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I dettagli di Napoli: la statua del dio Nilo e i misteri egiziani

| 11 Maggio 2020

La strada tra Porta Ventosa e il Decumano inferiore, fu detta il vico degli Alessandrini. Questi, crebbero assai di numero ai tempi di Nerone, ne fece venire molti altri: così formarono in questa città quasi una piccola colonia, e la regione che essi abitarono fu detta Nilense dal nome del fiume benefico della madrepatria”. E’ quanto ha scritto Bartolommeo Capasso nella sua Napoli Greco-Romana edito per i tipi della Berisio di Napoli nel 1905. E in questa strada si trova il famosissimo monumento che è stato eretto in onore del fiume. La rappresentazione del corso d’acqua più famoso del mondo ha le fattezze di un uomo anziano che, sdraiato, si appoggia ad un masso da dove sgorga l’acqua. Il busto è nudo mentre la parte inferiore è coperta da una veste, da sotto i piedi sporgeva una testa di coccodrillo, scomparsa a seguito di un furto, mentre la sua persona è circondata da figure di bambini festosi e una cornucopia che stanno a rappresentare la “natura prodigiosa del Nilo, le cui acque non solo fecondano le terre, ma anche, secondo la comune credenza di allora, le donne e le bestie che ne bevevano”. Di fronte il monumento, secondo Capasso, doveva esserci il tempio dedicato a Iside. Questa statua, famosissima, è conosciuta da tutti gli abitanti della città come Corpo di Napoli da cui prende nome anche l’omonimo largo. Secondo lo studio Sigfrido Hobel “La nostra scultura  – ha scritto nel volume Misteri Partenopei pubblicato da  Stamperia del Valentino nel 2004 – non riflette il modello iconografico della tradizione egizia più antica, in base al quale Hapi, il Nilo, era raffigurato come un uomo barbuto, col ventre sporgente e un seno femminile , a simboleggiare il suo ruolo insieme fecondante e fertile”. La statua, che era mancante della testa, era già conosciuta nel corso del Medioevo, come testimoniato dalla Cronaca di Parthenope, anche se le sue tracce si erano perse poiché “inclusa”, ha scritto ancora il Capasso, nella parte più antica del monastero di Donnaromita. I nobili del sedile di Nido (Nilo) avevano deciso di costruire una nuova sede sul lato di fronte il largo del Nilo e hanno acquistato, ha raccontato il Summonte nella sua Historia, “una parte del lor vecchio monastero dalle monache di Santa maria Donna Romita. E forse nella demolizione occorsa per creare l’accosto al sedile, riapparve la statua del fiume, che fu collocata dove sta oggi, sopra una base”. La testa, non di donna ma barbuta e di uomo, è stata messa a seguito di un restauro commissionato dal comune di Napoli nel 1657. Dunque, il fiume-dio Nilo simbolo di una comunità depositaria di un’antica sapienza e di misteri che ancora oggi affascinano Napoli, i suoi abitanti e i suoi visitatori.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 11 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 11 Maggio 2020

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