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Fortunato di Napoli per ricordarci di Furtunato il tarallaro cantato anche da Pino Daniele

Ciento 'e sti juorne | 13 Giugno 2019

Cade oggi, 14 giugno, san Fortunato di Napoli, che preservò la diocesi dall’eresia ariana e fece costruire una basilica cimiteriale nella valle della Sanità, vicino alle catacombe di san Gaudioso. Vi fu sepolto e in seguito vi furono sistemati anche i resti mortali del vescovo san Massimo.

La storia di san Fortunato di Napoli

Non è ben precisata la data del suo episcopato, che deve essere avvenuto verso la metà del secolo IV, al tempo che infuriava l’eresia ariana.
L’eresia scaturì dall’eretico Ario di Alessandria (280-336) il quale affermava che il Verbo, incarnato in Gesù, non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature.
L’eresia scatenò una lotta a volte anche violenta, fra le due posizioni esistenti nella Chiesa di allora, a cui non fu estraneo il potere civile.
Il vescovo di Napoli Fortunato fece di tutto per preservare la sua diocesi dallo scossone ariano, nonostante il tentativo dei vescovi orientali favorevoli, che fuggiti dal Concilio di Sardica (attuale Sofia in Bulgaria), volevano trarlo dalla loro parte.
Si sa che fece costruire una basilica cimiteriale che prese il suo nome, nella valle della Sanità, poco lontano dalle catacombe di S. Gaudioso e che assunse una primaria importanza. In questa basilica s. Fortunato fu sepolto dopo la sua morte e in seguito nello stesso luogo furono sistemati i resti mortali del vescovo s. Massimo, 10° vescovo di Napoli, che vittima della già citata lotta eretica ariana, era morto in esilio in Oriente, e che il suo successore s. Severo, aveva riportato a Napoli.
Sotto l’episcopato del vescovo Giovanni lo Scriba († 849), le reliquie di s. Fortunato e di s. Massimo furono traslate nella “Stefania”, l’antica cattedrale di Napoli.
E di quello stesso periodo, è il famoso “Calendario Marmoreo” di Napoli, scolpito nel IX secolo e tuttora conservato in ambienti dell’attuale Duomo, che riporta il nome di s. Fortunato al 14 giugno; e che alla stessa data è poi riportato in altri Calendari napoletani e nel ‘Martirologio Romano’.
Ancora oggi molti napoletani portano il suo nome, ciò testimonia il lungo ed incessante culto goduto nei secoli dal santo vescovo Fortunato, del quale purtroppo si è potuto dare qui solo poche notizie.

Per cento e sti juorne vi proponiamo la storia di Fortunato

Racconta Carlo Fedele su NapoliFlash24 che Furtunato Bisaccia era un tarallaro, scomparso nel 1995, che “teneva ‘a rrobba bella, ‘nzogna nzò!  che si riferisce alla ‘nzogna e pepe” (sugna e pepe) dei taralli, Pino Daniele dedicò una straordinaria canzone dal titolo “Furtunato” contenuta nell’album “Terra Mia” del 1977.

“Fino ai primi anni 80, Furtunato girava per le strade di Napoli – racconta Fedele – con il suo carrozzino da neonato, ripieno di taralli,  nascosti da una coperta per tenerli al caldo in una cesta di vimini.  Sul carrozzino una piccola scritta sul davanti: “La ditta Fortunato resta chiusa il lunedì “. Già, il suo giorno di riposo il lunedi, riposo ampiamente meritato. La sua voce echeggiava fino alla domenica per le strade, da Montesanto, “dint’a Pignasecca”, a Piazza Dante a Piazza Carità, per Via Toledo e in tutti i vicoli adiacenti. Chiamava a gran voce le “sue” donne: “Rosà!, Marì; Carmè!” e queste si affacciavano ai balconi calando il paniere per accogliere quei taralli che emanavano un profumo intensissimo. Massimo Andrei scrisse un libro sulla sua vita, il grande Pino una canzone… tutti lo conoscevano e tutti ancor oggi lo ricordano con piacere ed anche con un pizzico di malinconia per quei tempi che non torneranno più. Ogni “tarallaro” portava con sé la sua cesta in spalla  gridando a gran voce “Taralle, taralle cavere!”. Furtunato si serviva del passeggino, un marchio di distinzione per un tarallaro doc in servizio dal dopoguerra fino alla fine degli anni ’80. Fortunato fu certamente l’ultimo venditore girovago di taralli, sempre allegro e gioviale; tuttora ci sono venditori di taralli a Mergellina sul lungomare rigorosamente nei propri chioschi, oppure nelle panetterie o in qualche osteria, ma ci manca un Fortunato… L’ultimo tarallaro, come il titolo di un film. “Furtunato” era un’anima della città, i suoi taralli “spugnati” una volta nell’acqua di mare e poi non più, per ovvie ragioni, hanno accontentato più generazioni”.

Orfano di madre, reduce di guerra, non aveva mai perso il buon umore e la straordinaria vitalità dei napoletani.  “Saluta ‘e ffemmene/ a’coppa ‘e barcune/ viecchie, giuvene e guagliune/”… ne cantava le lodi Pino Daniele.

Anche Luciano De Crescenzo lo immortalò nella Napoli di Bellavista

Anche Luciano De Crescenzo lo immortalò nel libro la Napoli di Bellavista: un personaggio indimenticabile per tanti, simbolo del tarallaro per eccellenza.

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 13 Giugno 2019 e modificato l'ultima volta il 13 Giugno 2019

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