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A GALLARATE

Messa per ragazzi, sputtanapoli del prete: “A Napoli i ragazzi vivono in strada”

Integrazione, Italia, Razzismo | 2 Febbraio 2015
La chiesa della Madonna della Speranza a Gallarate
La chiesa della Madonna della Speranza a Gallarate

Gallarate, basso varesotto, città di 50mila anime. Domenica scorsa nella chiesa della Madonna della Speranza, che ha il non nobile primato di essere classificata tra le più brutte d’Italia (la chiamano la disco-chiesa) parte lo “sputtanapoli” durante l’omelia di Don Mauro che i ragazzi chiamano amichevolmente “Il Don”.

Nel corso dell’omelia pronunciata durante la messa – messa a cui partecipavano tanti ragazzi e bambini che in quella chiesa frequentano il catechismo e si preparano per la comunione e la cresima – Il Don infatti, dopo un sermone contro l’aborto, parte con una filippica sul futuro dei ragazzi e tira fuori la fatidica frase “razzista” o comunque intrisa di pregiudizi.

A raccontarci l’episodio è Antonia Mazzola, napoletana, emigrata a Gallarate da 5 anni. “Domenica mattina, era a messa con i miei figli, di 7 e 9 anni. Da 5 anni vivo là, i miei piccoli sono nati a Napoli. Il “Don” (come lo chiamano qui), esorta i ragazzi a trovare la loro strada nella vita. E dice: “Magari qualcuno di voi farà il volontario: in Africa, o a Napoli dove i bambini vivono per strada, o magari in Brasile”.

Le parole di Don Mauro ovviamente non lasciano indifferente Antonia, che si trattiene dunque alla fine della messa, cercando di contenere lo sconcerto e la rabbia (“non volevo fare una scenata davanti ai bambini, ma la tentazione c’era”… confessa). “La messa finisce e lo aspetto per chiedergli almeno se è mai stato a Napoli – ci racconta – Mi dice di no. Ma poi si corregge: una volta sono stato a Sorrento, e fuori dalla Basilica c’erano i bimbi “per strada” che giocavano a pallone”.

E tanto basta a Don Mauro per decidere che a Napoli i bambini vivono tutti per strada al punto che da Gallarate, dove anche per le temperature basse non si è abituati a condividere spazi all’aperto, ci sarebbe bisogno della partenza verso il Sud dei giovani volontari? Tanto basta per paragonare i bimbi di Napoli a quelli che vivono in Africa o nelle favelas brasiliane? Evidentemente sì, almeno secondo la visione di questo prete.

“La cosa che mi ha fatto più rabbia è che mentre Don Mauro pronunciava quelle parole, mi guardavo intorno… e mi rendevo conto che nessuno aveva colto quella frase come offensiva. Ma io ho cercato di non farla passare inosservata. Anche perché, a dire il vero, da questa parti mi capita spesso, con non poca amarezza, di sentir pronunciare come dispregiativo la parola terrone o, peggio, ricevere come un complimento la fatidica frase: “ma tu non sembri napoletana”. Ma non voglio che i miei figli crescano nell’intolleranza e allora ho provato anche a suggerire, a Don Mauro, se magari non aveva più senso nel suo ruolo, fare un sermone su concetti come accoglienza e tolleranza. Anche per dare un segno concreto nei confronti dei tanti stranieri che vivono qui. Ma lui guardava già da un’altra parte…”.

Lucilla Parlato

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 2 Febbraio 2015 e modificato l'ultima volta il 2 Febbraio 2015

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