giovedì 19 settembre 2019
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Ultimi giorni della mostra di Ernesto Tatafiore a Casamadre

Arte | 11 Settembre 2019
Sta per concludersi – il 19 settembre – la personale titolata Tatafiore. Mezzo secolo dopo la mostra che inaugurava a Palazzo Partanna, a Casamadre, la Modern Art Agency di Lucio Amelio, alle opere vecchie e nuove di Ernesto Tatafiore chiediamo di dirci se sia ancora attuale l’arte che in un tempo così lontano, ormai storico, si definiva già contemporanea. L’artista risponde oggi come ieri che il suo tratto saliente, il suo tocco di uomo consapevole del proprio tempo, è la leggerezza. In una lunga carriera cominciata con Lucio Amelio, continuata nel mondo, Tatafiore non ha fatto altro che levigare asperità, smussare gli spigoli fino quasi ad abolire lo spessore del segno. Tutto per lui è sempre rimasto in superficie. Perché tutto deve trasparire in superficie, dalla superficie. Così che ogni sua mostra, anche questa, è un continuum di apparizioni che dipanano trame sottili, concatenando allusioni, metafore e motti di spirito. Il sotto, il dentro, il fondo e il profondo nient’altro sono che trasparenze della superficie, fenditure della carta, grana del colore, tic, dimenticanze. Psicanalista e artista, Tatafiore non ha mai smesso di scrivere la sua partitura di carte volanti, affermando e negando la solennità artificiosa e la volontà postmoderne di inabissarsi nei singoli frammenti. La superficie è rete mobile di segnali, linguaggi, storie: è in una parola apertura, apertura alla vita e al mondo. E le maglie di questa rete restano larghe per chi, come l’artista, non distoglie lo sguardo. Nel suo lungo pellegrinaggio o, se si vuole, burrascoso viaggio di ritorno verso la pittura che è sempre cosa mentale (Leonardo), la piccola barca di carta di Ernesto Tatafiore ha ballato per anni e anni tra storie, miti e leggende. Senza mai cercare né trovare un approdo finale o una verità definitiva. Nel lavoro dell’artista napoletano infatti ogni significato non fa che scivolare da una parte all’altra dell’immagine proposta, come sospeso e rimbalzato tra un’introspezione attenta a varcare le parti più intime e misteriose dell’io e una lucida concettualizzazione del reale. Il viaggio che ha intrapreso nella memoria della propria coscienza sempre riporta in superficie anche un bagaglio di storia e di cultura, che si propone insieme come oggetto di appartenenza e di spaesamento. Tatafiore usa il disegno, le forme piatte e conchiuse per dare vita alle sue figure, che nascono da riferimenti al territorio antropologico napoletano o rappresentano una metafora della lotta per la realizzazione di idee e ideali come i personaggi della rivoluzione francese. Figure costruite con segni tenui, ma senza chiaroscuri, con un approccio quasi fumettistico, privo di enfasi, semplificato, scarno, all’apparenza giocoso. E’ il suo modo speciale per impedire letture dogmatiche suggerendo il senso di una realtà fragile e di un percorso della coscienza, fatto anche di disinganno e di ironia. Diceva Hegel che tutto ciò che è profondo è destinato a tornare in superficie e che dunque solo in superficie noi possiamo cogliere la profondità del mondo. Questo è lo spirito più autentico di ogni discorso sulla contemporaneità. Ogni cosa è urgente e vera quando s’impone alla presenza che è anche assenza, anzi conflitto inesauribile tra presenza e assenza. L’arte, il modo lieve e sfuggente di fare arte da oltre mezzo secolo di Ernesto Tatafiore, fa segno di un tempo sospeso e di un’incompiutezza che sembrano dire meglio di tante astratte congetture il senso impreciso e mai afferrato della contemporaneità. Ovvero di tutto ciò che accade scomparendo e che pure non smette di ripetersi e di seminare qua e là segni e tracce ricorrenti. Di tutto ciò che insomma noi chiamiamo più semplicemente vita.
Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 11 Settembre 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Settembre 2019

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