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G8 DI GENOVA

Diciannove anni fa Carlo Giuliani moriva durante le proteste No Global

Battaglie, Diritti e sociale | 20 Luglio 2020

Dal 2001 sono passati 19 anni. Sono lunghi, considerando la vita di un uomo. 19 anni fa si passava dalla lira all’euro. Le torri gemelle erano ancora intatte. Non c’era nessuna pandemia, mancavano ancora due anni a quella aviaria. 19 anni fa c’era chi ancora doveva nascere, o invece era appena nato. Chi aveva appena cominciato la scuola e ora lavora. Sono pochi anni, però, nella storia di un paese come il nostro, che ancora deve fare i conti con i fatti agghiaccianti del G8 di Genova, del 2001: dalla morte di Carlo Giuliani, un giovane manifestante del movimento No Global, ai fatti della scuola Diaz e di Bolzaneto, dove le forze dell’ordine attuarono “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo Amnesty International.

“Voi otto, noi 6 miliardi”

Così recitava lo slogan del Movimento No Global in Italia nei primi anni 2000, che rivelava la netta opposizione al G8 che si sarebbe tenuto a luglio a Genova. Nato nel ’97 negli Stati Uniti, il movimento dei No Global si espande a macchia d’olio in tutti i paesi occidentali. I manifestanti del movimento erano tutti guidati dalle stesse idee di libertà e giustizia sociale. Era netta la loro avversità nei confronti del capitalismo e del consumismo, un sistema che secondo gli attivisti non coincide con i diritti del popolo, della collettività. In Italia la contestazione si accende nel marzo del 2001, proprio a Napoli, nelle contestazioni sul “divario tecnologico”. Ci saranno violenti scontri, che prendono alla sprovvista le forze dell’ordine, poco organizzate per l’evenienza. Mancano solo pochi mesi al G8 di Genova, già annunciato da un paio di anni. Inizio fissato per il 20 Luglio 2001.

Nel capoluogo ligure i No Global rispondono a nome del Genova Social Forum, un coordinamento a cui facevano capo numerose realtà sociali, da organizzazioni studentesche a sindacati dei lavoratori, nazionali ma anche internazionali. La tensione nei confronti delle manifestazioni contro il G8 comincia a prendere piede già da Giugno: cresce la paura degli scontri, “ci scappa il morto” si sente in giro. I manifestanti, in parte di anima pacifista, e in altra parte più radicale e violenta – come le tute bianche e i black block – vengono dipinti come guerriglieri. Il governo, che all’epoca era di centro-sinistra, parlava di catapulte, bombe, palloncini avvelenati. Quasi come a cercare una scusa alla completa militarizzazione della città di Genova, che si ritroverà divisa, da un giorno all’altro, in aree. La rossa, sulla costa, inaccessibile. Dall’altra parte il portavoce del Genova Social Forum e futuro parlamentare europeo, Vittorio Agnoletto, ribadiva che quello che si stava organizzando era completamente pacifico. E così sarà.

Carlo Giuliani, ragazzo

Nella giornata del 19 Luglio nella città di Genova si svolgono numerose manifestazioni. Ci sarà un concerto a cui partecipano tra gli altri i 99 Posse e Manu Chao, mentre per le strade sfilano decine di migliaia di ragazzi e ragazze. La tensione sembra svanita. È solo il giorno dopo, il Venerdì 20, che si sviluppano violenti scontri in tutta la città a partire dalla mattina. Le forze dell’ordine cominciano a caricare i cortei, picchiando violentemente i manifestanti, che siano giovani o anziani, ma anche giornalisti che riprendevano le scene di violenza.

Nel tardo pomeriggio, in Via Tolemaide, i carabinieri attaccano un corteo autorizzato: gli attivisti che si vedevano spinti da migliaia di persone alle spalle cercano una via di fuga al cordone della polizia, e si svincolano dietro a un plotone di carabinieri in ritirata. Assieme a quel plotone due defender (camionette jeep) dei carabinieri. Mentre una vettura si svincola, l’altra rimane “bloccata” da un contenitore della spazzatura, nel pieno centro di Piazza Alimonda, e viene circondata dai manifestanti. Sulla jeep si trova Mario Placanica, un carabiniere ausiliario, che punta una pistola verso il retro della macchina, ad altezza uomo. Partono due colpi, verso un ragazzo che aveva appena fatto per alzare un estintore vuoto. Lo colpiscono al volto, ma non lo uccidono sul colpo.

Il ragazzo è Carlo Giuliani, genovese, 23 anni e già padre di una bambina. Quel giorno doveva andare al mare, Carlo, ma sceglie di partecipare alle manifestazioni contro il G8. Cade a terra, e i manifestanti urlano verso il carabiniere. Solo ora il mezzo sposta il contenitore della spazzatura che fino a poco tempo prima lo bloccava, ma fa retromarcia schiacciando il corpo di Carlo, che viene travolto sulla pancia due volte. In seguito, i carabinieri – che fino a prima avevano guardato senza intervenire – accerchiano il ragazzo, senza lasciare passare nemmeno l’occhio delle telecamere. Tardano ad arrivare gli aiuti medici, e chi vuole aiutare viene respinto diverse volte. Affianco alla sua testa appaiono un sasso insanguinato, mentre ciò che aveva nelle tasche è riverso sull’asfalto. Carlo muore alle 17.27.

Diaz e Bolzaneto: torture contro i manifestanti

Il giorno dopo continuano le violenze della polizia, che colpisce sia la parte violenta che quella più pacifica dei manifestanti. I colpi dei manganelli, contro dei ragazzi con le mani alzate e dipinte di bianco. Ma è la sera del 21 Luglio che si consuma una violenza seconda solo alla morte di Carlo Giuliani: le forze dell’ordine entrano nella scuola Diaz, dove dormono i manifestanti che loro credono essere black block. Sarà una carneficina: più di 60 feriti, di cui uno in coma. È diventata celebre la frase “Don’t cleanup this blood”, ovvero “Non pulire questo sangue”, da cui prende il titolo anche l’omonimo film che ne narra i fatti. Nel 2015 la corte europea dei diritti dell’uomo ha punito lo stato italiano per aver violato la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, in particolare per quanto riguarda i reati di tortura. Nel 2017, invece, lo stesso tribunale ha riconosciuto all’Italia di non possedere leggi adeguate a punire e prevenire il reato di tortura.

A Bolzaneto si sono consumati fatti altrettanto orribili in seguito alle manifestazioni del G8 di Genova: i manifestanti fermati e arrestati durante le manifestazioni a Genova vennero portati, in parte, alla caserma di Bolzaneto. Nei giorni in cui restarono in questa caserma i ragazzi hanno denunciato violenze fisiche e verbali. Piogge di manganellate lungo i corridoi, minacce di stupro, dita divaricate fino allo strapparsi della carne. Queste alcune delle torture praticate dalle forze dell’ordine, che cantano “1, 2, 3, Viva Pinochet, 4, 5, 6, morte agli ebrei, 7, 8, 9, il negretto non commuove” assieme a Faccetta Nera. Nel 2017, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che gli atti commessi dalle forze dell’ordine sono tortura. Per Carlo Giuliani, invece, non c’è stata giustizia: Placanica è stato assolto dall’accusa di omicidio per legittima difesa. Nel 2018, il pm del processo per il G8 di Genova e dei fatti della scuola Diaz ha dichiarato: “I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, sono ai vertici della polizia”. Ed effettivamente è così, perché c’è chi, dopo la Diaz, ha fatto carriera.

«La morte di mio figlio è una delle più grandi ingiustizie del nostro Paese» a parlare è il padre di Carlo Giuliani, che continua: «Guardare avanti, sapendo che avanti non ci si può andare da soli, ma riuscendo a trainare, a riprendere una capacità di guida e non nel senso del “sono più forte io”, ma nel senso del diffondere idee di giustizia e capacità di comprendere le cose, affrontare i problemi e risolverli. Questo è il messaggio di quel movimento che andrebbe ripreso, secondo me». A distanza di 19 anni dalle proteste contro il G8 di Genova, le parole del padre di Carlo sono più attuali che mai: parlano d’amore, quello di un ragazzo che rischia – e paga – con la vita per i propri ideali di giustizia, che preferisce la lotta per un mondo diverso ad una spensierata giornata di mare. Quelle lotte che hanno spinto migliaia di giovani a scendere in piazza anche a costo della vita sono tutt’ora valide. Ad esse, ora va aggiunta una denuncia ancora più dura verso la repressione e gli abusi delle forze dell’ordine che, in difesa di uno stato per pochi, ogni anno non fanno altro che mietere nuove vittime innocenti. Affinché non ci siano più altri Carlo. Vittima innocente dello stato.

“E che gli uomini sappiano della differenza tra una mano che offende e la resistenza”

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 20 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 20 Luglio 2020

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