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Percorsi dell’immaginario. Il Sud in mostra a Torino

Arte e artigianato, Cultura, DueSicilieOggi, Libri, Made in Sud | 8 Novembre 2017

In occasione della settimana dell’arte torinese, quest’anno coincidente con le Festività dei Morti, io, scrittrice (oltre che redattrice di questo giornale) siciliana insieme al fotografo Enzo Truppo e allo scultore, pittore Alessandro Flaminio (Le voci di dentro), artisti napoletani molto conosciuti e apprezzati, abbiamo partecipato, con le nostre rispettive opere, alla kermesse d’arte contemporanea più importante nel periodo, Paratissima, e ai circuiti ad essa collegati. Ospiti di Math 12 _ Spazio trasversale (di Laura Lussiana, Attilio Di Maio e Susanna Ghella), che ha sposato il progetto “Contere Muros”, di cui siamo fondatori io e Enzo Truppo (progetto che ha visto la luce proprio a Napoli il 24 giugno 2017 e di cui Identità Insorgenti si è ampiamente occupato), abbiamo accolto volentieri l’invito con il fine di creare un collegamento artistico tra il Nord e il Sud e rompere così uno tra i più famosi muri preconcetti. Un’occasione importante anche per far conoscere il Sud che crea e vive d’arte.

Il 3 novembre si è tenuta la prima presentazione nella sala espositiva polifunzionale di Math12, nel pieno centro storico di Torino. Varie le espressioni d’arte presenti:  dipinti, sculture, fotografie, opere in ferro battuto create dagli artisti presentati da Math12 (Carlo D’Oria, Andrea Berlingheri, Massimo Bertoli, Canon Club Italia) nonché dagli artisti presentati da Tablinum Cultural Management (Mieke Van de Hoogen, Domenique Joyeux, Jean Paul Lagarrigue, Cecilia Martin Birsa) e seguiti da Alessandro Cerioli e Elisa Larese. Tutte le opere, di alto livello qualitativo, sono in linea con il tema della manifestazione cittadina ispirata ai percorsi dell’immaginario. Ognuno degli artisti segue l’iter del suo essere, lasciando libera l’immaginazione che “corre veloce e delinea insolite prospettive”(manifesto Math12).

Le fotografie di Enzo Truppo sono stampate su tela, tecnica che rende i soggetti umani (terreni) quasi evanescenti, surreali, vicini e lontani, nel tempo e nello spazio. “La Matrità” – non maternità, termine convenzionale- è l’essenza della donna che aspetta un figlio, il termine è così potente e denso di significato, come lo è la foto. Quel rivolo bianco sul capezzolo è l’attesa di una vita, è la vita stessa. Il nero che avvolge il volto della donna, con la testa reclinata indietro e quella veste bianca che copre il ventre sono come un velo sottile che ne preserva il pudore dall’occhio crudele del pregiudizio.

E poi ci sono i nudi maschili scolpiti dalle ombre e dalle luci, in un gioco eterno e controvertibile; pose immobili ma in movimento, il movimento dell’essere che si dibatte, spesso prigioniero dei propri pensieri. Enzo Truppo non pittore, ma fotografo dell’anima.

Incastonate nelle nicchie della parete di fronte vi sono le sculture di Alessandro Flaminio. L’eclettico artista titolare, insieme a Castrese Visone, de “Le voci di dentro”, notissimo brand partenopeo reso famoso dalla creazione della statuina di “San Gennaro” simbolo della nuova iconografia, ha scelto tra i suoi pezzi un San Gennaro versione black. La forza di quest’opera sta nello stile minimal, essenziale, ma capace di trasmettere insieme un senso di potenza e di protezione, di leggerezza e di calore, nella migliore tradizione di quella ricorrente dualità di cui è fatta Napoli e le sue creature. E accanto al “San Gennaro“-  nell’alternanza, non lotta senza vincitori ma più pacifica convivenza, tra il sacro e il profano che caratterizza lo stile di Flaminio, la statua di Parthenope, la sirena che vive sullo scoglio di Megaride, la dea dell’amore, come la definisce Matilde Serao:  “è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città”. Una Venere di Milo con le fattezze di donna tipicamente meridionale che sembra plasmata direttamente dal mare. Il classico e il moderno ancora una volta che si fondono, un reperto della civiltà che viviamo, dell’amore a metà di cui siamo ora succubi ora padroni. Voluttuosa come i suoi occhi chiusi mentre il mare le increspa la chioma. Anche in quest’opera c’è una bellezza che trascende le forme, una bellezza non esteriore, non convenzionale in linea con quel progetto di cui io ed Enzo Truppo siamo fondatori.
Tra le opere esposte, infine, su di un tavolino spicca la delicata illustrazione della copertina di “Le rose di Gerico”, il mio libro che narra di sogni e di bambini, che i sogni si adattano bene in questo posto dove ognuno esprime con la sua arte ciò che ha dentro. Un libro che fa riflettere sull’immenso potere dell’immaginazione, quale strumento di elevazione e comprensione della realtà. Da qui è partito il Progetto Contere Muros, nato da un modo d’essere in continuo movimento, che da Catania a Napoli, è giunto fino a Torino. E qui lo esponiamo cercando artisti interessati ad aderirvi.

Dagli spazi di Math12 passiamo a quelli di Paratissima. La manifestazione quest’anno si è svolta presso l’ex Caserma dedicata al Generale “La Marmora”, rendendo tangibile, e per questo quasi divertente, il contrasto tra l’ambiente austero, rigido e le esposizioni delle opere, le installazioni strane, colorate, anticonvezionali. Giorno 4 novembre parliamo di superstizione, tema della manifestazione, tra le foto di Enzo  – tra cui ” ‘A lota“, termine dispregiativo, nel caso di specie utilizzato per indicare il disappunto per la diversa fede calcistica di alcuni residenti a Napoli –  e la leggenda dei bambini albini d’Africa (“Abracadabra” da “Le rose di Gerico“) costretti da un’antica e barbara superstizione a scappare, ancora oggi.

E infine, giorno 5 novembre, concludiamo la nostra esperienza al Nord nella location più suggestiva: quella dell’Abbazia di Vezzolano, tra Torino ed Asti, il più importante monumento romanico del Piemonte. Il nostro percorso insieme continua e l’universo dell’immaginario si spinge sino al grottesco e al fantastico.

Piove e giustamente sono tutti contenti, dopo due settimane di incendi nei boschi della Val di Susa… La nebbia – sappiamo che c’è perché non si vede… – avvolge l’Abbazia e crea già suggestione.

Ci accoglie la dott.ssa Valentina Barberis, responsabile del Polo Museale del Piemonte e direttrice delle due Abbazie (Vezzolano e Fruttuaria) dove si svolgono le mostre “dell’immaginario”, e ci illustra le origini leggendarie e i segreti dell’Abbazia di Vezzolano che risale al XII- XIII secolo ed è connotata da elementi romanici e gotici. Carlo Magno è il leggendario fondatore che, spaventato dalla visione di tre scheletri usciti dalle tombe, si rivolge alla Vergine Maria che lo salva e lo guarisce dall’epilessia e come segno di riconoscimento il re costruisce la chiesa; Federico Barbarossa storicamente, invece, la prese sotto la sua protezione. All’interno della struttura la direttrice, oltre allo splendido e rarissimo jubè (tramezzo decorato con figure in rilievo) il più antico in Italia,  ci indica le bifore da cui in alcuni giorni (presumibilmente il solstizio d’estate e  quello d’inverno) i raggi del sole di giorno e quelli della luna di notte, colpiscono determinati punti simbolici. Ma ciò che colpisce è la costante contrapposizione, in ogni raffigurazione artistica e architettonica presente nella chiesa, tra i vivi e i morti, tra il sacro e il profano.

L’atmosfera si fa misteriosa, tra colonne romaniche ed effigi che rappresentano simboli e figure precristiane (c’è un Sansone che strangola una fiera, un centauro, esseri mostruosi non ben identificati, evangelisti con sembianze di animali). Alla fine del percorso c’è la foresteria, la nostra bellissima sala espositiva. Ci sono le opere di artisti di Mat12, tra tutte, quelle di Susanna Ghella, una originale rivisitazione dei Tarocchi, nei colori predominanti del rosso e i sette arcangeli in marmo grigio e nero, che ben si ambientano nell’Abbazia che li raffigura ovunque, scolpiti da Attilio di Maio.

E in questo allestimento ancora una volta i due artisti partenopei sono l’uno di fronte all’altro.

Da un lato c’è Napoli: le foto in bianco e nero del progetto “Neaples” di Enzo Truppo si susseguono raccontando la storia di una città in ombra e in luce, dove la vita ironizza sulla morte, dove De Andrè è citato in ogni luogo (“dai diamanti non nasce niente…”), al pari di Eduardo e Totò. Dove “Faccia gialla” non può mancare, sempre in mezzo ai suoi concittadini, e i teschi si fanno beffe di noi. Un canto malinconico e giocoso, quasi irriverente, insieme. Questo è lo sguardo partenopeo sulla vita di tutti i giorni.

Dall’altro lato c’è…Napoli! La Napoli “stressata” di Alessandro Flaminio (il titolo dell’opera è proprio “Stress”), una riproduzione della città – acrilico su tavola, 6×2 – , che sembra sfuggire in continuazione all’occhio umano, talmente repentini sono i cambi di colore (come i cambi d’umore), il blu, il rosso, che si alternano, si sovrappongono, su uno sfondo dorato, che sembra cielo, ma che cielo non è, è ancora Napoli. Napoli sopra e sotto, Napoli ovunque. Napoli dentro. E quel vulcano che sembra in eruzione, così simile alla mia Etna. L’occhio vigile della Montagna imprevedibile sulla città in perenne movimento.

E io in mezzo tra le Napoli di questi artisti, con le mie due metà di sangue entrambe meridionali, sento il calore di questo Sud che riscalda la foresteria gelida. Il nostro progetto “Contere Muros” suscita interesse e la direttrice dell’Abbazia ci dà appuntamento nella bella stagione, una collaborazione che può avere un futuro.

Nel frattempo ha smesso di piovere, un raggio di sole risalta la bicromia alternata di pietra arenaria e mattone delle mura esterne dell’Abbazia.

E alla fine, fuori da queste mura, è arrivato l’inverno. Così ci copriamo, colbacco, sciarpa e cappotto pesante e torniamo al Sud. Che “a noi, catanesi e napoletani, scusate, ma ci manca il mare…”.

Le opere di Enzo Truppo e di Alessandro Flaminio resteranno in esposizione all’Abbazia di Vezzolano sino al 19 novembre, tutti i giorni dalle 10 alle 17, tranne il lunedì e presso lo spazio espositivo Math12 (via Silvio Pellico, 12, Torino) tutti i giorni fino al 12/11 con orario dalle 15 alle 20. Sabato e domenica fino alle 19.

Barbara Mileto

Un articolo di Barbara Mileto pubblicato il 8 Novembre 2017 e modificato l'ultima volta il 8 Novembre 2017

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