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I dettagli di Napoli: I miracoli di Cristo nella Sala del Capitolo all’Archivio di Stato

| 28 Gennaio 2020

Anticamente denominato Monterone, uno dei piccoli colli dovuti al terrazzamento cittadino, oggi ospita uno dei più bei complessi religiosi, adibito ad uso civile che tutto il mondo ci invidia. E’ il monastero dei Santi Severino e Sossio sede del prestigioso Archivio di Stato di Napoli. Il nucleo originario è nato ben 1200 anni fa quando, i monaci benedettini, originariamente a Pizzofalcone, hanno deciso di trasferirsi nella più sicura area a ridosso dei decumani. L’opera è stata sovvenzionata, in maniera importante, dalla monarchia aragonese e dalle famiglie nobili. Il monastero, però, così come lo conosciamo oggi, in via del Grande Archivio, inizia a prendere forma agli inizi del ‘400 con la realizzazione dei due chiostri: quello del Noviziato e quello del Platano, nella seconda metà del ‘500, invece, è stato costruito il chiostro di Marmo e, nel ‘600 quello d’ingresso. Attorno ai chiostri sono sorti, per volontà dei monaci, tutta una serie di locali dedicati alla vita comune quali: le stanze per i novizi che venivano ammessi alla vita conventuale, la biblioteca, l’infermeria, l’appartamento dell’abate, il grande refettorio e la splendida Sala del capitolo. Ambienti che sono stati decorati dai più grandi artisti dell’epoca, da Luca Giordano a Benvenuto Tortelli, da Bartolomeo Chiarini a Marco Pino, Cosimo Fanzago e Antonio Solario, detto lo zingaro, per gli affreschi nel chiostro del Platano. Ma un nome spicca su tutto: quello di Belisario Corenzio, soprannominato il greco perché nato in Acaia sebbene trasferitosi a Napoli giovanissimo. A 51 anni, nel 1609, i benedettini, gli hanno affidato l’incarico della decorazione della chiesa dei Santi Severino e Sossio e, a quegli anni, risalgono i magistrali affreschi della Sala del Capitolo che, attualmente, ospita tutti i volumi del catasto onciario settecentesco ovvero il sistema di tassazione voluto da Carlo di Borbone nel ‘700 così come progettato da Bernardo Tanucci, segretario del Regno, per ripartire il peso fiscale in maniera proporzionale e deve il suo nome, onciario, all’oncia che corrispondeva a sei ducati e prevedeva sette categorie di contribuenti con esclusione della sola Napoli capitale. L’uso profano del monastero risale al 1799 quando la struttura religiosa è stata soppressa e trasformata in deposito per le milizie del cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria e dei suoi sanfedisti. Con Giuseppe Bonaparte re di Napoli, il complesso è stato adibito ad Archivio di Stato in modo che tutta la documentazione degli antichi archivi del Regno, con la sola eccezione della Sicilia, fosse conservata in un unico luogo. La Sala del Capitolo ospita gli affreschi del Corenzio: sulla volta sono raffigurati le Parabole e i miracoli di Gesù con la guarigione del paralitico, i ciechi, il buon samaritano e l’adultera; nelle lunette laterali, invece, ci sono le Allegorie della Passione assieme alle Allegorie della Regola dei Benedettini. Alle nostre spalle, una volta entrati, invece, la superba Crocifissione, collocata proprio sopra la porta d’ingresso. Ma non è tutto. A seguito di alcuni lavori di restauro della mobilia in legno, posizionata nel 1845, dove sono collocati i volumi del Catasto Onciario e che sono stati rimossi, sono spuntati fuori altri affreschi di Belisario Corenzio che gli esperti stanno cercando di decifrare vista l’incuria del tempo e i danni fatti dagli uomini.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 28 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 28 Gennaio 2020

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