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I dettagli di Napoli: il samurai partenopeo

| 1 Giugno 2020

Figlio di un samurai, poeta, traduttore delle prime poesie giapponesi in italiano, grande amante di Dante e della Divina Commedia, giornalista di guerra, insegnante nel Reale Istituto Orientale. E’ la vita avventurosa e poliedrica di Harukichi Shimoi, nato nel 1883 a Fukuoka, nel 1915 dopo aver fondato la Società Dantesca Giapponese, si è trasferito in Italia, a Napoli grazie all’interessamento dell’ambasciatore italiano nel paese del Sol Levante: il marchese Alessandro Guiccioli, che gli ha fatto ottenere l’incarico di lettore madrelingua del corso di giapponese. Un incarico prestigiosissimo per l’allora sconosciuto Shimoi, appena ventottenne, tenuto conto che avrebbe lavorato nella più antica scuola di orientalistica di tutta l’Europa. Il giovane nipponico, una volta arrivato, ha iniziato a frequentare la scena culturale partenopea e, tra questi, un famosissimo libraio che aveva una conosciuta bancarella in via Toledo: Don Gaetano Pappacena dove, come racconta Giovani Romei in Storia di un bibliofilo che non sapeva leggere, pubblicato il 10 aprile del 1943 sul Corriere della Sera,  “i due si dilettavano in straordinari duetti nippo-napoletani”. Attratto dai futuristi ha conosciuto e frequentato Raffaele Uccella, scultore di Santa Maria Capua a Vetere. Con il passare del tempo Shimoi ha migliorato il suo italiano e, soprattutto, ha imparato così bene il dialetto napoletano da essere soprannominato, come ricorda Bruna Gaeta Catalano in E. A. Mario, la leggenda e la storia pubblicato a Napoli per i tipi della Liguori nel 2007, “lo scugnizzo giapponese”. Proprio in questo volume, citato nella bella opera curata da Guido Andrea Pautasso, Un  samurai a Fiume della Oaks editrice uscito nel 2019, Giovanni Ermete Gaeta racconta un divertentissimo episodio capitato al samurai napoletano. “Appena giunto da Roma, Scimoi noleggiò una carrozzella e – con accento straniero, diede al vetturino l’indirizzo di E.A. Mario: il vetturino considerando la lunga strada da percorrere per arrivare dalla stazione centrale fin sopra Materdei, cominciò a fare salaci commenti in stretto vernacolo di come avrebbe conciato per le feste il malcapitato per il pagamento alla fine della corsa. Di tanto in tanto rivolgeva allo ‘straniero’ qualche frase per descrivere le bellezze del panorama: “T” ‘o faccio vedé io ‘o panorama quann’arrivammo!, Poi Scimoi chiese il conto più a gesti che a parole e il cocchiere sparò una cifra da capogiro. Scimoi senza scomporsi, rifece la domanda, e quello, sorridendo, condì la richiesta “E’ pure surdo stu scemo”. Scimoi lentamente gli si avvicinò, lo prese per il bavero e “Comm’hè ditto? So surdo, so scemo, so chesto, so chello…mo t’o faccio vedè io a te ‘o panorama!” E giù parolacce ed epiteti a non finire! Il malcapitato, terrificato da quella granuola d’insulti in perfetto vernacolo, e temendo il peggio, cominciò a scusarsi, a piangere,a baciargli le mani e, rivolto alla gente che cominciava a fare capannello: “All’anema d’o ciappunese! Chisto è cchiù napulitano ‘e me!”

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 1 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Giugno 2020

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