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I dettagli di Napoli: Filippo Cifariello l’artista delle tre vite

| 29 Giugno 2020

Sfortunato, depresso e geniale allo stesso tempo. Si tratta di Filippo Antonio Cifariello, uno scultore che ha fatto parte della scuola del verismo napoletano, ispirato dal grandissimo Vincenzo Gemito ma che non ha mai riconosciuto a nessuno il titolo di maestro. Il padre Ferdinando, è stato descritto come “mediocre artista poliedrico, trasferì più volte la famiglia, a Bari, ad Andria, a Trani e infine a Napoli, dove, in tentativi di compagnie di canto, si ridusse in miseria. Il Cifariello, primo di cinque figli, dovette presto provvedere alla quotidiana sussistenza dei suoi, rinunciando agli studi: giovandosi di una naturale disposizione verso le arti plastiche, foggiava e vendeva figurine, in creta. Poté tuttavia entrare nell’istituto di belle arti di Napoli e fu allievo del pittore Gioacchino Toma, nella classe di disegno da gessi”. Una volta lasciato l’istituto d’arte si è messo a modellare figure e busti che lo hanno fatto notare in alcune esposizioni tra cui quella di Napoli, nel 1884, dove ha esposto una statuina in terracotta da lui denominata Primi palpiti. Si tratta di un’opera che, dalla collezione del Banco di Napoli, oggi è nelle disponibilità di Gallerie d’Italia e in esposizione permanente a Palazzo Zevallos di Stigliano lungo la via Toledo. E’ stato accusato, per questo piccolo capolavoro, di non aver plasmato dal vero ma di aver realizzato il busto con dei calchi. L’artista ha ribattuto alle critiche dei colleghi di modalità definite “picaresche”! Dopo i successi alle esposizioni nazionali e straniere si è trasferito a Roma, nel frattempo ha sposato Ninì de Browne, artista francese dei tabarin, che lo stesso Cifariello ha ucciso nel 1905, a causa della gelosia, Un lungo processo all’artista assassino ha appassionato l’Italia dell’epoca fino alla sua assoluzione per un vizio di mente. Risposatosi, la seconda moglie è morta nel 1914 a causa di un incidente domestico mentre dalla terza moglie ha avuto due figli. Le sue opere sono nei musei europei di Berlino, Roma, Napoli Budapest. A Molfetta c’ un suo monumento a Mazzini, a Bari quello di Umberto I e dei sindaci RE David e Di Crollalanza, nell’omonimo museo, invece, c’è quello del grande tenore Enrico Caruso. Tornato nello studio di Napoli ha continuato a lavorare fino a 72 anni quando ha posto fine alla sua vita suicidandosi, l’anno è il 1936, a causa della depressione che si era impossessato del suo animo. Nel 1931, però, aveva composto una sua biografia chiamata Tre vite in una dove ha descritto uno spaccato della sua esistenza che ha consegnato ai posteri il ritratto dell’uomo-artista figlio di quei tempi ed infatti la sua esistenza può essere raccontata in queste parole “Pur fra polemiche artistiche e tragiche vicende biografiche, la fama non lo abbandonò più, finché visse. Socio del romano Circolo artistico internazionale, ricco di amici e mecenati, sorretto dai massimi critici e galleristi, presentato a regnanti e potenti, che spesso gli commissionavano il ritratto, partecipò a esposizioni europee, assicurò opere ai più importanti musei, raccolse premi e onori di ogni genere”.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 29 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Giugno 2020

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