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I dettagli di Napoli: il Cristo velato in terracotta al Museo San Martino

| 29 Gennaio 2020

La splendida statua del Cristo velato che giace nella Cappella Sansevero, il museo privato più visitato in Italia nel 2019 con 760mila visitatori, ha una copia in terracotta. Pochi ne sono a conoscenza. E’ il bozzetto preparato dall’artista Antonio Corradini cui il principe Raimondo De Sangro aveva commissionato la scultura. L’improvvisa morte dello scultore, però, ha costretto il nobile napoletano a cambiare i piani e cercare qualcun altro per la realizzazione del suo progetto rivolgendosi, così, a Giuseppe Sammartino che scolpirà il capolavoro della sua vita. Ma chi era Antonio Corradini? Nato nel padovano, a Este, nel 1688, a 33 anni è scultore iscritto all’Arte dei Tagliapietra con una bottega di proprietà e commesse da Veneto, Emilia, Lazio, Austria per conto dell’imperatrice Maria Teresa, Russia per lo Zar Pietro Il Grande e Ungheria. A 61 anni, nel 1749 si è trasferito a Napoli dove è entrato in contatto con la grande scuola massonica della capitale del Regno e ha conosciuto Raimondo De Sangro, settimo principe di Sansevero e “fratel massone” che si sta occupando della cappella-tempio di famiglia. La commessa di importanti lavori di decorazioni e statue è scontata così come l’opera che avrebbe dovuto essere ospitata nella cripta: un Cristo dormiente, tolto dalla croce, adagiato su un morbido giaciglio. Il lavoro di Corradini è stato frenetico. Dopo aver scolpito La Pudicizia, opera dedicata alla madre del principe, l’artista è impegnato in una serie di bozzetti in terracotta che dovevano servire a completare il complesso decorativo della cappella. Tra questi c’è il Cristo velato, oggi custodito al Museo della Certosa di San Martino, dopo essere stato in prestito anche al Museo di Capodimonte. Inutile dire che tra il principe e Corradini c’è stata una vera e propria unitarietà d’intenti su cosa dovesse essere contenuto nella cappella e come dovesse essere realizzato a livello visivo. Prova ne siano le statue corradiniane del Decoro, di Paolo e Giovan Francesco De Sangro e, appunto, la Pudicizia. L’opera più importante, però, il Cristo Velato, è stata realizzata solo come bozzetto in terracotta attorno al 1750 ma lo scultore veneto non ha fatto in tempo a trasferirla nel marmo a causa della morte sopraggiunta, improvvisa, il 12 agosto 1752 a soli 64 anni. Raimondo De Sangro si è rivolto, allora, a Giuseppe Sammartino ma le differenze tra quanto era stato pensato da Corradini e l’effettivamente realizzato sono notevoli. Mancano, ad esempio, i quattro cherubini del basamento a simboleggiare i quattro elementi alchemici quali: aria, terra, fuoco e aria, la luce del Cristo che si irradia ai quattro angoli intesi come punti cardinali ovvero la luce che illumina il mondo e gli uomini; tuttavia il principe De Sangro è stato soddisfatto del risultato e non ha richiesto modifiche. Nella “Descrizione della città di Napoli e i suoi borghi” del 1788, Giuseppe Sigismondo ha scritto, riferendosi ad Antonio Corradini, che “Solo il nostro Giuseppe Sanmartino  ha saputo graziosamente imitarlo  (giacché non ardisco dire superarlo) nella meravigliosa statua da lui fatta del Cristo morto che anche in quella cappella, si scorge”. Il giusto tributo, a chi ha pensato alla realizzazione del Cristo velato, oggi è scolpito nel marmo del basamento della Pudicizia, alla sinistra del Cristo: «dum reliqua huius templi ornamenta meditabatur». Sarà poi, Matilde Serao a descrivere mirabilmente il capolavoro «sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà, ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la mostra, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce».

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 29 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Gennaio 2020

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