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Gelsomina Verde, torturata e uccisa dalla camorra il 21 novembre 2004. Aveva ventidue anni

Nun te scurdà | 21 Novembre 2020

Volevano cancellare con il fuoco l’infamia di quell’omicidio brutale. I polsi spezzati, i segni dei calci e dei pugni, le ossa delle dita e delle caviglie frantumate hanno però raccontato la sofferenza e le sevizie subite da Gelsomina Verde. Mina, come la chiamavano tutti, aveva solo ventidue anni e infiniti sogni ancora da realizzare coltivati tutti, col concime della fatica e della speranza, all’ombra delle vele di Scampia.

Gelsomina Verde lavorava in una fabbrica di pelletteria. Durante il tempo libero non mancava di darsi da fare attraverso l’opera del volontariato. Per un periodo ha anche offerto servizio nel carcere, a sostegno dei detenuti. Ed è proprio lì, dietro le sbarre, che guarderà negli occhi la persona che le fissa un appuntamento con la morte.

Si tratta della manifestazione più cruda della gente di camorra alla quale se offri una mano, ti restituisce la violenza, se concedi una parola buona in un momento di sconforto, ti ringrazia con il mortale metallo dei proiettili.

Gelsomina è una vittima innocente delle criminalità organizzata. Uccisa il 21 novembre 2004 a causa di una sua precedente relazione con Gennaro Notturno che, in quegli anni, aveva scelto di combattere i Di Lauro tra le file degli scissionisti.

La faida di Scampia: il genocidio della camorra

Morti su morti. Coprifuoco, colpi d’arma da fuoco e guerra in molto angoli della città. Nel 2004, Napoli è costretta ad assistere alla faida di Scampia.

A contendersi il potere criminale, il denaro sporco della droga e degli affari illegali, ci sono il clan Di Lauro, da un lato, e gli scissionisti dall’altro. Questi ultimi sono capeggiati da Lello Amato, braccio destro di “Ciruzzo ‘o milionario” Di Lauro, il quale, estromesso dagli affari del clan Di Lauro per la sua lunga latitanza in Spagna, sceglie di allearsi con i clan di Secondigliano-Scampia dando inizio alla guerra.

La faida, in pochissimo tempo, genera centinaia di morti, anche tra persone che nulla hanno a che fare con questa storia.

Gelsomina vive in questo contesto. Molte di queste persone le conosce, perché abita in quel quartiere e per la sua esperienza di volontariato in carcere. Qualche anno prima, aveva avuto una relazione con Gennaro Notturno, il ragazzo che lei sceglierà di lasciare quando capisce che Gennaro vuole fare “carriera” negli ambienti della camorra.

Gennaro Notturno, come suo fratello Vincenzo, è uno scissionista. Ed è proprio lui che i Di Lauro cercano quando contattano Mina. Sulla testa di Gennaro pesa una condanna capitale emanata dalla camorra. Deve morire e ogni mezzo sarà utile per ottenere lo scopo.

Gelsomina, tradita dall’uomo che ha aiutato in carcere

La telefonata per Mina arriva da Pietro Esposito. “‘O Kojak”, così veniva chiamato per la somiglianza con l’attore dell’omonimo telefilm. Durante il suo periodo di detenzione aveva conosciuto Gelsomina, volontaria in carcere. Tra l’altro Mina aveva anche fatto da babysitter per i figli di Esposito.

L’inganno per Gelsomina è architettato da Ugo De Lucia detto “‘o mostro”. Il soprannome se l’è guadagnato per la sua nota crudeltà. Si racconta che Ugo trascorresse il suo tempo tra la playstation e gli omicidi. Uno di quelli che, quando ammazza, grida tronfio: “Aggio fatto n’ato piezzo“.

Così, alle undici di sera di quel 21 novembre, i criminali vogliono sapere da Gelsomina dove fosse Gennaro e altre persone che lei frequentava. Mina non lo sa. Non consegna tra le braccia della morte la persona che ha amato. Ma forse, se lo avesse saputo, nemmeno avrebbe parlato.

Il silenzio di Gelsomina le restituisce tutta la violenza di cui quei criminali sono capaci. Deve subire ancora a lungo la sofferenza e il dolore delle percosse, delle fratture che quegli uomini le provocano per farla parlare, prima di finire con tre proiettili alla testa.
Un omicidio brutale che i killer tentano di nascondere incendiando il corpo di Gelsomina nella Fiat Seicento acquistata con i sacrifici dei genitori di Mina. Gente onesta, lavoratori precari.

‘O mostro è consapevole che l’omicidio di una donna avrebbe potuto scatenare una forte reazione popolare e tenta di coprire l’infamia delle sevizie con il fuoco.

Qualche giorno più tardi, il 26 novembre, Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Sceglie di pentirsi e di consegnare alle forze dell’ordine la sua versione dei fatti.
Ugo De Lucia, intanto, scappa in Slovacchia dove verrà arrestato il 23 febbraio del 2005 e condotto in Italia dove viene condannato all’ergastolo.

Molto più complicato, per la magistratura, risalire ai mandanti dell’omicidio di Gelsomina. Resta, però, che Cosimo Di Lauro sceglierà di risarcire la famiglia di Gelsomina con un compenso di 300mila euro. Un gesto che, evidentemente, segna un’ammissione di colpa da parte di Di Lauro che, tuttavia, non troverà riscontro nelle aule del tribunale. ‘O Barone, infatti, dopo essere stato condannato in primo grado, viene giudicato non colpevole dalla Cassazione.

Nel ricordo di Gelsomina, il cammino della legalità

La storia di Gelsomina ha rischiato di finire nell’oblio collettivo. La ragazza di ventidue anni, del cui sangue innocente sono macchiate le mani della camorra, stava per finire nell’anonimato delle centinaia di morti per camorra.

Come sempre, però, l’opera di associazioni e cittadini che cercano attivamente, ogni giorno, di lavorare per togliere terreno alla criminalità, è particolarmente preziosa nel conservare e tramandare la memoria delle vittime innocenti.

E proprio a Scampia, si stabilisce una realtà associativa e di impegno per la legalità che, nel solco tracciato dalla memoria di Mina, sceglie di offrire ai giovani di Scampia un’opportunità di riscatto.

In via Ghisleri, vicinissimo ad una delle piazze di spaccio, forse, tra le più famose d’Italia, la cosiddetta “casa dei puffi”, c’è un istituto scolastico abbandonato. Una struttura pubblica particolarmente comoda per la camorra che l’aveva convertita, dapprima, in un deposito di armi e poi in un ricovero dove i tossicodipendenti potessero consumare la loro dose.

Nel 2012, il collettivo “(R)ESISTENZA – associazione di lotta alla illegalità e alla cultura camorristica“ sceglie di acquisire quel bene per realizzare l’Officina delle Culture “Gelsomina Verde”.

Il principio cardine, espresso più volte da Ciro Corona, fondatore e Presidente di “(R)ESISTENZA, è che “gli irrecuperabili non esistono, ma hanno bisogno di qualcuno che gli dia una possibilità e un’alternativa“. E l’alternativa ancora oggi, per molti ragazzi del quartiere, trova casa in quello spazio di bellezza recuperato dalle macerie che continua a spingere in avanti la storia, la vita e la memoria di Gelsomina Verde.

Rocco Pezzullo

Un articolo di Rocco Pezzullo pubblicato il 21 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Novembre 2020

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