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I dettagli di Napoli: San Carlo alle Mortelle, capolavoro del barocco

| 19 Novembre 2019

Una vera e propria meraviglia del barocco: San Carlo alle Mortelle che sorge nell’omonima strada tra Corso Vittorio Emanuele e Chiaia. Due sono le ipotesi sul nome: la prima relativa ai boschi di mirto che fino al ‘600 erano presenti in zona, la seconda, invece, vuole che il toponimo derivi dalla famiglia “de Trojanis y Mortela” che, sempre nel XVII secolo, abitava in quel posto. Certo è che il luogo era davvero ameno, scelto nel corso dei secoli dagli ordini religiosi e dai nobili per la costruzione dei loro casini di delizie tanto che nel ‘700 pittori e scrittori ne decantavano, nelle loro opere, la bellezza e la tranquillità. La chiesa, costruita a partire dal 1616 ha visto come ispiratore il frate-ingegnere Giovanni Ambrogio Mazenta che ha affidato il progetto a Giovanni Cola di Franco, già impegnato a Santa Maria Lanova, al santuario della Madonna dell’Arco, a Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco e Donnaregina Nuova: insomma, il meglio sulla piazza! A metà del ‘600 il cantiere è passato sotto la direzione di un altro big, Francesco Antonio Picchiatti mentre ad inizio del ‘700 il frate e architetto Marcello Zucca ha realizzato lo splendido paliotto dell’altare in madreperla e marmo. Gli arricchimenti della chiesa erano possibili grazie anche ai generosi lasciti di cui godeva, tra questi quello di Giovan Tommaso Borrello che nel 1630 aveva lasciato ai barnabiti ben 2000 ducati da utilizzare per il tempio ma a patto che “chiesa e convento habbiano mira a non impedire l’aspetto et vista delle mie case”. Che la zona diventi ambita oltre che dai nobili dalla nuova classe degli imprenditori lo testimonia anche il Celano nelle sue Notizie dove ci parla di “vivai fertilissimi, dai quali “escono mature le frutta, prima di ogni altro giardino e tutte perfettissime e di raro sapore” e “un’acqua che distilla da un monte che né più leggiera né più gustosa per la freschezza si può desiderare, ancorché in queste case arrivino i Formali”. La chiesa è diventata subito uno dei punti centrali della zona e ne ha favorito lo sviluppo che, puntuale, è arrivato con la costruzione di una nuova strada che parte proprio dall’edificio barnabita per scendere verso Pizzofalcone e Chiaja. I lavori per il suo completamento sono andati avanti fino alla prima metà del XVIII secolo e da ultimo hanno visto il completamento della facciata il cui progetto è di Enrico Pini; l’interno invece, custodisce una bella serie di quadri sulla vita di San Carlo di Antonio De Bellis, allievo di Massimo Stanzione e influenzato da Jusepe de Ribera detto lo spagnoletto; l’Immacolata e i santi di Giuseppe Simonelli allievo di Luca Giordano e San Carlo in estasi davanti la croce della pittrice milanese Fede Galizia. Nel 2009 la chiesa è stata interessata dal crollo di una parte del pavimento a causa dell’apertura di una voragine. Oggi, dopo i lavori di restauro, è nuovamente riaperta e visitabile.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 19 Novembre 2019 e modificato l'ultima volta il 19 Novembre 2019

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