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Gattuso il quaquaraquà: la crisi del Napoli tra alibi e spiegazioni banali

Gattuso siede sulla panchina del Napoli dal dicembre 2019
Sport | 12 Gennaio 2021

In principio fu il veleno. Poco, carente nel dosaggio rispetto al necessario. Poi fu il turno degli errori sotto porta. Molti, troppi per poter pensare di vincere una partita. E dove non arrivava l’imprecisione in zona gol, toccava allora ai tanti tiri messi a referto. Ventinove, narra la leggenda, a fronte però di una sola rete realizzata e di una sconfitta casalinga maturata al cospetto di una neopromossa all’esordio assoluto nel massimo campionato. Sta cavolo di matematica, ci verrebbe da dire. Domenica pomeriggio, però, Gattuso si è superato.

Gattuso: “A Napoli difficile giocare per colpa dell’ambiente”

Nonostante la vittoria ottenuta sul campo dell’Udinese – immeritata e perlopiù casuale, aggiungiamo noi – Ringhio ha avuto nuovamente da ridire. “A Napoli è difficile giocare per colpa dell’ambiente. Troppi giornalisti, troppi siti web. I giovani, poi, stanno troppo dietro ai telefonini”. Dato che in Città piove ininterrottamente da quasi venti giorni, a questo punto avrebbe potuto prendersela anche con l’acqua, il vento e l’umidità.

Il  Napoli è l’ombra di se stesso

Da più di un mese, il suo Napoli è gradualmente diventato l’ombra di sé stesso, proponendo un diktat tattico tramutatosi di fatto da “camaleontico” a “io speriamo che me la cavo”. Nelle ultime sei gare di campionato, gli Azzurri hanno raccolto appena sette punti. La metà di quelli messi assieme dall’Atalanta e ben sei in meno rispetto a Juventus, Inter, Milan e Roma, dirette concorrenti della compagine partenopea. Si tratta del dodicesimo rendimento parziale della Serie A. Nello stesso lasso di tempo, han  fatto meglio addirittura Benevento, Genoa, Fiorentina e Sampdoria.

Problemi strutturali e ritardi di progetto

Lo andiamo ripetendo da mesi, beccandoci anche qualche insulto gratuito nei nostri commenti alle partite degli Azzurri. Il Napoli ha dei problemi strutturali, poiché costruito in maniera poco congeniale rispetto alle idee che si vorrebbe provare ad applicare. Inoltre, da almeno due anni, la società rinvia inspiegabilmente una rifondazione tecnica in grado di avviare un nuovo corso, sulla stessa falsariga di quanto accaduto con Benitez nell’estate del 2013.

La cocciutaggine diabolica di Gattuso

A ciò è andato aggiungendosi, nelle ultime settimane, la diabolica cocciutaggine del suo allenatore, che alle difficoltà tattiche incontrate dai suoi ragazzi ha affiancato uno scoramento mentale lancinante, concretamente visibile nelle sconfitte di Roma e di Milano, nonché in maniera ancor più tangibile nella debacle casalinga contro lo Spezia.

Chiedere conto a Gattuso di questa costante involuzione equivale a fronteggiare un campionario di alibi e spiegazioni che tiene sempre lontano il suo lavoro o ciò che prepara e propone ai suoi ragazzi. La cosa, però, ancor più buffa è che nessuno nei salottini televisivi glielo fa mai notare, riconoscendogli un credito mediatico che risente probabilmente dello scintillante palmares raccolto nella sua carriera da giocatore.

Serve una cura, ma ancor prima una diagnosi

Il primo step per risolvere questi problemi è riconoscere la loro esistenza. Gattuso, invece, ne rifugge. Un uomo auto-professatosi “di campo” che scappa da temi e argomenti annoverabili in tale sfera, per soppiantarli con statistiche che, da sole, sono confinabili a una dimensione limitante e ridondante.

Troppi calciatori appaiono spaesati in campo, come se non sapessero cosa fare davvero col pallone tra i piedi o in procinto di riceverlo. Fabian, Mario Rui, Di Lorenzo e lo stesso capitan Insigne, giusto per citare i casi più lampanti. Altri, invece, riteniamo siano poco valorizzati rispetto alle loro reali qualità e potenziali capacità. Su tutti Diego Demme, il “normalizzatore” grazie al quale lo stesso Gattuso aveva letteralmente ribaltato il Napoli conducendolo alla vittoria della Coppa Italia, e Hirving Lozano, la nota migliore della stagione partenopea a cui, però, non è ancora riconosciuto un ruolo chiave e determinante nei meccanismi collettivi.

Gattuso si è reso conto di tutto ciò? Ha il polso della situazione? Oltre a spingere sul piano delle motivazioni, tema che ha verosimilmente esaurito la sua efficacia anche agli occhi dei suoi stessi giocatori, ci sono delle variazioni e degli accorgimenti tattici a cui sta lavorando? In panchina il Napoli ha un allenatore in grado di incidere sulla propria squadra o un mental coach che si limita a elargire saggi consigli e a dispensare buoni sentimenti per il mainstream?

Nessuno chiede la sua testa, ma solo una seria presa di coscienza. Perché prima che una cura, il Napoli ha bisogno di una diagnosi. Chiara e soprattutto repentina. Il resto lo farà il tempo. Tanto maggio, prima o poi, arriverà lo stesso.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 12 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 22 Gennaio 2021

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