sabato 23 marzo 2019
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FLOP ITALIANI

I siti Unesco trainano l’economia turistica nel mondo. Tranne che nello Stivale

Beni Culturali | 12 Dicembre 2018

La lista dei beni culturali materiali e immateriali compilata e continuamente arricchita dall’Unesco nasce con lo scopo primario di proteggere i siti qui inseriti.

Negli ultimi anni per molti governi è sempre più  importante che i propri beni culturali vengano inseriti tra quelli Unesco.

Per la maggiore “pubblicità” del bene e per la conseguente ricaduta positiva in termini di aumento del turismo e degli introiti ad esso legati.

Per siti come quello di Hierapolis in Turchia, per esempio,  l’inserimento nella lista ha permesso uno sviluppo turistico controllato che porta sul sito circa 2 milioni di visitatori l’anno.

Ma in Italia i siti Unesco non fanno battere cassa, non creano introiti, non trainano il turismo come dovrebbero e potrebbero certamente fare.

Basti pensare che: un sito come Castel del Monte in Puglia ha circa 250 mila visitatori all’anno.

Santa Sofia a Benevento è aperta quasi esclusivamente per le funzioni religiose, durante le quali non è permesso l’ingresso ai visitatori.

I siti Unesco del sud Italia: meraviglie negate, occasioni mancate

Nel sud della penisola sono ubicati 17 siti Unesco e di questi ben 6 sono in Campania.

Ma quale è il loro stato e quanto indotto producono in termini economici?

La risposta è davvero complicata poichè è impossibile sapere, per la quasi assenza di dati economici certi quanto il fatto di essere nella lista Unesco giovi a questi siti.

Non ci sono capitoli di spesa o di profitto che specifichino nulla nè azioni mirate alla pubblicizzazione e all’aumento delle possibilità di fruizione.

L’unico dato utilizzabile per stimare il”successo” di un sito è il numero di visitatori ma come abbiamo visto per gli esempi su citati i dati non sono confortanti.

I siti Unesco in Campania

Il problema fondamentale è la fruizione di questi siti.

Pompei, per esempio, nonostante qualche passo avanti è stato fatto negli ultimi anni grazie al “grande progetto Pompei”, non compare nella lista dei 10 siti UNESCO più visitati al mondo.

In quella lista, per inciso, tra i siti italiani compare solo Matera, capitale della cultura 2019, e forse solo grazie a questo.

E’ proverbiale,infatti, l’indecenza  dei collegamenti ferroviari in Basilicata e la mancanza di infrastrutture a servizio del sito.

Napoli: un centro antico fragile, dove si stratificano 27 secoli di storia, manca di percorsi turistici e tutto è affidato al caso e all’iniziativa dei privati.

Per non parlare di Paestum e della quasi totale assenza anche solo di cartelli stradali per poterla raggiungere.

Qui, solo da poco tempo si è pedonalizzata la strada di accesso al sito.

Il progetto “Rete Siti Unesco”. Già finanziato non ancora partito.

Sebbene se ne parli da anni solo nel luglio del 2018 è stato presentato a Matera il progetto “Reti Siti Unesco”.

Il progetto, portato avanti dall’Associazione Province Unesco Sud Italia creata ad hoc, punta alla valorizzazione dei siti Unesco del sud Italia in una offerta turistica unica ed integrata.

“È un progetto” dice il presidente Giuseppe Canfora “del Sud per il Sud, dove gli attori locali collaborano per valorizzare i loro territori aumentando il turismo sostenibile nell’area, e quindi creando vantaggi per l’economia locale”.

Il progetto che prevede un investimento complessivo di 1.080.000 euro, punta anche alla digitalizzazione e all’avanzamento tecnologico dei siti.

Ma i progetti non sono ancora entrati nel vivo e nonostante siano stati già finanziati le iniziative e gli interventi non si sprecano.

Sono stati realizzati solo alcuni eventi legati ad un festival intitolato “Unesco festival experience”.

E’ possibile lo viluppo dell’industria turistica al sud?

Per quanto lodevole e sicuramente necessaria l’iniziativa dell’associazione rischia di essere l’ennesima occasione sprecata.

Risulta però, davvero difficile credere che basti qualche iniziativa spot e forse un portale web a migliorare la fruibilità dei siti.

In un territorio dove mancano di infrastrutture fondamentali: linee ferroviarie degne di questo nome, strutture ricettive e  dove nessun investimento significativo viene fatto in ambito turistico.

Valorizzazione e fruibilità due facce della stessa medaglia

L’immobilismo culturale è purtroppo il risultato una visione miope che crea una dicotomia tra conservazione e valorizzazione del bene al fine del suo inserimento nel circuito dell’economia turistica.

Ciò significa banalmente che, anche per molti studiosi, conservare è uguale a ridurre al minimo la possibilità di fruizione del bene.

In questa ottica lo sviluppo turistico è certamente un opzione quasi irrealizzabile.

E’ sempre più evidente però che la mancanza di interventi volti alla fruizione lascia troppi spazi liberi all’iniziativa privata ma soprattutto all’abbandono.

Un sito senza segnaletica, non dotato di infrastrutture per i disabili, di materiali didattici per i ragazzi, di guide attente ed esperte è senza dubbio un sito destinato all’abbandono.

I siti Unesco sono a rischio a causa dei cambiamenti climatici

In questo scenario, già catastrofico, si inserisce uno studio pubblicato qualche giorno fa dalla rivista Nature, che da come certa l’inondazione di almeno 100 siti tra quelli Unesco a causa dei cambiamenti climatici.

Tra questi ci sono Siracusa e il centro storico di Napoli.

Inutile dire che qui la conservazione c’entra poco e il campo è quello della politica.

Beni culturali custodi di memoria e identità

Quando chiesero alla scrittrice croata Slavenka Drakulic perché l’umanità provasse un dolore così grande di fronte al ponte ottomano di Mostar fatto saltare durante la guerra in ex Jugoslavia, lei disse:

Perché sappiamo che la gente è mortale, ma la distruzione di un monumento della nostra civiltà è una cosa diversa.

Il ponte era un tentativo di raggiungere l’eternità che trascende il nostro destino individuale».

Non ci sono parole migliori per spiegare il senso del monumento come mezzo per conservare memoria e identità ma anche per trascendere il nostro essere “solo umani”.

Ma in un paese come l’Italia dove il sommerso e le attività illegali valgono 210 miliardi all’anno, forse è davvero impossibile pensare ai beni culturali e al turismo come risorsa e come simbolo.

Simona Sieno

Un articolo di Simona Sieno pubblicato il 12 Dicembre 2018 e modificato l'ultima volta il 13 Dicembre 2018
#Napoli   #Pompei  

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