lunedì 27 maggio 2019
Logo Identità Insorgenti

Tartaglia Aneuro a Catania, il gruppo napoletano per la prima volta suona “sotto un altro vulcano”

Musica | 14 Febbraio 2019

Ieri sera, al Teatro Coppola di Catania, si è esibito il gruppo musicale Tartaglia Aneuro. Per la prima volta a Catania, io corrispondente per la Sicilia, di Identità Insorgenti sono andata a dare loro il benvenuto e a scoprire le loro impressioni su questa città, la gemella di Napoli.

Chi sono i Tartaglia Aneuro

Il Teatro Coppola lo conosco bene, avrebbe dovuto essere il Teatro Comunale nello storico quartiere catanese della Civita. Costruito nel 1908, abbandonato per anni, occupato e riqualificato come luogo artistico-culturale, è ora autogestito da volontari. Entro direttamente in camerino e mi presento “Ciao ragazzi, scrivo e fotografo per Identità Insorgenti, il giornale online della vostra città, lo conoscete?”, “Comm’no?!”. Stanno consumando la cena velocemente, prima del concerto. Sono in tre. “Nelle lunghe distanze ci spostiamo in numero ridotto rispetto ai cinque componenti effettivi del gruppo, per ammortizzare i costi”, mi dice Paolo Cotrone, il chitarrista, mentre finisce di mangiare. Un’occhiata nei loro piatti: melanzane arrostite e carne di cavallo. Un classico. Tutti i napoletani che arrivano qui a Catania, soprattutto in zona Marina e via Plebiscito, sono attratti da questo elemento tipico della tradizione enogastronimica catanese.

Il progetto è nato nel 2012, sono in cinque: Andrea Tartaglia, voce e chitarra ritmica, il cantante leader del gruppo, Paolo “Cane” Cotrone alla chitarra e voce, Salvio “Skazzi” La Rocca, alle percussioni e, i due assenti qui, Matt “Seed” Cusano, al basso e Federico Palomba, alla batteria. “Prima suonavamo rock estremo, poi abbiamo cambiato rotta. Adesso il nostro è un sound nel quale confluiscono  sonorità tipiche di vari stili musicali, tra cui ovviamente non mancano quelle legate alla nostra terra”, parlo con Paolo e Salvio, che nel frattempo si sono spostati sul palco a sistemare gli strumenti.

Una commistione di generi su cui però spicca la voce che rompe ogni schema, quella di Andrea Tartaglia, un grido che dal profondo dell’anima scuote le coscienze. Perché la musica dei Tartaglia Aneuro è denuncia sociale ma anche viaggio spirituale alla ricerca di sé stessi e alla rivendicazione del diritto di essere e di godere la vita appieno, senza schemi e senza paure. Lo scoprirò, personalmente, durante il concerto.

Napoli e Catania

Tartaglia Aneuro è un progetto giovane ma già conosciuto e molto apprezzato a Napoli e in Campania, dove ha già parecchio seguito. Tanto che adesso i ragazzi mi dicono che sono costretti a suonare pressoché esclusivamente nei locali grandi perché nei piccoli vanno in sold out subito. Suonano volentieri però anche fuori Napoli e a loro piace avere un contatto diretto con il pubblico. “Li conosciamo tutti i nostri fans, si crea un clima familiare ad ogni concerto”. Infatti, mentre chiacchiero con il chitarrista e il percussionista, Andrea Tartaglia fa conoscenza con due ragazze del pubblico. I componenti del gruppo cominciano a scherzare tra di loro e si nota subito quella complicità di sguardi che poi sul palcoscenico si trasformerà in una eccezionale sintonia musicale.

Prima volta a Catania? Che cosa vi è piaciuto? “Quando siamo arrivati e abbiamo visto l’Etna innevato e che sbuffava siamo rimasti senza fiato. Bellissimo. Qua, praticamente potete andare a sciare e subito dopo al mare”. “Abbiamo visto poco di Catania ma ci è piaciuta moltissimo. Siamo arrivati con le candelore in piazza Duomo, per l’ottava di s. Agata, uno spettacolo…”

Parliamo dei nostri rispettivi santi, delle similitudini delle nostre terre, nate sotto i vulcani e di quella mano divina a cui ci rivolgiamo ancora, almeno a Catania, per fermare le colate. “Poi le Chiese del centro e, in mezz’e viuzze, siamo arrivati al Castello Ursino”. E lì si sprecano ricordi nostalgici di federiciana memoria… Rimangono a bocca aperta quando gli racconto della lava che circondò il castello e spostò la costa di un paio di chilometri. E poi? “Gli arancini!” Bravi fratelli napoletani, ARANCINI! Domani li chiamerete arancine – la prossima tappa del tour siciliano è Palermo -, ma oggi mi godo la declinazione catanese. “E’ come la pizza napoletana da noi, praticamente. Noi non li facciamo così bene”, mi dice Paolo.

Insieme ci ritroviamo su di una sensazione comune che proviamo napoletani e catanesi quando arriviamo nella propria città gemella per la prima volta. “Arriviamo, giriamo e ci sentiamo turisti a casa nostra. Simm’ a casa”.

Il concerto e quei brani vulcanici

Il concerto comincia. Approfitto dei primi posti liberi in platea per scattare alcune foto e mi colpisce immediatamente il brano “Oltre”, che apre il nuovo cd dei Tartaglia Aneuro. Mi avevano detto da Napoli che “erano potenti”, ma sono molto di più. Il sound è morbido ed entra dentro piano, attraverso quei suoni così ben plasmati, provenienti da etnie diverse, rap, rock, e attraverso il testo, intenso e introspettivo. Un viaggio alla scoperta di un oltre che in realtà è già dentro di noi. Parole che poi esplodono e spaccano nel ritornello, cantato con la melodia più dolce: quella del dialetto napoletano. Sì, spaccano questi ragazzi, qui a Catania, diciamo così.

I brani si susseguono, denuncia sociale, lotta contro i disastri ambientali, contro gli stereotipi di ogni genere, quel sud che esplode nei sorrisi e nelle battute che non mancano sul palcoscenico. C’è feeling e si vede.  I ragazzi coinvolgono il pubblico che risponde entusiasta. C’è chi si alza e balla alla fine.

Andrea e i suoi compagni non si sprecano, danno il massimo, si divertono mentre suonano e appassionano. L’intero album lo fanno fuori, si spogliano sul palco, a maniche corte, accaldati, quando è la volta di “Crateri”. “Un vulcano ci accomuna. Siamo figli di vulcani e…crateri!”, grida Andrea.

E tra un ricordo de “i Zezi” di Pomegliano d’Arco (“l’Etna è più bello del Vesuvio, ma noi tenjimm’na canzone cchiù bella e ve la cantiamo!”) il concerto scivola, in fretta, troppo in fretta. “Fratme”, “Zucasang”, “O’lione”. Le suonano tutte. E c’è chi alla fine, non pago, chiede un bis: “Nebbia”.

Oggi, di nuovo in viaggio, dentro la Sicilia verso Palermo. Suonano alla Fabbrica 102, nel giorno di un San Valentino che – per come li ho conosciuti – di certo non è nelle loro corde e che sicuramente sapranno “trattare” sul palcoscenico, come sanno fare…e noi gli auguriamo lo stesso successo riscosso qui a Catania.

Testo e gallery di Barbara Mileto

 

 

 

 

Un articolo di Barbara Mileto pubblicato il 14 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 14 Febbraio 2019

Articoli correlati

Musica | 23 Maggio 2019

L’INTERVISTA

‘E Zezi: custodi di 40 anni di memoria collettiva tra identità e lotta

Musica | 22 Maggio 2019

L’INTERVISTA

Oriana Lippa, la cantantessa partenopea: dalla cover di Calcutta, al ritorno in scena in napoletano

Musica | 10 Maggio 2019

IL RITORNO

Cinque clip nuove di Liberato & Lettieri: come in un film d’amore struggente tra i Faraglioni

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi