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LE NOSTRE RADICI

Giorgio Ascarelli, il fondatore ebreo del Calcio Napoli che il Fascismo provò in ogni modo a “cancellare”

Sport | 25 Ottobre 2017

La foto di Anna Frank con indosso la maglia della Roma ha contribuito in maniera importante a riaccendere il dibattito mediatico-calcistico, spesso inconcludente ma in realtà mai domo, sul tema del razzismo (e in particolare dell’antisemitismo) negli stadi italiani e nelle curve delle tifoserie di tante, tantissime squadre d’Italia.

Il nostro parere sull’argomento è noto e, in più occasioni, abbiamo avuto modo di rendervi partecipi: Identità Insorgenti rigetta qualsiasi forma di discriminazione e, con riferimento deciso e smisurato al mondo dello sport, condanna ogni manifestazione di intolleranza sociale, culturale e di genere.

Da osservatori nonché critici delle vicende sportive (e non) del nostro Napoli, non possiamo che sentirci direttamente coinvolti e interessati dalla vicenda. E non ci stiamo semplicemente riferendo ai ripetuti cori di discriminazione territoriale di cui i tifosi azzurri sono “affezionati” destinatari nella quasi totalità degli impianti sportivi italiani, quanto piuttosto ad un personaggio che ha inequivocabilmente scritto e segnato la storia del Napoli: il suo fondatore Giorgio Ascarelli.

Ascarelli era un imprenditore di successo che, nel 1929, fece costruire interamente a proprie spese lo Stadio “Vesuvio”, il primo e unico impianto sportivo di proprietà nella storia del club che, nel neonato campionato di Serie A a girone unico, si propose come unico baluardo economico del Sud da contrapporre alle potenze del Nord.

Ascarelli era però ebreo.

E in quanto tale, il suo successo imprenditoriale e sportivo non era visto di buon occhio dal regime fascista che, approfittando della sua prematura morte avvenuta nel 1930 appena diciassette giorni dopo l’inaugurazione del nuovo stadio, non lo risparmiò – neanche post mortem – a quel più ampio processo di cancellazione identitaria che ebbe simbolico e ufficiale sfogo nella promulgazione delle Leggi Razziali del 1938.

Fu su questa scia che, in vista dei Mondiali del ’34 ospitati proprio in Italia, il regime ordinò il cambio di denominazione dello Stadio da “Ascarelli” – cui dopo la morte a furor di popolo fu intitolato l’impianto – a “Stadio Partenopeo”.

Tutto ciò ovviamente non bastò ad eliminare il ricordo e il legame della città ad una figura così carismatica e così determinante nell’economia del rilancio anche sportivo del Napoli e di Napoli, fino a quel momento frammentata e divisa tra le tante realtà che popolavano lo scenario calcistico partenopeo.

Come ci racconta il giornalista Adam Smulevich nella sua opera “Presidenti. Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma”, nell’immaginario collettivo lo stadio napoletano continuò ad essere chiamato “Ascarelli” in tutte le cronache sportive del tempo, dalle colonne de La Gazzetta dello Sport a quelle più vicine al regime de Il Popolo d’Italia.

Un segnale chiaro e lampante di quanto la memoria collettiva riesca ad sovrastare imposizioni e restrizioni di ogni tipo, restituendo voce e dignità a personaggi importanti del nostro passato. Proprio come accaduto a Giorgio Ascarelli, sulle cui gesta si regge ancora oggi una delle più grandi e travolgenti passioni che inonda Napoli: quella per il calcio e per l’azzurro della sua squadra.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 25 Ottobre 2017 e modificato l'ultima volta il 1 Agosto 2018

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