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I dettagli di Napoli: la tomba misteriosa nel cimitero dei monaci alla Certosa di San Martino

| 12 Maggio 2020

Un cortile, due chiese, tre chiostri, quattro cappelle e cento sale oltre i favolosi giardini pensili che offrono una vista mozzafiato sulla città e sul golfo più bello del mondo. E’ la Certosa di San Martino che, dalla collina del Vomero, domina la città dal 1325 quando è stata edificata per volontà di Carlo d’Angiò, duca di Calabria e principe ereditario del Regno di Napoli, padre della futura regina Giovanna. Nel corso dei secoli si è arricchita di tesori diventando un tempio del barocco oltre che del cristianesimo. Nel chiostro grande, progettato da Giovanni Antonio Dosio su una già esistente struttura del XIV secolo e completato da Cosimo Fanzago, si trova la balaustra barocca del piccolo cimitero dei monaci, caratterizzata dalla decorazione composta da teschi e ossa a perpetuo ricordo della vacuità della vita. “I monaci – ha spiegato Roberto Sabatinelli che, per primo, si è occupato della tomba misteriosa -venivano interrati senza bara, ma legati ad un asse di legno e calati nella nuda terra, per poi essere ricoperti e sul punto della sepoltura nessun simbolo riconoscibile. Unica eccezione una croce di legno senza identificazione né date di nascita e morte”. Ai più attenti, però, non sarà sfuggita la presenza di una sola e unica lapide, che oggi ha perso tutte le lettere che componevano la memoria del personaggio che lì è stato sepolto. E’ sempre Sabatinelli che prova a svelare il mistero. Nel volume “La certosa di San Martino in Napoli. Descrizione storica e artistica” pubblicato nel 1854 da Raffaele Tufari è proprio l’autore a dire ai lettori che quel sepolcro non era anonimo poiché lì giaceva, dal 1637, Don Diego Manriquez dei marchesi di Cirella “devoto e munifico amico dei monaci avrebbe espresso il desiderio di essere sepolto nella Certosa” e dai frati, ovviamente, accontentato. Ma a cosa era dovuta tanta devozione? “Il 12 dicembre del 1587, un fulmine cadde sulla polveriera, deposito delle munizioni, e la palazzina del castellano, gli alloggi militari e la chiesa andarono distrutte, buona parte della fortezza di Sant’Elmo saltò in aria uccidendo 150 uomini e procurando danni al resto della città. Quel giorno Don Diego non era al Castello, così si salvò e quando apprese che la vicina Certosa ed i suoi amici monaci erano rimasti prodigiosamente illesi, scelse il suo futuro luogo di sepoltura accanto ai certosini”. Il volume di Tufari, inoltre, ha contribuito a far conoscere la Certosa e i suoi tesori tanto che “il Padre Priore Francesco Ferreira de Mathos decise di dedicargli un insolito riconoscimento. Un cenotafio, un monumento in segno di riconoscenza, costruito quando Tufari era ancora vivo (morì a Gaeta il 3 febbraio del 1876). La lapide andò a sostituire quella che in precedenza era stata fatta per Don Diego Manriquez. Oggi si intravedono le sagome di alcuni caratteri, che recitano: premiar volendo chi scrisse con lode del monumento, della Chiesa e su la storia della loro Certosa”.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 12 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 14 Maggio 2020

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