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Sisto Riario Sforza, il prelato che donò tutto ai poveri di Napoli e inventò il microcredito

| 15 Luglio 2020

«Se Napoli vuole stare bene, deve prendersi monsignor Sisto Riario Sforza», furono le parole di papa Gregorio XVI, quando nel 1844 Ferdinando II doveva nominare il nuovo cardinale di Napoli. Sisto nacque nel 1810 e si spense ne 1877, dopo aver consacrato la vita a chi non aveva nulla. Eppure aveva davanti a sé una carriera invidiabile: a soli 26 anni era già Legato Apostolico a Parigi e la sua fortuna era sconfinata, basta dare uno sguardo al salone del suo palazzo, che fu il più vasto e sfarzoso d’Europa (oggi quella parte dell’edificio è diventata un albergo).

Sisto donò ai poveri e alle parrocchie della sua diocesi beni e denari, non disdegnando di soccorrere personalmente chiunque ne avesse reale bisogno. Fu il precursore dell’assistenza ai malati terminali, non mancando mai al suo dovere neanche durante l’epidemia di colera del 1854, meritando il Toson d’oro di San Gennaro conferitogli da re Ferdinando II.

Nel 1860 fu mandato due volte in esilio, perché rifiutò di sottostare alle imposizioni di Garibaldi che pretendeva, tra l’altro, che il clero prendesse parte attiva alla crociata per la causa italiana. il secondo esilio durò per ben cinque anni, prima che Vittorio Emanuele II gli concedesse il rientro nella sua Napoli nel 1866.

Per soccorrere la massa di bisognosi e di malati, vendette i suoi beni facendosi povero per i poveri, fino a mancare di indumenti personali. Dopo aver venduto oro, argenteria, mobilia, preziosi, e i suoi latifondi sparsi in tutto il Meridione, chiese un prestito di dodicimila ducati al banchiere Adolfo Rotschild, per combattere l’usura prestando piccole somme senza interessi a persone non bancabili, ma con buone idee imprenditoriali. Aveva inventato ciò che oggi si chiama il “microcredito” (da precisare che Rotschild rifiutò il rimborso della somma).

Oggi un’associazione che porta il suo nome, continua la sua opera nella chiesa di San Tommaso a Capuana, che versava in uno stato di estremo degrado, e che oggi ospita un poliambulatorio di medici volontari al servizio dei più bisognosi. La chiesa, di notevole interesse, è dotata di belle opere d’arte, come le tele di Giuseppe Bonito, Ludovico De Maio e di un ignoto del XVI secolo, e vari manufatti di oreficeria.

Maria Franchini

Un articolo di Antonio Corradini pubblicato il 15 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 15 Luglio 2020

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