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LA STORIA

Mio fratello rider: vi racconto la vita di un addetto al delivery food

Lavoro | 6 Gennaio 2021

Qualche giorno fa, Gianni, un rider cinquantenne con un passato da macellaio, è stato aggredito brutalmente da un gruppo di sei ragazzini per privarlo del suo scooter, che per un rider non è un semplice mezzo di locomozione, ma la materia prima con cui svolgere il proprio mestiere.

Alla vista di quella scena mi è ribollito il sangue nelle vene: ho provato paura, rabbia, dispiacere. Sì, perché dispiace che oggi, in piena crisi globale, chi lavora onestamente per pochi euro venga trattato così: derubato non solo di uno scooter ma di quella dignità che dovrebbe, invece, essere motivo d’ispirazione. Fa riflettere  che  che lo stesso rider a seguito della feroce rapina non abbia che parole di dispiacere e compassione per quei giovani figli di una società malsana, dimenticati e lasciati a sé stessi. Ma se si pensa che il problema sia solo partenopeo è un errore: il mestiere di rider è quello di tanti nuovi schiavi, che vengono colpiti a Napoli come a Milano, dove addirittura vengono scippati dalle spese, come vi raccontammo in piena pandemia. 

La Gig Economy

Negli ultimi tempi il mestiere del rider, che rientra nella categoria della Gig Economy (dei piccoli lavoretti), è diventato, per i più o meno giovani, l’unica fonte certa di guadagno nell’attesa di lavori più dignitosi. Per quanto adesso ci sia maggiore tutela economica e contrattuale – soprattutto a seguito della regolamentazione CCNL firmata da AssoDelivery e UGL il 15 settembre 2020 –, quello del rider resta, a tutti gli effetti, lavoro sottopagato, pericoloso e soprattutto precario.

Questo lavoro ho imparato a conoscerlo nel mese di aprile, quando mio fratello, disoccupato da circa un paio di anni, ha deciso di intraprendere questa strada per aiutare la nostra famiglia, duramente colpita dalla crisi economica. Armato di smartphone, di scooter e di tanta pazienza, ha iniziato a lavorare nel nostro quartiere per una delle società di delivery più note al mondo, sostando per ore, in attesa degli ordini, dinnanzi ai principali locali che usufruiscono di questo servizio.

Un inizio difficile

I primi tempi non sono stati per niente facili; tornava a casa stanco, deluso e spesso arrabbiato. Pur attento a guardare lo smartphone per accettare in tempi brevi la notifica di un ordine, c’era chi, in quella guerra tra poveri, era più veloce di lui. Tuttavia – mi ha sempre assicurato – non esiste competizione, perché, quella dei riders, è una grande famiglia, dove ci si aiuta e ci si supporta. Certo, dispiace se a fine giornata, dopo ore di sosta, si torna a casa con  in tasca nemmeno 20 euro (che vengono accreditati dopo giorni) e qualche spicciolo di mancia. I guadagni, almeno all’inizio, sono stati lenti e irrisori, fino a quando non ha deciso di non limitarsi più semplicemente al delivery serale – certamente più richiesto – ma di iniziare il suo “turno” lavorativo già dal mattino. Sveglia alle 8.00, caffè al volo e zaino termico in spalla. Per mesi è stato fuori casa per intere giornate, da mattino a sera, concedendosi una pausa solo negli orari più morti – tra le 15.30 alle 17.30.

Ha imparato che, per guadagnare dignitosamente seppur poco, è necessario avere una “strategia”, capire in quali orari c’è più richiesta, sostare in sella al proprio scooter a metà tra un locale e l’altro e ampliare il proprio raggio d’azione. I corrispettivi di un rider non sono mai uguali; la retribuzione dipende da una serie di fattori: solitamente distanza percorsa e totale complessivo dell’ordine. Si guadagna “a percentuale” e per questo, molte volte, nonostante il rider ottenga già una sua retribuzione minima dalle varie società con cui stipula il contratto di lavoro, chi ordina tende a lasciare una mancia. Pur pagando un aggiunta per il servizio usufruito tramite app (costo della consegna), c’è gente che nutre rispetto per questa categoria; e mio fratello stesso, in questi mesi, si è interfacciato più volte con la solidarietà del popolo napoletano. Ci sono persone che gli hanno lasciato anche mance di 5 euro soprattutto quando le condizioni meteo erano terribili; in più, molti ristoratori, a fine turno, gli hanno voluto offrire gratuitamente un pasto caldo (perché se vuoi fare questo lavoro è ovvio che non puoi né pranzare né cenare).

Il grande cuore dei ristoratori e baristi napoletani si è visto anche quando quei dolci o quelle pizze donate non erano solo destinate a lui ma anche a tutta la nostra famiglia.

Certo, non sono mancati anche i risvolti negativi – non solo legati alla retribuzione – derivati forse della mancanza di empatia e immedesimazione di alcuni. Capita, che se un ordine non è soddisfatto, magari per una negligenza del locale, il proprio disappunto lo si sfoga su chi lo consegna; e che dire dei “scendo subito” che si trasformano in attese estenuanti, magari sotto la pioggia, che ti fanno perdere poi la possibilità di rispondere a nuove consegne? Il ricordo indimenticabile, e dai risvolti tragi-comici, resterà sempre quello di un ordine fatto da una donna per un’amica, con la mancata indicazione precisa dell’indirizzo di consegna e la conseguente supplica di portarlo a centinaia di metri di distanza (e anche quella volta pioveva). Mio fratello, come molti riders, pur non essendone obbligato e rimettendoci dunque tempo e benzina, ha comunque soddisfatto l’ulteriore richiesta. Credo che sia questo che piace ai consumatori abituali di cibo delivery: la cortesia e la disposizione di chi gira di notte in città sfidando le intemperie e, come abbiamo visto, i rischi di lavorare quando il sole è calato e per strada non c’è nessuno.

Ecco, la vicenda di Gianni mi è servita da trampolino per raccontare questa storia, perché forse, tutti noi, dobbiamo imparare a guardare con occhi diversi a chi, precario e sottopagato, con sacrificio si presta a questo tipo di servizio, a tutte le ore e tutti i giorni, festivi compresi.

Un articolo di Martina Di Domenico pubblicato il 6 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 6 Gennaio 2021

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