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I dettagli di Napoli: Luca Giordano e il ritorno di Persefone

| 4 Febbraio 2020

Influenzato da Caravaggio e poi dal Veronese, Luca Giordano, gloria massima della pittura napoletana, nel 1660, ad appena 31 anni, ha dipinto un capolavoro che ancora oggi lascia a bocca aperta tutti coloro che si trovano ad ammirarlo. Si tratta del Ritorno di Persefone, una tela con un tema classico del mondo greco e romano, legato ai misteri eleusini e al mito della ciclicità della natura. Lo stesso argomento è stato affrescato, sempre da Luca Giordano, a Firenze nella volta di Palazzo Medici Riccardi.  L’opera, ricca di colori e figure in movimento, è una summa del barocco partenopeo con vistosi influssi di scuola veneta a partire dalla composizione e dai colori. In primo piano c’è la protagonista, la Persefone greca e Proserpina per i romani, coperta solo in parte dai lunghi capelli biondi e da un drappo, trasportata da due puttini che la prendono dagli inferi, dove era costretta a vivere alcuni mesi essendo sposa di Ade, per riportarla nel mondo dei vivi. Vicino a lei c’è la madre Demetra con la testa cinta da una corona di spighe di grano, simbolo di fertilità e abbondanza e attributo della dea che ne aveva donato i preziosi semi all’uomo dopo aver ritrovato la figlia. Alle sue spalle c’è un’altra figura femminile, si tratta di Flora, dea della primavera, il cui capo è sormontato da una ghirlanda di fiori. A completare la composizione, quanto mai dinamica, ci sono Nettuno col suo tridente, segno del comando del mare e dei suoi essere viventi, , il cane a tre teste Cerbero, guardiano degli inferi e terrore delle anime dei trapassati. Ed ancora: i venti e un tralcio di vite con un grappolo d’uva, rimando a Bacco e ai complessi misteri che si celebravano in suo onore. Il quadro racconta un mito molto conosciuto dell’epoca classica e celebratissimo nel ‘600: quello del rapimento di Persefone. Demetra, dea dell’agricoltura, saputo l’accaduto lascia che il mondo venga colpito dalla carestia e rifiuta di fare ritorno sull’Olimpo dove ad aspettarla c’è Zeus, suo consorte. Il patto tra i due è chiaro: restituire la figlia alla madre. Zeus intima ad Ade di restituire Persefone a Demetra ma prima di lasciarla partire offre ala moglie dei chicchi di melograno, cibo dei morti. Persefone ne mangia sei e tanti saranno i mesi che dovrà trascorrere, dopo gli altrettanti sei sulla terra, con il marito. Nella cultura classica,  quindi, il mondo ctonio non è solo un freddo regno dei morti, è anche il luogo di potentissime forze vitali che fanno germogliare semi, sgorgare l’acqua, simbolo anch’essa di vita, generare metalli e pietre utili alle attività dell’uomo. E’, ovviamente, un racconto mitico per spiegare l’alternanza delle stagioni nel corso dell’anno, il ciclo della vita e della morte, il legame tra madre e figlia. Insomma, un quadro che racchiude una visione della vita fatta di alternanza, di opposti e contrari, di fecondità e di vita del seme che messo a dimora nei campi, sotto la coltre di terra, germoglia bucando la crosta, cresce, offre i suoi frutti e poi torna allo stato primario in una sorta di continuum ciclico del tempo e che la sapienza antica raffigura con l’uroboro: un serpente che si morde la coda . Un mito reso immortale dal tempo e dall’arte, ad esempio con la splendida scultura di Bernini che raffigura il ratto di Proserpina o, successivamente, con la tela di Rembrandt. Un mito che dal mondo greco-romano, quello pagano per intenderci, è passato alla cultura e religione cristiana con il ciclo morte-resurrezione.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 4 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 4 Febbraio 2020

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