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I dettagli di Napoli: l’acquedotto dell’imperatore sotto un palazzo della Sanità

| 25 Febbraio 2020

In Via Arena della Sanità c’è il Palazzo Peschici Maresca di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini che custodisce un tesoro dell’archeologia. E’ un tratto dell’Aqua Augusta Campaniae conosciuto anche come Acquedotto del Serino o Augusteo che aveva origine dalla sorgente vicina al Terminio dei Monti Picentini in provincia di Avellino e terminava dopo circa 96 chilometri nella Piscina Mirabilis a Miseno, oggi nel comune di Bacoli dove riforniva la flotta navale romana. Lungo il suo cammino, l’acqua era attinta anche dai centri che attraversava. Un’opera imponente realizzata durante l’impero di Augusto in 21 anni: dal 33 al 12 avanti Cristo. Il tratto scoperto per puro caso negli passati, nel 2011, è lungo 220 metri e conta ben 7 pozzi di accesso ad una distanza di circa 35 metri l’uno dall’altro. L’opera è stata in funzione per quasi venti secoli ovvero fino a quando, nell’800, non è stato deciso di costruire un acquedotto del Serino ex novo. La realizzazione è stata grandiosa per l’epoca tenendo conto che ha il suo inizio a una quota di 376 metri sul livello del mare per arrivare al piano spiaggia dopo quasi cento chilometri di percorrenza e una pendenza di poco più di due centimetri e mezzo ogni mille metri: un vero e proprio capolavoro dell’ingegneria idraulica di cui solo i romani potevano essere capaci! L’Augusteo garantiva acqua fresca giornaliera non solo alla flotta imperiale ma bensì a tutte le città che toccava tramite un ingegnoso sistema di canali e cunicoli che guidavano l’acqua in apposite vasche dove avveniva la decantazione dalle impurità, soprattutto terriccio e fogliame, per poi essere distribuita con un sistema di tubazioni in piombo il cui utilizzo, per l’acqua potabile, è stato comune fino agli anni ’70 del secolo scorso. Nel corso dei secoli è stato sempre oggetto di attenzione dei vari governi, del resto chi controlla l’acqua ha il pieno controllo di città e campagne. Nel corso del vicerame spagnolo è stato Don pedro de Toledo a occuparsi della sua manutenzione come ricordano le varie targhe in marmo lasciate a ricordo dei lavori svolti. La struttura del tratto rinvenuto, un pezzo di canale situato su due arcate che mantengono un pezzo di ponte sotto il palazzo situato alla Sanità, è in laterizio e tufo: un mix di materiali che garantiva resistenza al tempo e ai terremoti. Ma questa ingegnosa opera come è andata a finire sotto terra per essere, poi, utilizzata come fondamenta per un palazzo nel secolo sedicesimo? L’area ha subito un interramento a seguito del famoso fenomeno della “Lava dei Vergini” ovvero terra e fango proveniente dalla sovrastante collina in occasione di ogni abbondante pioggia e, nel ‘500, quelle arcate sono state utilizzate come base della nuova costruzione durante l’ampliamento della capitale al di fuori delle mura. Col passare dei secoli gli uomini hanno prima dimenticato l’esistenza della vecchia opera per poi utilizzarla come rifugio antiaereo durante l’ultimo conflitto mondiale, poi come deposito e, infine, come discarica di rifiuti fino ad arrivare alla riscoperta nel recente passato. Grazie alla ritrovata sensibilità per il proprio patrimonio culturale e la collaborazione tra associazioni che operano nel territorio è stato possibile prima sgomberare le immondizie e poi allestire un vero e proprio percorso di visita di questo luogo magico.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 25 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 25 Febbraio 2020

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