciato dai padroni del mainstream non esitano a sputtanare la propria terra con operazioni mediatiche superficiali e false.

Attenti però che in tempi di clausura e pandemia i napoletani e i meridionali in generale stanno maturando la consapevolezza che l’informazione mainstream serve determinati interessi e lobby di potere che nascondono il marcio della società massonica, clientelare nordcentrica italiana infamando il resto del paese sulla cui arretratezza poggia la loro ricchezza.

Verrà un rinascimento postgomorroide in cui spegneremo i televisori e con una risata o meglio una pernacchia ci scolleremo di dosso gli stereotipi che un secolo e mezzo di annessione al nord ci hanno cucito addosso.

Dobbiamo essere fieri della nostra storia, della nostra cultura e dei nonstri artisti, perchè veniamo da lontano, pecché nuje simm ro Sud.

Federico Hermann

Un articolo di Federico Hermann pubblicato il 8 Aprile 2020 e modificato l'ultima volta il 8 Aprile 2020

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