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I dettagli di Napoli: Sant’Antonio Abate al Pio Monte della Misericordia

| 20 Gennaio 2020

Fluent ad eum omnes gentes. E’ il motto del Pio Monte della Misericordia che prende origine dai versetti biblici di Isaia: si tratta di una istituzione fondata nel 1602 da sette nobili napoletani che, consapevoli delle necessità di una popolazione bisognosa di aiuto e di solidarietà, hanno deciso di devolvere parte dei propri averi ed il proprio impegno alle opere di carità. La sede, nello storico palazzo eretto nel corso del ‘600 in via dei Tribunali, conserva un enorme patrimonio storico e artistico oltre ad una ricca quadreria con dipinti di diverse scuole ed epoche, tra cui opere di Massimo Stanzione, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Andrea Vaccaro e dipinti e bozzetti di Francesco De Mura, dono dell’artista all’Istituto. Tra le tante tele, una cattura l’attenzione nella seconda anticamera: è il Sant’Antonio Abate dipinto da Jusepe de Ribeira detto lo spagnoletto. L’artista è nato alla fine del ‘500 nel valenciano, in Spagna ma è stato uno dei più grandi interpreti della scuola caravaggesca assieme ad altri giganti quali Francesco Solimena, Massimo Stanzione, Mattia Preti, Salvator Rosa e l’immenso Luca Giordano. A 25 anni, nel 1616, De Ribera è arrivato a Napoli e sposa la figlia del pittore Giovanni Azzolino mentre in appena un lustro la sua fama è diventata così grande da poter vantar commissioni da parte dei numerosi ordini religiosi e di prestare la propria opera per la decorazione della Certosa di San Martino che lo terrà impegnato per ben cinque anni. Maestro di Luca Giordano, gigante mondiale della pittura napoletana, due anni prima della sua morte, nel 1650, produce il capolavoro esposto nel Pio Monte: il Sant’Antonio Abate che è la summa del suo stile pittorico e un omaggio alla lezione caravaggesca. Dal fondo scuro emerge il viso del santo anacoreta, la carnagione del viso rosea e la lunga barba color fumo indicano la grande età dell’eremita, gli unici elementi che ci permettono una lettura iconografica sono i due attributi: il bastone che termina a forma di tau e la campanella ad essa collegata. Lo sguardo è rivolto verso l’alto, le labbra sono socchiuse. Nel rapporto con Dio, al santo che ha vissuto per decenni nel deserto una vita solitaria fatta di preghiera e del cibo che riusciva a procurarsi, basta semplicemente rivolgersi al cielo e aprire le labbra affinché, all’Onnipotente, sia conosciuto ogni suo pensiero. Ed è quel raggio di luce fortissimo che quasi squarcia la tela la più importante testimonianza della scuola di Caravaggio: dal nero, dallo scuro, dal profondo, emerge il volto del santo nella sua seraficità e purificazione avvenuta a seguito della sua vita monastica. Il quadro ha anche un valore istruttivo e di ammonimento ovvero quello di avere una vita riservata, misericordiosa e di aiuto ai bisognoso, soprattutto i più poveri, sfortunati e malati: temi particolarmente cari ai componenti del Pio Monte.

A cura di Luciano Troiano

Un articolo di Luciano Troiano pubblicato il 20 Gennaio 2020 e modificato l'ultima volta il 20 Gennaio 2020

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