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Mostra su Pompei al Mann di Claudio Sabatino: Fotografare il tempo

Beni Culturali | 15 Gennaio 2018

Claudio Sabatino espone  al Museo Archeologico Nazionale di Napoli circa 80 opere che riassumono il lungo lavoro fotografico svolto tra gli scavi di Pompei e i dintorni della città antica e che rappresentano un vero e proprio documento storico-iconografico delle trasformazioni avvenute nel tempo  nel complesso rapporto esistente tra architettura antica e moderna. Un rapporto che sottolinea la contraddizione, da un lato, e la coesistenza, dall’altro, tra la quiete perenne delle testimonianze antiche rappresentate dalla città distrutta dal Vesuvio, riaffiorata immutata ed immutabile dalla lava, e il continuo rumore dell’evolversi della città nuova, il cui assetto urbano subisce i profondi cambiamenti imposti dalla modernizzazione.  Tante immagini che contribuiscono a mantenere vivo il dibattito sulla conservazione e la salvaguardia dei monumenti e dei luoghi antichi nel territorio, non solo campano, sempre più assediati, circoscritti e pervasi dalle architetture moderne. E proprio il tema della salvaguardia e della tutela è il tema trattato dal Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli che ospita la mostra.
Dice infatti Paolo Giulierini, Direttore del MANN:  “Il Museo è una creazione artificiosa dell’uomo che conserva in maniera quasi innaturale le opere contro il decadimento del tempo.
Può mutare negli allestimenti, ma generalmente assolve al compito di salvare i capolavori per destinarli alla fruizione delle generazioni presenti e future.”

Continua: “Tutela consapevole è prima di tutto ferma opposizione alle speculazioni edilizie ma anche, ad esempio, freno alle centinaia di scavi archeologici che non prevedano un piano di corretta conservazione di ciò che si decide di lasciare en plein air.”

E ancora: “L’allestimento e il catalogo, consentono di esaminare come in molti luoghi simbolo (Terme di Caracalla, Pompei, Napoli, Area Flegrea) ci siano un “prima” e un “dopo” spesso antitetici, che rivelano da un lato i cedimenti di un’azione di tutela troppo minacciata da politiche di espansione edilizia, dall’altro il fatto che in Italia sia prevalsa un’attenzione maggiore per i luoghi espositivi piuttosto che per il territorio.”

E infine: “E quando parliamo di tutela non intendiamo solo quella relativa ai monumenti, ma anche quella delle nostre coscienze, che non possono e non devono tollerare la distruzione scellerata delle opere di chi ci ha preceduto.”

La curatrice della mostra, Giovanna Calvenzi, mette in risalto la meticolosità e la perizia del lavoro dell’artista, la sua scientificità e oggettività nel fotografare  rispettando i luoghi e il silenzio in cui si immergeva, cercando di violare il meno possibile l’intimità degli spazi alla ricerca dei tempi giusti e delle luci adatte ad immortalare quei momenti.

Dice infatti Giovanna Calvenzi: “Lui stesso ricorda di aver voluto procedere come un archeologo, prelevando campioni di realtà, scomponendola per ricostruire poi un quadro complessivo che desse conto dell’organizzazione strutturale degli spazi.”
Continua: “Sabatino usa un linguaggio diretto, frontale, che documenta, rispetta e che intenzionalmente non interpreta. Il suo modo di narrare risente della lezione americana del “linguaggio documentario”, suggerita già negli anni Trenta da Walker Evans che teorizzava il rispetto “oggettivo” del paesaggio.”
E ancora: “La lettura sistematicamente documentaria dei luoghi scelti,infatti,non si trasforma direttamente in denuncia bensì sottolinea il bisogno di Sabatino di constatare, di ricomporre anche attraverso una visione “democratica”, le contraddizioni della contemporaneità.”
Ma è inevitabile, d’altro canto, il coinvolgimento della passione e dell’amore anche in fotografo così attento ai canoni dell’oggettività e, infatti, la Calvenzi conclude dicendo: “Ma nello stesso tempo la perfetta conoscenza dei luoghi, delle luci, dell’uso del colore trasformano l’intenzione “documentaria e non interpretativa” in una narrazione personale, intensa e partecipe.”
È doveroso, inoltre, spendere qualche parola per il gruppo di immagini, costituito da sette fotografie delle Terme di Caracalla che l’artista, per incarico del Direttore del MANN, Paolo Giulierini, ha realizzato inoltrandosi, com’è nel suo stile, nell’antico sito, cogliendone luci, suoni, silenzi e quello spirito architettonico che, davanti all’occhio della macchina, assume sembianze e forme nuove, divenendo documento e testimonianza di un tempo passato, trascorso e ancora vivo ma che, avvolto da luci naturali e da lui appositamente studiate, diviene non un’opera, ma l’opera nuova.

Se il connubio tra arte antica (laddove per arte antica si fa soprattutto riferimento all’Archeologia) e arte moderna (in questo caso la fotografia che diviene arte in quanto reinterpretazione, creazione ex novo attraverso l’occhio della macchina e nell’incontro con l’idea dell’artista- fotografo, divenendo arte a sua volta) in Claudio Sabatino, che trova già una eccellente testimonianza di una sorta di lavoro di reimpaginazione della realtà con “Fotografare il tempo. Pompei e dintorni”, le immagini esposte nelle Sale della Collezione Farnese, pur facendo parte della stessa esposizione, sembrano essere un capitolo secondo che scorre e continua, con la stessa enfasi e con la stessa passione, nella descrizione di quel mondo antico, le Terme di Caracalla, che l’artista con la sua macchina ha rigenerato e, quindi, generato ancora come opera nuova.
Gli effetti della riedizione visiva, tanto in Pompei quanto nelle Terme, diventano nelle fotografie di Sabatino un’operazione sinolica con i risultati sorprendenti che sono sotto gli occhi di tutti e che hanno permesso di riunire cosi concettualmente due mondi materialmente distanti, come ha modo di sottolineare il Direttore del Museo Archeologico di Napoli che ospita la mostra:
“E’ un grande onore per il MANN essere parte attiva di un progetto espositivo che riunisce, almeno concettualmente, sotto il segno della fotografia, una delle nuove arti nate nella seconda meta’ dell’Ottocento, le opere del Toro e dell’Ercole Farnese con le Terme di Caracalla.”
E ancora:
“Due grandi attrattori culturali si legano con una doppia esposizione di grandi scatti di Sabatino che permettono non solo di suggerire quale poteva essere la vertigine per chi si trovasse a visitare gli impianti con i gruppi scultorei nell’antichità, ma anche di riflettere sulle “separazioni” che sono state causate da una frammentazione politica che ha visto l’Italia raggiungere troppo tardi lo stadio di Stato Unitario.”
E infine:
“…ci fa comprendere come un’opera possa essere vista, filtrata, contemplata anche attraverso la mediazione di altre arti. Alla fine  il risultato e’ che si e’ generato un nuovo capolavoro.”
Ma questi mondi distanti o tenuti distanti dalla frammentazione politica e storica del nostro paese, così magistralmente riuniti dalla fotografia di Sabatino, vivono di una vita propria, come opere nuove, come un progetto artistico moderno, solo grazie alla coesistenza nel fotografo sia del professionista che  dell’uomo  che crea con il suo estro, con il suo modo d’essere che così la Calvenzi descrive:
“Trova una distanza equa dalle rovine, le indaga con una misura visiva che dà conto dell’insieme senza lasciarsi distrarre da evidenti, fotogeniche, distruzioni. Sceglie il silenzio, i vuoti, quasi il contrappunto agli imponenti volumi diventati senza tempo.”

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 15 Gennaio 2018 e modificato l'ultima volta il 15 Gennaio 2018

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