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Memento Mori, quel mosaico che ricorda gli antichi riti legati ai morti

Beni Culturali, Storia | 31 Ottobre 2017

Anche nell’antica Pompei, come a Roma, si celebrava una sorta di Halloween. Era il Mundus Patet, uno dei 3 giorni dell’anno (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre) in cui la fossa che metteva in comunicazione il mondo dei morti e quello dei vivi veniva aperta. «Sappiamo dalle fonti antiche – si legge nella narrazione social del Parco Archeologico di Pompei – che questi erano giorni pericolosi in quanto il Mundus poteva attrarre le anime dei vivi. Era proibito dare battaglia, prendere moglie e le porte dei templi erano chiuse. Non è un caso che simili riti siano confluiti nelle nostre tradizioni religiose». La foto del mosaico del «Memento Mori», della Pompei Officina Coriariorum – Conceria conservato al Museo Archeologico di Napoli, postata sulla pagina ufficiale del Parco Archeologico di Pompei, è subito diventata virale.

Nell’antica Roma, il mondo dei vivi e quello dei morti entravano in contatto a febbraio durante le celebrazioni dei Feralia, ma anche nei tre giorni di Mundus patet.
Il Mundus era un sacello sotterraneo che veniva aperto il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre. Non si sa bene dove si trovasse, perché le fonti sono contraddittorie e fanno confusione.
Plutarco chiama Mundus la fossa scavata da Romolo nel Comizio, all’incrocio fra Cardo e Decumano, dove, secondo l’uso etrusco alla fondazione della città vi aveva sepolto, come rito propiziatorio, le primizie di ogni cosa, mentre i suoi compagni vi gettarono un pugno di terra del loro paese d’origine.
Ovidio, nei Fasti, la colloca sul Palatino.
Il grammatico romano Festo, vissuto nel II secolo d. C., nel De verborum significatu, (un dizionario enciclopedico noiosissimo ma prezioso, perché raccoglie una serie di fonti sulla società e sugli usi religiosi romani), parla di un Mundus Cereris ossia di un tempio sotterraneo dedicato a Cerere, dea del frumento ma associata al mondo infero, in quanto custode dei fenomeni tellurici e sotterranei e, in qualità Grande Madre anche della fecondità. Era infatti l’equivalente romano di Demetra, madre di Persefone sposa del dio Ade, identificata dai romani con Proserpina.
Il Mundus doveva quindi trovarsi presso il tempio di Cerere, tanto più che un’iscrizione rinvenuta a Capua attesta l’esistenza di un Sacerdos Cerialis Mundialis.
Festo continua descrivendo il Mundus come speculare alla volta celeste che con essa faceva un tutt’uno, formando un’ideale sfera (interessante il parallelo che si può stabilire tra l’etimologia di Mundus e il termine sanscrito Mandala, che indica appunto la sfera, lo spazio sacro). Specifica poi che era un luogo consacrato agli Dei Mani, ossia alle anime dei defunti, destinato a restare sempre chiuso tranne che nei tre giorni indicati.
I giorni di Mundus Patet (il Mundus è aperto) erano dies religiosi, (portavano sfiga), perciò si sconsigliava di intraprendere qualsiasi attività sia laica che religiosa. Era considerato infausto combattere o convocare i comizi ma pure sposarsi o congiungersi alla moglie per fare figli. Tuttavia i tre giorni di Mundus Patet erano segnati sui calendari come comitiales, poiché il Senato si limitava a segnalare alcuni giorni come di cattivo auspicio, senza interferire con la dottrina ufficiale dei pontefici, non ponendo in sostanza alcun obbligo.
Secondo alcune interpretazioni, escluse però da dallo storico della religione romana Dumezil, la parola Mundus ha la stessa radice indoeuropea di utero o bocca e rimanda ai termini di “mondare” o “purificare”.
La cerimonia della sua apertura poteva forse avere un carattere iniziatico, quasi fosse un rito di creazione di una nuova vita collettiva, una specie di preparazione agli eventi del mese successivo .
Ma cosa accadeva di preciso all’apertura del Mundus?
Sempre da Festo, sappiamo che: occultae et abditae religioni deorum Manium essent, ueluti in lucem quamdam adducerentur et patefierent ossia che erano portati alla luce i segreti della religione degli dei Mani, su cosa vertessero in concreto questi segreti, l’autore non dice nulla.

Anche Macrobio nel V secolo, riportando nei Saturnalia una frase di Varrone, accenna ad un segreto deorum tristium et inferum, per poi lasciarci con un palmo di naso.
Spiega però che, essendo il tempio consacrato a Proserpina e a Dis Pater, il dio romano delle ricchezze, che può essere assimilato a Plutone (Da notare la stessa radice semantica tra Mundus e Mantus, la versione etrusca di Dis Pater) il rischio per gli uomini era essenzialmente quello di essere risucchiati nel mondo infero, quindi non era il caso di andare in battaglia quando le porte del regno di Plutone erano aperte.
Senza dubbio, il timore e la riverenza che i tre giorni di apertura del Mundus ispiravano ai romani, non era collegato ad una generica ricomparsa dei morti, quanto piuttosto alla conoscenza di alcuni segreti che, se non approcciati in maniera corretta, magari dai non iniziati, potevano rappresentare un serio pericolo.

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 31 Ottobre 2017 e modificato l'ultima volta il 2 Novembre 2017

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